Documento da Università su Sintesi Saggi di Storia dell'Età dell'Illuminismo. Il Pdf esplora la secolarizzazione, la modernità e le correnti di pensiero, analizzando l'Illuminismo scozzese e il comparativismo religioso, utile per lo studio della Storia a livello universitario.
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L'Illuminismo è stato visto a lungo come un movimento intellettuale centrale nella cultura occidentale, soprattutto nel Settecento, per aver criticato filosoficamente l'Ancien Régime e preparato la strada alla democrazia liberale laica. Anche le arti riflettevano l'attenzione verso temi mondani e contemporanei. Tuttavia, nell'ultimo quarto del XVIII secolo, andò in crisi: riaffiorarono miti palingenetici, una religiosità del cuore tra le élite, e le chiese reagirono contro l'antropologia naturalistica.
L'Illuminismo, movimento cosmopolita, coincideva con la civiltà europea, includendo colonie britanniche e avamposti russi. Le sue origini non si riducono a una sola formula, ma si richiamano spesso la rivoluzione scientifica da Keplero a Newton, la critica biblica, l'umanizzazione di Cristo, l'epistemologia lockeana, l'eredità libertina, le idee di Baylesulla libertà di coscienza. Il movimento si basava su una conoscenza antidogmatica e sull'educazione.
Massima espressione dell'Illuminismo fu l'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert (poi con d'Holbach), con 160 collaboratori. Essa trattava temi come la tolleranza religiosa, le libertà civili, la rappresentanza politica, la marginalizzazione della teologia, il comparativismo religioso, la cronologia e il fanatismo, incarnando l'ideale baconiano della conoscenza utile al bene comune.
Obiettivo dell'Illuminismo era liberare la mente dai pregiudizi, ma la fede in Dio resistette nella "religione naturale" dei deisti. Il deismo, però, era fragile e attaccato da atei e apologeti cristiani. La base del deismo era l'"argomento del progetto", secondo cui l'ordine dell'universo dimostrerebbe l'esistenza di Dio. La prova "fisico-teologica", basata sul finalismo naturale, prevalse nel XVIII secolo, secondo Kant, che definiva l'Illuminismo come "uscita dell'uomo dallo stato di minorità" attraverso il coraggio di usare la propria intelligenza. L'educazione ne era il fondamento.
Platone vedeva la natura come "arte divina", minacciata però dal meccanicismo di Cartesio, secondo cui l'universo obbedisce a leggi cieche, senza fine. Leibniz attaccò questa visione come antiteologica; Jean Meslier e altri atei la ripresero. Hume mostrò come la presenza del male contraddica il finalismo. La religione divenne tema interdisciplinare: in Montesquieu, ne Lo spirito delle leggi, era un fenomeno sociale, riflesso del genio di un popolo. Questo fu criticato da Daniello Concina in Della religione rivelata, contro deisti e atei, per difendere la fede cattolica e denunciare l'incredulità, pur citando autori come Blount, Clifford, Toland, Tindal, Collins, Spinoza, Locke, Bayle, Le Clerc, Hobbes, Diderot, Montesquieu, d'Argens, Voltaire.
Il termine "Illuminismo" entrò in uso solo nel XIX secolo, derivando da lumières francesi, e secolarizzando la metafora cristiana della luce. Il progetto illuminista rifiutava la visione provvidenziale e ciclica della storia, sostituendola con un'idea lineare di progresso umano. Nella cultura scozzese nacque la teoria del progresso in quattro fasi (caccia, pascolo, agricoltura, commercio), che generò interrogativi sul rapporto tra civiltà e selvaggi. Rousseau lo criticò, mentre Raynal e Diderot misero in discussione i miti del progresso europeo.
Negli anni '90, l'interesse storiografico per l'Illuminismo è aumentato, con attenzione alla stampa, alle lingue, all'opinione pubblica e ai contatti interculturali. Il concetto è oggi controverso. Friedrich Heinrich Jacobi parlò di "crisi cognitiva", collegando Lessing a Spinoza, sostenendo che l'Illuminismo non ammetteva la fede. Studi successivi hanno discusso se vi sia un solo Illuminismo o più: Margaret Jacob ha studiato le logge massoniche, J.G.A. Pocockha parlato di diversi Illuminismi (francese, scozzese, protestante, di Utrecht), Jonathan I. Israel ha distinto un Illuminismo radicale, antireligioso, da uno moderato, considerato reazionario.
Per Israel, l'Illuminismo radicale, ispirato da Spinoza e Bayle, includeva Boulanvilliers, Morellet, Helvetius, Diderot, d'Holbach, Rousseau giovane, opposti al filone tradizionale di Locke, Newton, Montesquieu, Voltaire. Sottolineò il ruolo degli intellettuali olandesi come Bayle e gli ugonotti, pari per importanza agli empiristi inglesi (Locke, Hume) e ai francesi (Montesquieu, primo Voltaire).
Altri studiosi (Gascoigne, Harrison, Young) hanno riconsiderato il ruolo della religione, sfumando il contrasto tra laici e religiosi. William J. Bulman ha proposto un nuovo quadro: l'Illuminismo anglicano non come rottura, ma come riforma interna compatibile con la fede, con una religione civile moderata. S.J. Barnett ha negato che i filosofi abbiamo creato una vera rottura, sostenendo che la reazione cristiana inventò lo "spauracchio" illuminista. David Sorkinsostiene che l'Illuminismo ha rinnovato la religione; Mark Curran che l'anticlericalismo di d'Holbach rafforzò un illuminismo cristiano conservatore.
Intorno al 1770 nacque la neologia protestante tedesca, che voleva modernizzare la teologia cristiana e rispondere a deismo e incredulità, ponendo al centro fede ed esperienza personale. Storici parlano anche di Illuminismo cattolico: Ulrich L. Lehner ha studiato il cattolicesimo riformista, mentre in Italia si riconosce in Ludovico Antonio Muratori, che criticava devozioni superstiziose, potere inquisitorio e culti esagerati, auspicando una riforma pastorale e morale del clero.
Il pensiero di Muratori influenzò le riforme in Austria sotto Maria Teresa e Giuseppe II, e a Napoli le missioni di Alfonso Maria de' Liguori spinsero a riflettere sulla "verità" tra culture, anche con l'uso del dialetto. Ma il comparativismo poteva ridurre la fede, come notato da Jean de La Bruyère. Nel 1683, John Dryden satirizzava l'indifferentismo religioso di Martin Clifford. D'Holbach, nel Buon senso, spinse questa idea al limite: ogni religione ha la sua verità e accusa le altre di superstizione.
Nel clima illuminista, i cristiani si contrapponevano agli ecclesiastici: Carlantonio Pilati diceva che eravamo "cattivi cristiani", e Alessandro Verri raccontava che d'Holbach divenne ateo dopo la morte dolorosa della moglie. A fine '800, Il buon senso fu visto come un testo che aveva corrotto la morale popolare, diffondendo dottrine materialiste. D'Holbach voleva liberare il popolo dai teologi, mostrando che la religione nasceva da paura e ignoranza. Le religioni antiche erano più realistiche (es. culto del sole), ma il dio moderno, puro spirito, sfugge alla comprensione.
L'Illuminismo scozzese è stato al centro di una ricca riflessione storiografica, da Dugald Stewart fino a studiosi contemporanei. Stewart fu il primo a definirlo come una "scuola", fondata su due assi principali: la storia come progresso e la filosofia del senso comune contro lo scetticismo. Nella sua Dissertazione per l'Encyclopedia Britannica, elevò il pensiero scozzese a vetta della filosofia europea.
Negli anni '60 del Novecento, Hugh Trevor-Roper e Duncan Forbes contrastarono le letture marxiste, riscoprendo l'influenza dell'unione anglo-scozzese post-1707 e il ruolo nella nascita delle scienze sociali ed economiche. Le ricerche successive hanno però evidenziato la pluralità degli Illuminismi nazionali, rendendo difficile una narrazione unitaria.
Il nucleo centrale dell'Illuminismo scozzese comprende David Hume, Adam Smith, Adam Ferguson e John Millar, ma si è poi esteso ad altre figure. Tre principali approcci storiografici hanno cercato di mantenere una visione coerente:
J.G.A. Pocock ha dissolto il concetto di Illuminismo scozzese in un più ampio contesto britannico, conservatore e clericale, mentre Jonathan Israel ha contrapposto l'Illuminismo britannico, religioso e istituzionale, a quello radicale spinoziano (olandese e francese).
Paul Wood ha descritto la teoria stadiale come una forma di storia naturale, fondata su Locke e Bacon, che classificava l'umanità in quattro fasi (caccia, pastorizia, agricoltura, commercio) e spiegava la diversità tra i popoli. Ciò però generava tensioni tra progresso universale e differenze permanenti.
Nel confronto con il Nuovo Mondo, i pensatori scozzesi consideravano gli indigeni americani come rappresentanti di una fase primitiva. Il dibattito tra monogenismo e poligenismo (centrale per Henry Home, Lord Kames e William Robertson) rifletteva l'impossibilità di conciliare le differenze umane con un'origine comune. Robertson distingue tra congettura e ragionamento ipotetico, base della ricostruzione della fase selvaggia, non documentata nella storia europea.
Negli anni '50 e '70 del Novecento, il legame tra Illuminismo e razza è stato rivalutato: studiosi come Richard Popkine George Mosse hanno evidenziato un nucleo razzista implicito nell'universalismo illuminista, in cui la classificazione scientifica dei popoli sostituiva la narrazione biblica. Il tema ha guadagnato rilievo con Razza e storia di Claude Lévi-Strauss (1952).
Altri autori, come Anthony Pagden, hanno invece sottolineato come le spiegazioni illuministe rimanessero prevalentemente culturali, non biologiche. La razza si intrecciava con religione, cultura e genealogia, e con il concetto di carattere nazionale, come nel saggio di Hume. La poligenesi riduceva i caratteri a fattori naturali, la monogenesi li interpretava come ereditarietà culturali.
Nel 1735, Carl Linneo classificò l'umanità in quattro varietà in base alla pigmentazione (rosso, bianco, nero, giallo). Immanuel Kant, influenzato da Hume, stabilì un principio di ereditarietà razziale.
Il discorso sul genere fu anch'esso cruciale: la donna, per i letterati scozzesi, era al tempo stesso simbolo della civiltà e dell'alterità. Inserite nella storia del progresso, le donne erano però raffigurate come passive, e talvolta la civiltà stessa veniva "femminilizzata". Il progresso portava emancipazione ma anche declino della virtù civica maschile. Genere, sesso e razza erano costruiti congiuntamente. I "popoli inferiori" venivano sessualizzati, mentre le donne europee bianche erano il parametro della civiltà. Al centro dell'indagine storica stava così la donna moderna, figura civile e raffinata.
Negli ultimi decenni del Settecento, l'interesse per gli amerindi fu gradualmente rimpiazzato dalla fascinazione per i "selvaggi pacifici" di Tahiti, descritti dai viaggi di James Cook, Johann Reinhold Forster e Georg Forster.
Il volume di Silvia Sebastiani mostra come i letterati scozzesi abbiano dato forma, attraverso testi e concetti, a un articolato dibattito europeo su razza, genere e progresso, segnato da continue tensioni tra universalismo e gerarchia.
In questo capitolo, Franco Venturi analizza l'evoluzione storica, concettuale e lessicale del termine "despotismo", mettendo in luce il modo in cui esso è stato utilizzato per caratterizzare le organizzazioni politiche orientali, spesso in chiave negativa. L'origine del termine risale al pensiero greco antico, dove Platone e Aristotele lo impiegano per descrivere la relazione tra padrone e schiavo e per contrapporre i sistemi politici orientali a quelli greci. Questa opposizione, basata sull'idea di una servitù naturale propria dei popoli orientali, continua a influenzare il pensiero politico nei secoli successivi.
Nel Medioevo, i traduttori di Aristotele, come Nicolas Oresme, tentarono di mantenere vivo il significato originale di "despota" attraverso termini come despoticum o "monarchia dispotica", e lo collegarono all'Oriente. Già nel Quattrocento, autori come fra Giordano impiegavano la nozione di governo "despotico" per connotare negativamente figure politiche e religiose come Erode. Oresme, nel commentare Aristotele, contribuì a rafforzare il legame tra despotismo e popoli orientali, giudicati inclini alla sottomissione.
Nel Rinascimento, gli umanisti, e in particolare Leonardo Bruni, respinsero il termine per la sua lontananza dal latino classico, sostituendolo con alternative come dominator. In Francia, autori come Louis Le Roy e Jean Bodin tradussero la nozione di despotismo utilizzando concetti tratti dall'esperienza medievale, come le monarchie seigneuriali. Thomas Hobbes rielaborò il concetto inserendolo nel suo sistema filosofico, sostenendo che la monarchia dispotica derivasse naturalmente dalla conquista, senza per questo essere né barbara né esclusivamente orientale.
Durante il Seicento, il termine rientrò nel linguaggio politico francese con scrittori come Samuel Sorbière e Jean de La Bruyère, che lo utilizzarono per criticare l'assolutismo di Luigi XIV. L'opuscolo Les soupirs de la France esclavedenunciava l'arbitrio del potere monarchico come dispotico, innescando una polemica contro la mancanza di libertà politica e il regime di proprietà. Pierre Bayle riprese il dibattito, contrapponendo la dolcezza della libertà all'arbitrarietà del potere assoluto.
Nel Settecento, Montesquieu offrì una delle analisi più influenti del despotismo orientale, descrivendolo come un sistema assoluto in cui le libertà individuali vengono annientate. La sua riflessione, pur mirando all'Oriente, coinvolge anche le monarchie europee, stabilendo un nesso tra potere assoluto e oppressione. Tuttavia, autori come Rouse, citando proprio Montesquieu, sostennero che la proprietà e la sua evoluzione seguissero dinamiche simili in Oriente e in Occidente, relativizzando la separazione netta tra i due mondi.
Una critica profonda del concetto occidentale di despotismo venne da Abraham-Hyacinte Anquetil- Duperron, che, sulla base delle sue esperienze in Persia, India e Turchia, contestò l'idea di un potere