Ecologia della Parola: comunicazione umana e processo di significazione

Documento di Università su Ecologia della Parola. Il Pdf esplora la comunicazione umana, analizzando assunti erronei, il processo di significazione, il doppio vincolo e il sillogismo aristotelico, con un focus sulle loro implicazioni nella comunicazione e nella manipolazione, per la materia Psicologia.

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33 pagine

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ECOLOGIA DELLA
PAROLA
Capitolo primo: l’io quantico e la forza delle parole
1. introduzione: alcuni assunti erronei e qualche preconcetto.
i. Primo assunto erroneo: parlare equivale a scambiare contenuti verbali. In realtà, quando parliamo
e quando ascoltiamo, si muovono flussi (sia dentro che fuori di noi) flussi di suoni che
corrispondono a determinati significati e che producono una serie di reazioni cognitive e emotive.
ii. Secondo assunto erroneo: il presupposto che il nostro interlocutore comprenda ciò che
desideriamo comunicare o viceversa. Come ha dimostrato Stuart Hall, le cose sono molto
diverse.
iii. Il terzo assunto erroneo: il corollario del secondo. Le credenze ci portano a pensare che i processi
comunicativi funzionino solo se si elimina il fraintendimento. In realtà il fraintendimento è una
parte ineliminabile ed essenziale di ogni processo comunicativo. Il fraintendimento è ciò che
trasforma ogni processo comunicativo. Anche uno scambio comunicativo all’apparenza più
neutrale può assumere significati del tutto inattesi; ciò dipende sempre dal contesto,
dall’interlocutore, e dalla storia pregressa che ci lega. Un messaggio può prestarsi ad una varietà
molto ampia di interpretazioni.
iv. Quarto assunto erroneo: consiste nel pensare che ciò che comunichiamo dipenda dalle parole
che pronunciamo. Parliamo con il corpo, con le mani, con i gesti, con lo sguardo, la postura,
l’inflessione della voce, le pause, le interazioni;
v. Quinto assunto erroneo: “per essere interessanti e intelligenti occorre avere qualcosa da dire”.
Questo assunto è del tutto falso. È una reazione culturale. Nella cultura, es. Finlandese, i silenzio
sono considerati parte integrante di ogni conversazione. Questo assunto è sia culturalmente
determinato dalla nazione di appartenenza ma anche dalla natura “urbana” del luogo di
provenienza.
vi. Sesto assunto erroneo. Le parole non contano, contano soltanto le azioni. Le parole, però, sono
azioni di natura diversa. Questo scarso potere riconosciuto dalle parole è la conseguenza del
processo di “disincantamento del mondo” di cui parla Max Weber. Le parole, però, sono atti
performativi nel senso proposto da John Langshaw Austin.
vii. Settimo assunto erroneo. Riguarda la necessità di attenzione durante un dialogo. Ascoltare non
significa esser vittime di un processo ipnotico. Quando conversiamo dobbiamo esercitare una
vigile attenzione: saper essere dentro e fuori dalla discorso. “il sistema conversazione” a cui
partecipiamo deve essere un sistema aperto.
viii. Ottavo, ed ultimo, assunto erroneo riguarda le emozioni. Come conseguenza irriflessiva del
processo di disincantamento del mondo, tendiamo ad ignorare le nostre emozioni o, meglio,
nessuno si prende a cuore la questione di come esse si trasmettano, di come funzionino e di
come si possano trasformare. Gurdjieff ci fa comprendere come le nostre emozioni siano
appiccicose, che se non sappiamo maneggiarle ci si attaccano addosso e ci invadono come una
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colonia di batteri. E anche la rabbia altrui va ascoltata. Le emozioni altrui non si possono ignorare.
Il processo di trasformazione delle emozioni è un processo alchemico che si può realizzare in
uno spazio atemporale, cioè anche a decenni di distanza.
Le emozioni sembrano sovrastare e sottrarsi alle leggi del tempo lineare. Ecco perché un’emozione
traumatica del passato non si cura del fatto di essersi originata in un punto particolare della nostra
linea biologica e continua a sovrastarci oggi. Il trauma sospende il tempo, trasforma lo spazio e la
nostra identità. Il tempo e lo spazio del trauma seguono leggi proprie che interrompono il fluire della
coscienza. Le leggi che governano le emozioni seguono percorsi autonomi che vanno presi in
considerazione.
2. Il processo di significazione è un atto creativo.
Il fraintendimento è connaturato a qualsiasi scambio comunicativo. Non esiste una risposta che può
considerarsi giusta perché dipende dal contesto, dalle circostanze, dalle singole persone coinvolte nel
dialogo. La stessa frase, la stessa identica sequenza di parole p produrre risultati interpretativi e
generare risposte molto diverse.
Le parole che diciamo e ascoltiamo formano sequenze, storie, abitudini, consolidano credenze e identità.
I flussi di parole che diciamo e che ascoltiamo tracciano solchi nel terreno, percorsi invisibili che si
trasformano in sentieri e strade sterrate che nel tempo diventano consolidate da sembrarci asfaltate.
A forza di pronunciare e ascoltare parole sbagliate e che non ci corrispondono affatto, diventiamo altro
da noi, ci estraniamo fino a non riconoscerci più.
L’atto di dare significato è potentissimo, può nutrire o distruggere, p liberarci o incantarci. Dare
significato è un atto di per sé potenzialmente rivoluzionario, nel quale si esprime compiutamente il senso
del libero arbitrio. L’atto di significazione richiede un’assunzione piena di responsabilità, richiede un atto
di rispecchiamento nelle parole dell’altro, in cui mi vedo, vedo la mia storia, la mia forza e le mie ferite e
riconosco come intrinsecamente “mia” quell’unica risposta che decido di dare, ma la consapevolezza che
la risposta è il mio ritratto, così come la domanda è sempre il dipinto compiuto del mio interlocutore.
2.1 La domanda è il mio specchio e la risposta il mio ritratto.
[la professoressa nel libro fa l’esempio di Giulio, un ragazzo di quindici anni che frequenta il liceo classico
milanese che continua ad apostrofare il suo compagno, Federico, a male parole: lo chiama ripetutamente
“frocio”].
La domanda di Giulio è lo specchio in cui egli riflette la sua paura di essere omosessuale.
Questo esempio ci fa capire che non possiamo cambiare la domanda dell’altra persona ma possiamo
cambiare le nostre risposte, riconoscendo che non sono le uniche possibili e prendendoci la
responsabilità di quell’unica risposta che decidiamo di scegliere.
Non esistono “risposte necessarie”: in una conversazione non c’è mai un’unica strada, un percorso
obbligato, quindi possiamo sperimentare sequenze alternative, possiamo innovare. La risposta che
scegliamo è il nostro perché potremo scoprire che implica una risposta alla domanda. Ciò non vale per
qualsiasi scambio comunicativo, ma solo per quegli scambi comunicativi nei quali c’è in gioco una
rappresentazione di noi e/o degli altri.
2.2 la sindrome dell’occhio deforme.

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ECOLOGIA DELLA PAROLA

Capitolo primo: l'io quantico e la forza delle parole

  1. introduzione: alcuni assunti erronei e qualche preconcetto.
  • Primo assunto erroneo: parlare equivale a scambiare contenuti verbali. In realtà, quando parliamo e quando ascoltiamo, si muovono flussi (sia dentro che fuori di noi) flussi di suoni che corrispondono a determinati significati e che producono una serie di reazioni cognitive e emotive.
  • Secondo assunto erroneo: il presupposto che il nostro interlocutore comprenda ciò che desideriamo comunicare o viceversa. Come ha dimostrato Stuart Hall, le cose sono molto diverse.
  • Il terzo assunto erroneo: il corollario del secondo. Le credenze ci portano a pensare che i processi comunicativi funzionino solo se si elimina il fraintendimento. In realtà il fraintendimento è una parte ineliminabile ed essenziale di ogni processo comunicativo. Il fraintendimento è ciò che trasforma ogni processo comunicativo. Anche uno scambio comunicativo all'apparenza più neutrale può assumere significati del tutto inattesi; ciò dipende sempre dal contesto, dall'interlocutore, e dalla storia pregressa che ci lega. Un messaggio può prestarsi ad una varietà molto ampia di interpretazioni.
  • Quarto assunto erroneo: consiste nel pensare che ciò che comunichiamo dipenda dalle parole che pronunciamo. Parliamo con il corpo, con le mani, con i gesti, con lo sguardo, la postura, l'inflessione della voce, le pause, le interazioni;
  • Quinto assunto erroneo: "per essere interessanti e intelligenti occorre avere qualcosa da dire". Questo assunto è del tutto falso. È una reazione culturale. Nella cultura, es. Finlandese, i silenzio sono considerati parte integrante di ogni conversazione. Questo assunto è sia culturalmente determinato dalla nazione di appartenenza ma anche dalla natura "urbana" del luogo di provenienza.
  • Sesto assunto erroneo. Le parole non contano, contano soltanto le azioni. Le parole, però, sono azioni di natura diversa. Questo scarso potere riconosciuto dalle parole è la conseguenza del processo di "disincantamento del mondo" di cui parla Max Weber. Le parole, però, sono atti performativi nel senso proposto da John Langshaw Austin.
  • Settimo assunto erroneo. Riguarda la necessità di attenzione durante un dialogo. Ascoltare non significa esser vittime di un processo ipnotico. Quando conversiamo dobbiamo esercitare una vigile attenzione: saper essere dentro e fuori dalla discorso. "il sistema conversazione" a cui partecipiamo deve essere un sistema aperto.
  • Ottavo, ed ultimo, assunto erroneo riguarda le emozioni. Come conseguenza irriflessiva del processo di disincantamento del mondo, tendiamo ad ignorare le nostre emozioni o, meglio, nessuno si prende a cuore la questione di come esse si trasmettano, di come funzionino e di come si possano trasformare. Gurdjieff ci fa comprendere come le nostre emozioni siano appiccicose, che se non sappiamo maneggiarle ci si attaccano addosso e ci invadono come una Pagina | 1colonia di batteri. E anche la rabbia altrui va ascoltata. Le emozioni altrui non si possono ignorare. Il processo di trasformazione delle emozioni è un processo alchemico che si può realizzare in uno spazio atemporale, cioè anche a decenni di distanza.

Le emozioni sembrano sovrastare e sottrarsi alle leggi del tempo lineare. Ecco perché un'emozione traumatica del passato non si cura del fatto di essersi originata in un punto particolare della nostra linea biologica e continua a sovrastarci oggi. Il trauma sospende il tempo, trasforma lo spazio e la nostra identità. Il tempo e lo spazio del trauma seguono leggi proprie che interrompono il fluire della coscienza. Le leggi che governano le emozioni seguono percorsi autonomi che vanno presi in considerazione.

Il processo di significazione è un atto creativo

Il fraintendimento è connaturato a qualsiasi scambio comunicativo. Non esiste una risposta che può considerarsi giusta perché dipende dal contesto, dalle circostanze, dalle singole persone coinvolte nel dialogo. La stessa frase, la stessa identica sequenza di parole può produrre risultati interpretativi e generare risposte molto diverse.

Le parole che diciamo e ascoltiamo formano sequenze, storie, abitudini, consolidano credenze e identità. I flussi di parole che diciamo e che ascoltiamo tracciano solchi nel terreno, percorsi invisibili che si trasformano in sentieri e strade sterrate che nel tempo diventano consolidate da sembrarci asfaltate. A forza di pronunciare e ascoltare parole sbagliate e che non ci corrispondono affatto, diventiamo altro da noi, ci estraniamo fino a non riconoscerci più.

L'atto di dare significato è potentissimo, può nutrire o distruggere, può liberarci o incantarci. Dare significato è un atto di per sé potenzialmente rivoluzionario, nel quale si esprime compiutamente il senso del libero arbitrio. L'atto di significazione richiede un'assunzione piena di responsabilità, richiede un atto di rispecchiamento nelle parole dell'altro, in cui mi vedo, vedo la mia storia, la mia forza e le mie ferite e riconosco come intrinsecamente "mia" quell'unica risposta che decido di dare, ma la consapevolezza che la risposta è il mio ritratto, così come la domanda è sempre il dipinto compiuto del mio interlocutore.

La domanda è il mio specchio e la risposta il mio ritratto

[la professoressa nel libro fa l'esempio di Giulio, un ragazzo di quindici anni che frequenta il liceo classico milanese che continua ad apostrofare il suo compagno, Federico, a male parole: lo chiama ripetutamente "frocio"].

La domanda di Giulio è lo specchio in cui egli riflette la sua paura di essere omosessuale. Questo esempio ci fa capire che non possiamo cambiare la domanda dell'altra persona ma possiamo cambiare le nostre risposte, riconoscendo che non sono le uniche possibili e prendendoci la responsabilità di quell'unica risposta che decidiamo di scegliere.

Non esistono "risposte necessarie": in una conversazione non c'è mai un'unica strada, né un percorso obbligato, quindi possiamo sperimentare sequenze alternative, possiamo innovare. La risposta che scegliamo è il nostro perché potremo scoprire che implica una risposta alla domanda. Ciò non vale per qualsiasi scambio comunicativo, ma solo per quegli scambi comunicativi nei quali c'è in gioco una rappresentazione di noi e/o degli altri.

La sindrome dell'occhio deforme

Pagina | 2Schulz Von Thun ci rammenta che alcune persone hanno una sorta di inclinazione a interpretare tutto quello che viene detto loro come un commento, una valutazione sulle loro abilità e / o qualità. È come se in alcuni casi le ferite pregresse, l'identità fragile di una persona e la sua insicurezza la rendessero più vulnerabile e tutto ciò che si aggira introno a queste persone assume la forma di un coltello. Schulz Von Thun raffigura questa dinamica di recezione con un "orecchio più lungo dell'altro": sentito in modo alterato, perché sento attraverso un orecchio deformato. Ciò significa che quando parliamo con una persona, incontriamo i suoi problemi, le sue ferite: per vederli dobbiamo esercitarci ad ascoltare e non dobbiamo essere interamente concentrati a fagocitarci dalle nostre ferite.

Quando qualcuno ci parla spesso desidera indurci a fare qualcosa; non necessariamente si tratta di manipolazione ma una conversazione contiene spesso una richiesta. Ci sono persone che sin dall'infanzia sono state a tal punto costrette a farsi carico degli altri che da adulte interpretano tutto ciò che viene loro detto come una richiesta di "fare qualcosa" e lo fanno.

Il modo indiretto di formulare una domanda presenta il vantaggio che offre all'interlocutore la possibilità di non escludere la mia richiesta, senza che debba rispondere con un diniego, che creerebbe probabilmente imbarazzo: dobbiamo osservare ciò che succede e comprenderne il significato per noi, in quel preciso momento e in quel determinato contesto.

I sistemi di comunicazione

Il termine "comunicazione" deriva dalla parola sanscrita com, poi confluita nel greco antico e nel latino. Interrogarsi sull'etimologia di una parola permette di riflettere sui pensieri che l'hanno originata e di evidenziare possibili mutamenti e / o spostamenti semantici rispetto al significato originario.

La definizione originaria di questa parola rimanda al fatto di mettere qualcosa in comune, sottolineando anche il senso di funzione, dovere, compartecipazione.

Comunicazione è un termine molto ampio nella lingua italiana, riferibile a innumerevoli concetti. Possiamo definire comunicazione quel processo attraverso il quale un mittente, utilizzando un insieme di codici espressivi, formulando un determinato messaggio (codifica) e lo affida a un determinato canale. Il ricevente dovrà fare un lavoro di decodifica per appropriarsi di tale messaggio. La questione è più complicata di così.

Una delle prime questioni riguarda l'intenzionelità che deve sempre accompagnare il processo comunicativo: se quest'intenzionalità venisse a mancare sarebbe utile distinguere tra comunicazione e informazione. In base a tale distinzione, la classe sociale di provenienza dell'interlocutore non sarebbe comunicazione ma informazione. Alcuni studiosi hanno sostenuto che noi comunichiamo sempre. Distinguiamo dal termine "comunicazione" i concetti di intenzione sociale, dialogo e conversazione. Quella più ampio è il primo: si tratta di un concetto centrale nelle scienze sociali. La definizione proposta è una definizione operativa: è come stringere un patto temporaneo tra autore e lettore per potersi intendere quando chi scrive utilizzerà questo termine. Possiamo dire che l'intenzione sociale implica una relazione cooperativa e / o conflittuale fra due o più attori sociali che orientano reciprocamente le loro azioni. Un'interazione sociale richiede una focalizzazione reciproca fra coloro che interagiscono, un'intenzionalità dell'agire e una certa durata nel tempo, oltre alla compresenza nello spazio fisico e/o virtuale. Mentre il concetto di interazione sociale mette un accento sull'agire, quello della comunicazione sottolinea la forma particolare d'azione: l'agire legato all'espressione verbale e non verbale del flusso dei pensieri.

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