Il Satyricon: un oggetto misterioso
Il Satyricon, una delle opere più interessanti, e sicuramente la più
originale, della letteratura latina, è per molti aspetti un «oggetto
misterioso».
Non c'è dubbio che sia qualcosa di simile a quello che noi moderni
definiamo «romanzo», sebbene, rispetto a questo, si distingua
formalmente per l'inserimento di parti poetiche: di un prosimetro, e cioè un
misto di prosa e versi (ma con netta prevalenza della prosa).
Detto questo, rimangono molte questione irrisolte riguardo quasi ogni
aspetto dell'opera.
I manoscritti del Satyricon, giunti a noi contengono infatti estratti
frammentari, ora più lunghi ora più brevi e non sappiamo con certezza
quanto l'opera fosse lunga.
Non c'è neanche la certezza sull'epoca nella quale l'opera sia stata scritta
o sull'identificazione storica del Petronio che i manoscritti indicano come
autore.
Problemi di tradizione manoscritta
- I primi problemi sono legati alle condizioni in cui l'opera ci è stata
consegnata dalla tradizione manoscritta.
- Il testo, forse a causa dell'ampio spazio dedicato a vicende erotiche
raccontate in modo esplicito, ma certamente anche a causa della sua
voluminosità, dovette circolare ben presto per estratti: in effetti tutti i
manoscritti giunti a noi riportano estratti più o meno lunghi, che, riordinati
secondo una logica plausibile dai filologi, ammontano a 141 capitoli indicati
come appartenenti ai libri, il XIV, il XV e il XVI (il perché non ci sia arrivato
pressoché nulla dei precedenti e dei successivi è un altro mistero).
- Con ogni probabilità, il libro XV conteneva essenzialmente il racconto della
cena del liberto arricchito Trimalcione, che è la parte più celebre
dell'opera, e che è stata tramandata integralmente. Al libro che precede e
a quello che segue appartengono vari frammenti, il cui filo è abbastanza
continuo: in essi si raccontano varie vicende rocambolesche (a sfondo
erotico ma non solo) che hanno per protagonista il giovane Encolpio e i
suoi compagni di ventura.
- In queste vicende appaiono riferimenti a fatti e personaggi che apparivano
nei libri precedenti e che ci suggeriscono in modo vago alcuni degli
antefatti delle parti a noi note.
- D'altra parte, gli ultimi capitoli della nostra silloge (raccolta) vedono i
protagonisti alle prese con una situazione estremamente precaria, di cui
non conosciamo l'esito ma che richiedeva necessariamente un seguito, la
cui lunghezza non è in alcun modo ipotizzabile.
- C'è anche chi ha pensato che il vero e proprio romanzo di Encolpio non
occupasse tutti i libri, ma molti di quelli precedenti trattassero altri
argomenti (ma è solo un'ipotesi senza prove consistenti).
Il titolo dell'opera
Il titolo dell'opera è Satyricon libri, «libri di cose da satiri», «libri di cose
satiresche», cioè di argomenti licenziosi e osceni in chiave comica.
- Il termine greco Satyricon, con la ypsilon, è infatti il genitivo plurale di un
aggettivo derivante dal nome dei satiri, personaggi mitologici grotteschi
caratterizzati da una vitale e irrefrenabile spinta sessuale, sempre
indaffarati a insidiare ninfe e fanciulle.
- Il titolo si riferirebbe quindi al tono e al contenuto degli argomenti del
romanzo, o almeno di una consistente parte di essi, tono e contenuto
analoghi a quelli del genere che i latini chiamavano priapeo, dal nome di
Priapo, dio del sesso e della fertilità.
- Il titolo Satyricon quindi non avrebbe nulla a che fare con l'etimologia del
termine latino Satura; e tuttavia del genere della satira latina il Satyricon
sembra avere alcuni caratteri.
Il nome dell'autore
- I manoscritti riportano come autore dell'opera un certo Petronius Arbiter.
L'unico personaggio storico in qualche misura identificabile con questo
nome è un Gaio Petronio cortigiano di Nerone, che fu proconsole in Bitinia
(parte nord-occidentale dell'Asia Minore) del quale fa un inciso ritratto lo
storico Tacito (circa 54/55-117/120 d.C.) nei suoi Annales (anche se il
prenomen Gaius è dubbio, poiché molti identificano il Petronio tacitiano
con un Tito Petronio Nigro che fu effettivamente proconsole in Bitinia nel
60 d.C.): un uomo originale, dedito al piacere ma anche dotato di
personalità forte e determinata, prima favorito del principe e infine anche
lui accusato dall'invidioso Tigellino di aver partecipato alla congiura dei
Pisoni e condannato al suicidio come i vari Seneca e Lucano, nel 65 d.C.
- L'identificazione, come vedremo più avanti, è affascinante, specialmente
perché lo storico informa, a un certo punto, che questo Petronio, campione
di buon gusto e raffinatezze, era considerato alla corte di Nerone vero
elegantiae arbiter: il che ha fatto pensare a un soprannome divenuto così
famoso da trasformarsi, nei secoli successivi, in un cognomen
antonomastico, come attestano i manoscritti.
- Esiste un solo ostacolo, per nulla marginale, all'identificazione sicura:
Tacito, nel suo ritratto del personaggio, non accenna al fatto che il Petronio
di cui parla avesse scritto un romanzo.
Il tempo di composizione
- Ai dubbi sulla paternità si collegano quelli sull'epoca della composizione:
che, per i più, è quella di Nerone (imperatore dal 54 al 68 d.C.). Anche in
questo caso la situazione è analoga: tanti indizi, oltre a quello del nome
dell'autore, che conducono in modo abbastanza convincente a quegli anni,
ma nessuna certezza.
La trama del Satyricon
- La maggior parte degli estratti in nostro possesso, precisamente fino al
capitolo 99, hanno come scenario delle vicende una Graeca urbs dell'Italia
meridionale, forse Cuma, che è tuttavia solo una tappa delle peregrinazioni
del nostro protagonista Encolpio, e del suo fedele (si fa per dire) servo e
«fratellino», un bel ragazzino di nome Gitone, al quale è legato da un
appassionato (e travagliato) rapporto sentimentale.
- Da alcune fonti sembrerebbe che la storia fosse cominciata a Marsiglia,
dalla quale Encolpio sarebbe stato cacciato come pharmakòs (capro
espiatorio), individuo sul quale gli antichi credevano fossero catalizzate le
maledizioni di un dio, e il cui allontanamento poteva avere perciò effetto
purificatore per la città afflitta da un'epidemia.
- In effetti anche nel corso della narrazione ritorna il tema della
persecuzione di un dio, il dio Priapo, nei confronti di Encolpio.
- Ed è Encolpio stesso a dirsi exul e a ricordare alcune delle sue peripezie,
al termine delle quali è stato condotto dalla sorte in questa Graeca urbs:
egli ha già affrontato, assieme a Gitone, un viaggio in mare, è sfuggito alla
giustizia, ha addirittura ucciso un uomo ...
Il retore Agamennone, Quartilla e il rito di
espiazione per Priapo (1-26,6)
- I primi capitoli vedono Encolpio a colloquio sotto un portico con il retore
Agamennone. Quest'ultimo si difende dalle critiche sull'inadeguatezza
delle scuole di retorica e sull'inutilità delle declamationes (orazioni
giudiziarie o deliberative) avanzate da Encolpio, e riversa la colpa della
crisi delle scuole stesse sulle famiglie, che richiedono una preparazione
veloce e rafforzata perché i loro figli possano al più presto far soldi con
l'arte della parola.
In seguito, troviamo Encolpio con un altro compagno di avventure, Ascilto,
il quale preoccupa molto il nostro protagonista per le sue mire sul bel
Gitone, che invece Encolpio vuole tenere tutto per sé.
- Segue una scena rocambolesca al mercato nella quale Encolpio e Ascilto
recuperano fortunosamente un mantello nel bordo del quale è cucito, così
almeno pare a loro, un «tesoro» che avevano conquistato e poi perduto: si
comprende trattarsi dell'appendice inattesa di un episodio di furto
raccontato in precedenza.
- Tornati finalmente nella locanda dove alloggiano, Encolpio e Ascilto,
assieme a Gitone, sono «vittime» di una donna, Quartilla, giunta con le
sue ancelle per reclamare dai tre, che hanno profanato il culto del dio
Priapo, un atto riparatorio: essi dovranno aiutarla a guarire da una terribile
febbre provocatale dal trauma di quelle profanazione. La «terapia» si
risolve in un'orgia senza fine, prima in albergo, e poi, in una seconda fase,
in una casa (probabilmente la casa di Quartilla), orgia che riduce i tre
protagonisti allo stremo delle forze.
La cena di Trimalcione (26,7-78)
- I tre riescono a sottrarsi a una terza «seduta espiatoria» grazie all'invito del
retore Agamennone a partecipare a una cena offerta dal ricchissimo liberto
Trimalcione.
Il racconto della cena di Trimalcione ci è giunto per intero: il vecchio
ex-schiavo, prima liberato e poi divenuto ricchissimo, è l'emblema del
parvenu (persona che è relativamente nuova in una certa classe sociale di
alto rango che pur vantando una certa presunzione nel distinguersi dagli
altri conserva, almeno in parte, i modi e la mentalità della condizione
sociale precedente) che vuole riscattarsi dal suo stato sociale ma che
rimane legato al suo mondo interiore, fatto di ignoranza e grossolanità, a
partire dall'organizzazione fastosa e «scenografica» delle portate e dagli
oggetti preziosi di cui si circonda.
- Accanto a lui, tanti invitati, tutti appartenenti al mondo dei liberti e in
generale a una classe sociale e culturale subalterna alla società romana.
Encolpio e Ascilto sono accolti da Trimalcione con la gentilezza e il rispetto
che si conviene a chi ha studiato e appartiene a un altro livello
socio-culturale.
Malgrado ciò i tre non resistono a lungo a tale sfoggio di pacchianeria, alla
bizzarria delle trovate a sorpresa di Trimalcione e all'insulsaggine dei
dialoghi tra i commensali, e vorrebbero fuggire.
- Cosa che effettivamente fanno appena se ne presenta l'occasione: l'arrivo
di un reparto di vigili del fuoco che, richiamati dagli schiamazzi, piombano
nel bel mezzo della cena convinti che la casa stia andando a fuoco.
Encolpio e Gitone: dramma della
gelosia e riappacificazione (79-99)
- Seguono i capitolo tragicomici del «dramma sentimentale» di Encolpio e
Gitone. Appena tornati alla locanda, nasce infatti una lite tra Encolpio e
Ascilto per l'amore del giovinetto.
- Alla fine Ascilto propone che sia il ragazzino a decidere, ed Encolpio
accetta di buon grado, convinto che, per la lunga relazione d'affetto e il
solido legame che li unisce, Gitone non avrà esitazioni.
- E invece accade proprio il contrario: Gitone se ne va con Ascilto, ed
Encolpio si abbandona a una disperazione degna della più patetica scena
di tragedia.