Documento di Informatica sul Metaverso, la sua evoluzione e l'impatto sulla percezione della realtà e le relazioni umane. Il Pdf esplora concetti come l'"obesità digitale", il "sé quantificato", gli NFT e le criptovalute, offrendo una comprensione approfondita del fenomeno per un pubblico universitario.
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1. Come ci siamo arrivati? Quello che noi chiamiamo Metaverso, ieri lo chiamavamo realtà virtuale, dobbiamo considerare l'impatto che la tecnologia ha sulla nostra vita e suelle relazioni umane.
Se il Web 2.0, cioè social e smartphone, riesce a essere già così persuasivo, il Metaverso rivoluzionerà i meccanismi cognitivi e quella che le persone pensano essere la realtà. Tutto potrà essere digitalizzato e in una certa misura "fatto vivere", e quello farà inevitabilmente crollare il dogma dell'unicità del reale. Gli individui potranno assumere identità multiple, in certi casi anonime e rimodellare i propri avatar in base ai gusti di ciascuno. Alcune rigidità del reale nel virtuale saranno cancellate o perlomeno accantonate. Consentirà di creare condizioni per l'emergere di nuove culture e nuove forme di aggregazione, si accederà a una vita sociale che vada oltre i limiti imposti dalla realtà. Questa tecnologia promette una vera rivoluzione sociale, nuove forme di socializzazione emergeranno dai mondi virtuali grazie a occhiali vr. Questo universo consentirà agli umani di stabilire relazione nuovi e diverse con i loro simili, e di percepire un senso di presenza in spazi simulai condivisi, generando così interazioni molto realistiche.
Fare di più in meno tempo. Nella società preindustriale, dove la techne umana è ancora dominata dai fenomeni naturali, la temporaneità viene scandita dallo scorrere dei giorni solari e le stagioni dell'anno determinano il ritmo delle attivià umane, i tempi di semina e del raccolto. In questo contesto, il tempo è percepito come non una quantità da misurare, ma come una qualità. Il tempo canonico è approssimativo e irregolare. Un altro spirito è quello del capitalismo commerciale: il "tempo del mercante". La crescita parallela delle attività bancarie e delle operazioni di cambio monetario rende sempre più importante considerare la dinamica dei prezzi nella sua evoluzione temporale. Il mercante scopre il valore del tempo (nasco anche le torri con orologi per il debito da ripagare). La prima rivoluzione industriale cambia radicalmente il contesto produttivo e le relazioni sociali. Diventa essenziale l'esattezza, la puntualità e la coordinazione di una massa umana sempre più numerosa e concentrata. L'irregolarità dell'occupazione lascia il posto a rigidi turni delle fabbriche. Il tempo diventa lo strumento di disciplina sociale dell'età dell'industria, dove a dettare i ritmi sono le macchine e il profitto si gioca sui margini del tempo-lavoro. Nell'età della prima globalizzazione, cavalca sulle spalle dell'imperialismo europeo, il tempo perde i suoi connotati locali peer farsi tempo globale, staccandosi dal contesto delle relazioni sociali. Il tempo inizia a essere sempre più vincolante nella nostra vita, così, negli anni Settanta, nasce il primo orologio digitale (bisnonno del Metaverso). Essere regolati come un orologio diventa una virtù e uno status symbol. Con gli orologi inizia progressivamente a scomparire il kairos, la natura casuale dell'umanità. Comincia la prima forma di automazione. Non è più la tabella oraria a regolare il flusso del lavoro, ma l'idea fissa di produttività, ormai incorporata nel subconscio individuale, alterata dalle notifiche del telefono. Le nostre giornate non sono più governate dalla meridiana o dall'orologio a pendolo, sono misurate in contenuti, mediati da algoritmi che ci 1conducono nel labirinto digitale. Attraverso reti si accede al culto della velocità, la quale crea un esercito di "malati di tempo". Le tecnologie digitali hanno dissolto la struttura della settimana lavorativa e fanno crollare ulteriormente le distinzioni tra vita pubblica e privata, rendendo le nostre vite con un vago senso di possibilità mai del tutto realizzato, lasciandoci con un esaurimento.
Oggi non siamo più ossessionati dalle cose, bensì dalle informazioni, è l'informazione a governare il nostro mondo vivente. Oggi siamo tutti infomani, consumiamo più notizie che oggetti (es. non osserviamo più un tramonto ma lo fotografiamo). Viviamo nell'info-obesity, siamo alla continua ricerca di dati, immagini e video, consumiamo tutto in modo passivo e per tutto il giorno è come vivere nell'oblio. Il fenomeno effetto Google sta a significare quando ci ricordiamo meno i dettagli che pensiamo si possano cercare facilmente su Google. Gli psicologi parlano anche di offloading cognitivo, per il nostro cervello si alleggerisce dei contenuti disponibili all'esterno. La contrapposizione tra dato e ricordo è uno spunto interessante su cui riflettere: il dato è insensibile, veloce e volatile, mentre il ricordo risuona, prende tempo e resiste perché c'è l'oggetto. Rievoca un'altra antitesi, quella mano/dita: la mano produce l'esperienza e le dita producono i calcoli; la mano è analogica e le dica sono digitali. Il mondo dei social è paragonabile agli esperimenti di laboratorio di scienziati come l'etologo russo Pavlov o lo psicologo comportamentalista statunitense B.F. Skinner, nei quali delle cavie venivano addestrate a portare a termine un compito e venivano ricompensate quando obbedivano alle indicazioni loro fornite. Quando non ascoltavano, venivano puniti con delle scosse elettriche. Nel mondo dei social possiamo paragonare il rifiuto, l'umiliazione o l'isolamento come stimoli punitivi e i "mi piace" come ricompense. Quello che conta è l'effetto a breve termine. Siamo di fronte a un grande salto evolutivo.
Il termine "sé quantificato" è stato coniato nel 2007 dai giornalisti di Wired Gary Isaacs e Kevin Kelly. C'è stata la proliferazione di gadget e app che monitorano e registrano quasi tutte le funzioni del nostro corpo. Ciò che inizialmente interessava una ristretta comunità appassionati di benessere ora è diventato accessibile a tutti. Secondo gli analisti si tratta di business. I dati che negli ultimi anni venivano acquisiti in maniera manuale venivano ora raccolti in modo sempre più automatizzato. Nell'era del prosumer, neologismo che sta a significare produttori e consumatori di dati, di contenuti e informazioni, siamo diventati "spettatori di dati". Ora ci limitiamo a guardare i dati prodotti da terzi. Ci muoviamo nello spazio digitale e disseminiamo briciole di dati ovunque > data exhaust. I data scientist utilizzano i dati per analizzare il comportamento degli utenti e creare analisi predittive e nulla vieta lo sfruttamento. Le persone sono consapevoli del processo di diffusione dei loro dati, ma molte credono che sia al di fuori del loro controllo. Questo fenomeno si chiama wellbing, o benessere olistico. L'aumento esponenziale del tracciamento di abitudini e degli stili di vita e dell'analisi abilitata all'intelligenza artificiale è molto spesso di grande interesse in questo settore.
Vortice digitale = hyper employment, definizione presa in prestito dal teorico dei media americano Ian Bogost, che descrive "il lavoro estenuante dell'utente tecnologico". La nostra idea di lavoro è cambiata nell'ultimo decennio, in particolare a causa dell'influenza di internet. Il Web ci sta dando più responsabilità, più accessibilità. Siamo sempre impegnati in attività che spesso perdono di vista il nostro vero obiettivo. Uno studio ripreso dal Wall Street Journal condotto su 15.000 persone ha mostrato che i professionisti trascorrono in riunione più della metà della settimana lavorativa standard (21,5 ore). Dall'inizio della pandemia si registra un aumento di 7,3 ore a settimana, un aumento del 70% rispetto a febbraio 2020.L'intelligenza artificiale non ci sta davvero rubando il lavoro, ma lo sta trasformando profondamente, anche e soprattutto in termini qualitativi. Si potrebbe dire che siamo davanti a una nuova catena di montaggio digitale globale. C'è stato un aumento dello smart working, prima della pandemia in italia si stima mezzo milione di smart worker durante e dopo la pandiamo quasi otto milioni; la verità è che la nostra società non era pronta a una rivoluzione così radicale, a questa fusione tra vita persona e vita lavorativa. La situazione è destinata a complicarsi. Se viviamo nell'onlife sarà ancora possibile pensare di dividere vita e lavoro nel Metaverso?
Le attività che riempiono le nostre giornate (in smart working) vengono chiamate "lavori ombra". Il lavoro non è più contenuto in uno spazio e in un tempo determinato, è piuttosto un arcipelago di non produttività in mezzo alle responsabilità quotidiane. Molte persone hanno formato una nuova "isola di lavoro", a fine giornata verso le 21 aprono il computer per finire ciò che è rimasto incompleto. Nel 2022, Microsoft ha pubblicato il seguente studio che offre un riflesso inquietante della vita di "lavoratori della conoscenza", freelance e nomadi digitali. Secondo la ricerca aziendale, la giornata lavorativa media è aumentata del 13 per cento, ovvero di circa un'ora. Casa e lavoro, fino a poco tempo fa, avevano confini più netti. Oggi, gran parte delle attività lavorative sono basate sulla comunicazione, il che le rende indistinguibili dal tempo libero. Con la Pandemia è emersa una nuova abitudine di lavorare in tarda serata, i ricercatori di Microsoft hanno chiamato questo fenomeno: triplo picco del giorno. Il lavoro è diventato una catena di virtual meeting. Le persone hanno il 250 per cento in più di riunioni al giorno (afferma Mary Czerwinski) e significa che tutto il resto viene spostato in un secondo momento. A livello profondo c'è una forma mentis anacronistica. Le riunioni richiedono sincronicità, ma la maggior parte del lavoro ibrido dovrebbe essere in modalità asincrona. Abbiamo bisogno di una gestione più profonda del tempo, le nostre mini giornate lavorative notturne non sono solo un'espressione di flessibilità ma, sono anche la conseguenza di manager inflessibili che riempiono la giornata di riunione e dobbiamo recuperare il tempo nelle ore notturne.
Durante il lockdown abbiamo sperimentato la coesistenza di molti mondo online, abbiamo conosciuto anche l'immobilità e la difficoltà di continuare a vivere restando a casa e tutto è diventato pian piano sempre più intangibile. Abbiamo emigrato in massa dentro luoghi pulsanti di vita virtuale che agiscono e ci contengono proprio come i "nonluoghi". L'espressione "nonluoghi" è stata usata per la prima volta da Marc Augé, antropologo francese, per indicare luoghi senza identità, posti anonimi e statici. Definisce "nonluoghi" quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici; luoghi in cui l'uomo si ritrova nell'anonimato. Si ritrova nella moltitudine delle persone ma non si connette all'autenticità del luogo, della relazione e del vero. Nei prossimi anni assisteremo a una progressiva migrazione verso un nuovo "nonluogo": il Metaverso. In un'intervista al Corriere della Sera, Giuseppe Riva, professore di psicologia all'università Cattolica, mette in risalto i "neuroni GPS", questi neuroni si attivano quando occupiamo una posizione nell'ambiente permettendoci di orientarci nello spazio. La scoperta dei neuroscienziati Moser (coniugi) indica che questi neuroni giocano un ruolo fondamentale nella costruzione della memoria autobiografica. Noi essere umani costruiamo la nostra identità attraverso il ricordo delle persone che incontriamo e degli eventi che avvengono in luoghi che frequentiamo. Cosa succede ai nostri neuroni dentro il Metaverso?
Oggi gli aspetti della nostra vita controllati da algoritmi sono sempre più numerosi. Nel Wall Street Journal Frances haufen denuncia gli effetti negati che hanno le piattaforme sugli utenti e la parola "algoritmo" ha assunto - il più delle volte - un'accezione negativa. Gli algoritmi gestiscono quello che (non) vediamo. Sono ottimizzati per i nostri gusti e per dare più importanza a ciò che ci piace. Il ghost work sono la forza umana nascosta che opera insieme all'intelligenza artificiale per alimentare siti web e app e mondo digitale. Durante la pandemia hanno lavorato come rider o trainer di intelligenza artificiale: esperienza diverse nella platform economy. Il lavoro di training dell'intelligenza artificiale non è regolato da un'app, ma da una piattaforma alla quale è possibile iscriversi per partecipare a queste specie di progetti distribuiti dalla big tech. Es. uno dei task era quello di registrare dei video un cui ci si muove, in questo modo l'intelligenza artificiale riceveva un training completo, imparando da tantissimi utenti diversi ciò che è opportuno o meno. Manegement by algorithm, ovvero la gestione algoritmica l'uso di algoritmi per supervisionare i task dei lavoratori umani. Raccogliendo enormi quantità di dati la gestione algoritmica cerca di automizzare gran parte del processo decisionale manageriale. Sebbene sia diffusa la gestione algoritmica, ci sono alcune indicazioni. Per esempio: come riporta una ricerca PwC, il 40 per centro dei dipartimenti delle risorse umane nelle aziende utilizza attualmente applicazioni di intelligenza artificiale. Es. software per intervisto video HireVue.