Documento di Università sulla motivazione in psicologia. Il Pdf esplora il concetto di motivazione, le sue forme e teorie, inclusi istinti, pulsioni, motivazione al successo e all'affiliazione, e il potere, per la materia di Psicologia.
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1 di 16 LA MOTIVAZIONE Perché un bambino studia per l'intero pomeriggio mentre il compa- gno di banco si ribella solo all'idea? Perché facciamo ciò che facciamo? Perché talvolta ci chiediamo perplessi quale sia stato il movente che ha fatto scattare determinate nostre azioni? Ci rendiamo conto che è difficile controllare in modo diretto le motivazioni che ci spingono a tenere certi comportamenti: se abbiamo sete è difficile non desiderare di bere, indipendentemente dalla volontà di farlo o meno. Le domande che ci siamo appena posti fanno parte dello studio della psicologia del- la motivazione, il cui concetto e le cui cause sono sempre stati fra i più controversi della storia della psicologia.
DEFINIZIONE DI MOTIVAZIONE: Motivazione = forza che suscita il comportamento, lo sostiene e lo dirige.
1. ISTINTI E PULSIONI Dato che si parla di comportamento e ovvio che ciò implichi l'eventuale distinzione tra i diversi tipi di comportamento e quindi di fatto si finisca con considerare i comportamenti appresi e quelli che invece non lo sono.
MOVIMENTI INVOLONTARI E VOLONTARI Primo autore a compiere una chiara distinzione in questo senso -> Descartes 1897-1910 nell'articolo 36 del Traitè des Passions. In esso l'autore distingue tra movimenti involontari e volontari: - i primi sono determinati dalla stimolazione proveniente dall'ambiente, - mentre i secondi sono dati dalle azioni volontarie che hanno origine nella mente e che sono proprie dell'uomo. Quest'ultimo presenta anche esso dei movimenti involontari cioè i riflessi, ma questi sono la parte meno nobile del suo comportamento poiché non lo distinguono dagli altri animali. Da questa posizione derivò la concezione dei comportamenti innati o per meglio dire degli istinti.
COMPORTAMENTI INNATI Nell'opera L'origine della specie Darwin 1859 formulò l'ipotesi che certi tipi di comportamento potessero fondarsi su meccanismi genetici, e quindi innati, spiegando così tutti i comportamenti non legati all'apprendimento, identici nella maggior parte dei componenti di una specie e non consci all'organismo. Al contrario il comportamento volontario allungo ritenuto possibile solo nel uomo meritava di essere studiato in quanto serviva a definire le caratteristiche specifiche della specie umana.2 di 16 I primi autori che si sono occupati di motivazione non hanno considerato queste difficoltà nel distinguere quali comportamenti possono ritenersi motivati o no, dato che questi aspetti non erano ancora stati chiariti. Essi si sono pertanto limitati a definire la motivazione rispetto agli istinti, cioè a quel tipo di comportamenti che erano più facilmente identificabili.
L'ISTINTO
Con il tempo però le cose cambiano nel senso che il confine tra i due tipi di comportamento piano piano svanisce. Da un lato gli studi sugli istinti hanno messo in luce come vi sia un miglioramento con il ripetersi della manifestazione del comportamento. In altri termini parte del comportamento è appreso (Lorenz 1973). Ad esempio il comportamento di caccia di un rapace e comunque un comportamento istintivo nel senso che le modalità con cui si avvicina la preda e la uccide sono determinate geneticamente. Tuttavia le prime volte che un giovane rapace cerca di colpire e afferrare la preda non sempre riuscirà ad ucciderla e a portarla in volo senza lasciarla cadere ma poco a poco acquisterà questa capacità e non fallirà più il bersaglio. (RAPPORTO ISTINTO-APPRENDIMENTO) Dall'altro lato noi stessi spesso compiamo degli atti volontari in modo automatico senza pensare a quello che stiamo facendo per cui a volte ci poniamo addirittura il problema di aver fatto o meno una certa cosa: dopo essere usciti di casa ci chiediamo se abbiamo chiuso il gas, messo il latte in frigo o cose simili. In genere si tratta di atti ripetitivi che compiamo ogni giorno e che diventano sovra-appresi al punto tale da poter essere eseguiti senza la costante vigilanza dell'attenzione. Proprio per questo è facile compierli automaticamente pensando ad altro e quindi c'è spesso difficile ricordare se li abbiamo effettivamente eseguiti o meno.
3 di 16 ĽIMPRINTING Un altro tipo di comportamento che sta a metà tra i comportamenti appresi e quelli istintivi e il comportamento dovuto al imprinting (Lorenz 1935). Si tratta di quel fenomeno per cui, per un breve periodo di tempo dopo la nascita, un animale riconosce come genitore qualsiasi sagoma in movimento. Generalmente ciò coincide con il genitore effettivo, che il cucciolo quindi seguirà nei suoi spostamenti, finendo poi con l'identificarsi con la sua specie.se però il genitore viene sostituito (dallo stesso Lorenz, un pupazzo di peluche, una sagoma di legno o altro materiale) l'animale si fisserà su di essi e li riconoscerà come genitori per tutto il resto della sua vita. Non solo, ma una volta diventato adulto rivolgerà a essi il suo corteggiamento anche se nel suo ambiente fossero presenti femmine della sua stessa specie e nessun altro evento potrà modificare questo apprendimento. In altri termini è come se la motivazione ad apprendere si fosse concentrata in un certo periodo temporalmente ben definito, trascorso il quale il comportamento appreso (comportamento appreso e non innato) rimane congelato per il resto della vita del soggetto e non potrà mai essere modificato né essere dimenticato. Esso quindi non presenta quelle successive possibilità di cambiamento che caratterizzano i comportamenti appresi che, come si sa, si modificano e tendono ad essere dimenticati con il trascorrere del tempo.
Nel caso di alcune condotte complesse come ad esempio nel linguaggio verbale dell'uomo il periodo sensibile all'imprinting sarebbe compreso fra le prime lallazioni ed il terzo mese, per un periodo di circa 18 mesi (Battacchi e Giovanelli). Di conseguenza, sei un bambino non sarà assoggettato ad imprinting nel corso della fase di sviluppo in cui dovrebbe crescere tale funzione, risulterà resistente ad una stimolazione tardiva e manifesterà delle gravi carenze. Nell'uomo dunque esisterebbero dei periodi sensibili per l'acquisizione di determinati stimoli, conoscere quali siano tali periodi ottimali spiegherebbe perché gli insegnamenti troppo precoci non siano sempre recepiti in modo idoneo dalla struttura psichica individuale e perché quelli tardivi richiedono ponderosi sforzi che ottengono generalmente risultati mediocri.
l'imprinting può avere numerose forme: - esiste quello materno, cioè lo sviluppo del legame tra madre e figli, - e quello sessuale quando il piccolo apprende dai genitori quali caratteristiche dovrebbero possedere l'animale adulto per poi orientare la propria scelta di un compagno verso un individuo di aspetto simile Generalmente la preferenza maggiore è rivolta verso compagni che non sono identici ma che assomigliano all'oggetto dell'imprinting; Bateson 1978 osserva che viene percepito come più desiderabile un compagno di poco differente dall'oggetto e forse ciò è dovuto al meccanismo evolutivo che dà la possibilità di accoppiarsi con un compagno della specie adatta ma non consanguineo. Da questi studi si è generato un ampio filone di ricerche sulle forme di attaccamento umano e sulle cure parentali tra le quali ricordiamo quelle di Bowlby 1969, 73, 80 e di Stern 1979. Vi sono state tuttavia altre posizioni che hanno spiegato in altro modo la spinta ad agire: Lehrmann 1953, Schineirla 1952 criticarono la nozione di istinto sostenendo che le risposte motivazionali a determinati stimoli ambientali sono dovute a un continuo apprendimento. Essi preferiscono parlare di pulsioni.
4 di 16 LE PULSIONI = forze interne all'organismo, determinate da una serie di bisogni naturali come fame, sete, sonno ma sostenute da forti componenti di apprendimento: l'organismo impara dove e come creare cibo e acqua e deve sapere utilizzare le risorse dell'ambiente nel modo migliore.
MODELLO OMEOSTATICO Importante x lo studio psicologico della motivazione, elaborato nell'ambito degli studi fisiologici. Questo modello afferma che deve esserci un equilibrio tra l'ambiente esterno e quello interno di un organismo perché quest'ultimo possa vivere nella condizione ottimale. Quando questo equilibrio viene a mancare l'organismo si attiverà dando luogo a quei comportamenti che lo riporteranno alla situazione di equilibrio. È a questo modello che si richiama Hull 1943,1952 nella sua concezione della motivazione. Egli infatti afferma che il comportamento è determinato dalle pulsioni, cioè dalle motivazioni biologiche. I bisogni biologici che il soggetto avverte lo spingono ad agire per fine, soddisfacendoli, e per ritornare allo stato di equilibrio (omeostasi). Bisogna ricordare che la motivazione non è spiegata unicamente dai processi omeostatici perché anche gli stimoli esterni (incentivi) possono giocare un ruolo importante, amplificando le pulsioni biologiche fondamentali o evocando pulsioni che non sono sorrette da alcun bisogno evidente. In tal modo si crea un legame tra la situazione stimolo e il comportamento del soggetto che Hull chiama abitudine.
L'ABITUDINE SECONDO HULL Hull distingue la motivazione (ed è lui primo ad usare questo termine) nei suoi vari aspetti: - quello della pulsione, che è propria dei bisogni primari, fisiologici - Quello dell'abitudine, cioè del comportamento appreso - Quello dell'incentivo, cioè dell'aspettativa rivolta a ciò che riduce la pulsione Questi aspetti possono essere valutati quantitativamente dando luogo a formule che permettono di definire e prevedere il comportamento del soggetto in una data situazione. NB: Attualmente si preferisce distinguere tra: - pulsioni regolative, che contribuiscono al mantenimento dell'omeostasi, - e pulsioni non regolative, come quella sessuale, che sono funzionali ad altri scopi
LA TEORIA DEGLI STATI PULSIONALI CENTRALI Se le prime teorie, riferite al concetto di omeostasi, avevano tentato di spiegare le pulsioni sulla base dei bisogni metabolici dei tessuti, se pur non in modo soddisfacente, oggi gli psicologi che utilizzano un approccio fisiologico tendono a considerarle come stati del cervello. Questa posizione chiamata teoria degli stati pulsionali centrali (Stellar 1985) afferma che le differenti pulsioni dipendono dall'attività di diversi gruppi di neuroni cerebrali.
LA TEORIA PULSIONALE Noi dobbiamo ricordare che il concetto di pulsione ha il suo fondamento nella psicanalisi. Freud 1905-1915 delineò una complessa teoria pulsionale come una particolare importanza della componente istintuale. Secondo Freud infatti le vere cause del comportamento non si possono identificare basandosi su pensieri, sentimenti o intenzioni coscienti, dato che la coscienza può essere del tutto all'oscuro delle vere motivazioni del nostro agire pure la presenta in forma di storta o mascherata. L'originale contributo di Freud alla teoria pulsionale della motivazione suggerisce il fatto che il soggetto sostituisce l'oggetto adeguato alla soddisfazione delle proprie pulsioni con un altro, non