Storia: Seconda Rivoluzione Industriale e Prima Guerra Mondiale

Documento di Scuola superiore sulla Seconda Rivoluzione Industriale e Prima Guerra Mondiale. Il Pdf, un riassunto di Storia, esplora le innovazioni tecnologiche, il sistema monetario e finanziario, gli impatti sociali e gli eventi chiave della Grande Guerra, inclusi i trattati di pace.

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35 pagine

Storia
Riassunti
Rossana Pecoraro, VB, A.S. 2024-5
La seconda rivoluzione industriale
La seconda fase dell’industrializzazione
La seconda rivoluzione industriale si differenziò profondamente dalla prima perc le innovazioni tecnologiche
ebbero un impatto molto più marcato sulla società e sullo stile di vita della popolazione, anche grazie all’emergere di
nuove potenze come la Germania e gli Stati Uniti. Tra i suoi caratteri principali vi furono l’accentramento dei
capitali, l’apertura di nuovi settori produttivi, le innovazioni nell’acciaio e nella chimica, e la produzione
standardizzata. Alla base del fenomeno vi furono anche le organizzazioni operaie e sindacali. Tra il 1873 e il 1896 si
verificò la cosiddetta grande depressione, che colpì i settori industriali e agricoli: tra le cause principali ci furono la
crisi dell’economia francese dovuta alla guerra, la concorrenza del grano americano, il declino del settore
ferroviario e lo squilibrio tra domanda e offerta dei beni di consumo. Le conseguenze furono disoccupazione e
migrazioni. La seconda rivoluzione industriale segnò anche l’affermazione del sistema economico capitalistico, con
un forte spostamento di persone, capitali e merci, e il consolidamento degli Stati nazionali con il fenomeno
dell’imperialismo. Tuttavia, si trattò di uno sviluppo disuguale, poiché alcuni paesi, come quelli dell’Europa
orientale e balcanica, rimasero poveri e arretrati. Tra i settori più sviluppati vi furono quello siderurgico, chimico,
energetico, con l’introduzione dell’elettricità e del petrolio. Nel settore siderurgico, Henry Bessemer inventò il
convertitore per produrre acciaio dalla ghisa fusa, fondamentale per la costruzione delle reti ferroviarie; nel 1878 fu
introdotto il processo Thomas per la defosforazione, mentre il forno Siemens-Martin consentì la fusione di ferro e
ghisa partendo da rottami ferrosi. Nel settore chimico, la scoperta dell’anilina da parte di William Perkin diede
impulso all’industria dei coloranti, così come alla produzione di fertilizzanti sintetici. Nel campo energetico si
ricordano la pila di Volta, la dinamo di Faraday, e la lampada a incandescenza di Thomas Edison, che portò alla
diffusione delle reti elettriche e alla nascita della corrente alternata. Nel 1859 fu inventata la torre di trivellazione
per il petrolio e nello stesso periodo nacque la Standard Oil Company: il petrolio veniva utilizzato soprattutto per la
produzione di benzina.
Il nuovo sistema monetario, finanziario e industriale
Come la Germania e gli Stati Uniti, anche la Russia e il Giappone si industrializzarono, mentre il primato
finanziario fu detenuto dal Regno Unito, grazie al monopolio del sistema monetario reso possibile dalla gold
standard, un sistema che prendeva in considerazione solo l’oro per la conversione delle monete, rafforzando il ruolo
della sterlina, che corrispondeva esattamente a 31,1 grammi di oro fino e divenne la moneta di riferimento nel
mercato mondiale. Durante la seconda rivoluzione industriale, i capitali necessari provenivano dalle banche, in
particolare dalle banche d’affari e dalle società finanziarie, istituzioni create per investire e speculare, spesso con
conflitti di interesse. Per questo motivo si svilupparono anche forme di credito alternative, come le casse di
risparmio, basate su depositi e in grado di erogare mutui, e le banche popolari, spesso dislocate fuori dalle grandi
città. Un’alternativa al prestito bancario era rappresentata dalle azioni, ovvero titoli che rappresentano quote del
capitale sociale e danno al possessore il ruolo di socio, con proprietà proporzionale al capitale investito, per cui in
caso di fallimento si perdevano i soldi investiti. Un altro sistema era la borsa valori, dove si potevano acquistare e
vendere azioni, permettendo anche ai piccoli risparmiatori di decidere come investire il proprio denaro, come nel
caso dei titoli di Stato, che garantivano un interesse fisso. Un ulteriore strumento fu la carta moneta, nata dalla
scarsità di metalli, che era convertibile in oro o argento secondo il principio della convertibilità e veniva emessa
dalle banche centrali. Nei paesi industrializzati si affermarono gruppi economici che dominavano un settore e
controllavano l’intero ciclo produttivo: tra questi vi furono i trusts, che riunivano aziende di settori diversi sotto
uno stesso controllo, i cartelli, cioè accordi tra produttori per fissare i prezzi, e si diffuse il monopolio. Negli Stati
Uniti nacquero le Holdings, società madri che controllavano altre aziende tramite partecipazioni incrociate, e
furono introdotte le leggi antitrust, come lo Sherman Act, per limitare il potere dei monopoli. Gli Stati Uniti
adottarono anche politiche protezionistiche, imponendo dazi doganali e rafforzando il ruolo dello Stato
nell’economia.
Gli effetti dell’industrializzazione: crescita da demografica, urbanizzazione e migranti
Durante l’Ottocento si registrò una grande crescita demografica, soprattutto in Europa e Russia, ma il fenomeno fu
disomogeneo: mentre nel Regno Unito la popolazione raddoppiò, in Irlanda si verificò un calo demografico. Il
fenomeno fu ancora più rilevante in America a causa delle migrazioni. Due furono i principali fattori che
determinarono questo andamento: da un lato l’alto tasso di natalità tipico delle società agricole, dall’altro il basso
tasso di mortalità favorito dai progressi scientifici nel campo della medicina, come l’introduzione dei primi vaccini
contro il vaiolo, e dal miglioramento delle condizioni igieniche. Un altro elemento determinante fu l’urbanizzazione,
poiché le nuove generazioni si trasferirono nei centri urbani, portando alla crescita di grandi città industriali come
Londra e Parigi. Di conseguenza si rese necessaria una trasformazione urbana: i centri si arricchirono di uffici e
banche, mentre le periferie ospitarono le fabbriche. Tuttavia, a questa crescita si accompagnò anche la speculazione
edilizia, che portò alla formazione di quartieri degradati. Un fenomeno strettamente collegato alla seconda
rivoluzione industriale furono le migrazioni intercontinentali, che raggiunsero il picco tra il 1880 e il 1914, con
circa un milione di persone all’anno che migravano, soprattutto verso gli Stati Uniti e l’America Latina. Tra i fattori
di espulsione si contarono le difficili condizioni nei paesi di origine, mentre tra i fattori di attrazione nei paesi di
arrivo vi era una maggiore crescita economica e un mercato del lavoro più dinamico. Anche la grande depressione e
il calo dei prezzi del trasporto contribuirono ad alimentare il fenomeno migratorio.

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Anteprima

La seconda rivoluzione industriale

La seconda rivoluzione industriale si differenziò profondamente dalla prima perché le innovazioni tecnologiche ebbero un impatto molto più marcato sulla società e sullo stile di vita della popolazione, anche grazie all'emergere di nuove potenze come la Germania e gli Stati Uniti. Tra i suoi caratteri principali vi furono l'accentramento dei capitali, l'apertura di nuovi settori produttivi, le innovazioni nell'acciaio e nella chimica, e la produzione standardizzata. Alla base del fenomeno vi furono anche le organizzazioni operaie e sindacali. Tra il 1873 e il 1896 si verificò la cosiddetta grande depressione, che colpì i settori industriali e agricoli: tra le cause principali ci furono la crisi dell'economia francese dovuta alla guerra, la concorrenza del grano americano, il declino del settore ferroviario e lo squilibrio tra domanda e offerta dei beni di consumo. Le conseguenze furono disoccupazione e migrazioni. La seconda rivoluzione industriale segnò anche l'affermazione del sistema economico capitalistico, con un forte spostamento di persone, capitali e merci, e il consolidamento degli Stati nazionali con il fenomeno dell'imperialismo. Tuttavia, si trattò di uno sviluppo disuguale, poiché alcuni paesi, come quelli dell'Europa orientale e balcanica, rimasero poveri e arretrati. Tra i settori più sviluppati vi furono quello siderurgico, chimico, energetico, con l'introduzione dell'elettricità e del petrolio. Nel settore siderurgico, Henry Bessemer inventò il convertitore per produrre acciaio dalla ghisa fusa, fondamentale per la costruzione delle reti ferroviarie; nel 1878 fu introdotto il processo Thomas per la defosforazione, mentre il forno Siemens-Martin consentì la fusione di ferro e ghisa partendo da rottami ferrosi. Nel settore chimico, la scoperta dell'anilina da parte di William Perkin diede impulso all'industria dei coloranti, così come alla produzione di fertilizzanti sintetici. Nel campo energetico si ricordano la pila di Volta, la dinamo di Faraday, e la lampada a incandescenza di Thomas Edison, che portò alla diffusione delle reti elettriche e alla nascita della corrente alternata. Nel 1859 fu inventata la torre di trivellazione per il petrolio e nello stesso periodo nacque la Standard Oil Company: il petrolio veniva utilizzato soprattutto per la produzione di benzina.

Il nuovo sistema monetario, finanziario e industriale

Come la Germania e gli Stati Uniti, anche la Russia e il Giappone si industrializzarono, mentre il primato finanziario fu detenuto dal Regno Unito, grazie al monopolio del sistema monetario reso possibile dalla gold standard, un sistema che prendeva in considerazione solo l'oro per la conversione delle monete, rafforzando il ruolo della sterlina, che corrispondeva esattamente a 31,1 grammi di oro fino e divenne la moneta di riferimento nel mercato mondiale. Durante la seconda rivoluzione industriale, i capitali necessari provenivano dalle banche, in particolare dalle banche d'affari e dalle società finanziarie, istituzioni create per investire e speculare, spesso con conflitti di interesse. Per questo motivo si svilupparono anche forme di credito alternative, come le casse di risparmio, basate su depositi e in grado di erogare mutui, e le banche popolari, spesso dislocate fuori dalle grandi città. Un'alternativa al prestito bancario era rappresentata dalle azioni, ovvero titoli che rappresentano quote del capitale sociale e danno al possessore il ruolo di socio, con proprietà proporzionale al capitale investito, per cui in caso di fallimento si perdevano i soldi investiti. Un altro sistema era la borsa valori, dove si potevano acquistare e vendere azioni, permettendo anche ai piccoli risparmiatori di decidere come investire il proprio denaro, come nel caso dei titoli di Stato, che garantivano un interesse fisso. Un ulteriore strumento fu la carta moneta, nata dalla scarsità di metalli, che era convertibile in oro o argento secondo il principio della convertibilità e veniva emessa dalle banche centrali. Nei paesi industrializzati si affermarono gruppi economici che dominavano un settore e controllavano l'intero ciclo produttivo: tra questi vi furono i trusts, che riunivano aziende di settori diversi sotto uno stesso controllo, i cartelli, cioè accordi tra produttori per fissare i prezzi, e si diffuse il monopolio. Negli Stati Uniti nacquero le Holdings, società madri che controllavano altre aziende tramite partecipazioni incrociate, e furono introdotte le leggi antitrust, come lo Sherman Act, per limitare il potere dei monopoli. Gli Stati Uniti adottarono anche politiche protezionistiche, imponendo dazi doganali e rafforzando il ruolo dello Stato nell'economia.

Gli effetti dell'industrializzazione: crescita demografica, urbanizzazione e migranti

Durante l'Ottocento si registrò una grande crescita demografica, soprattutto in Europa e Russia, ma il fenomeno fu disomogeneo: mentre nel Regno Unito la popolazione raddoppiò, in Irlanda si verificò un calo demografico. Il fenomeno fu ancora più rilevante in America a causa delle migrazioni. Due furono i principali fattori che determinarono questo andamento: da un lato l'alto tasso di natalità tipico delle società agricole, dall'altro il basso tasso di mortalità favorito dai progressi scientifici nel campo della medicina, come l'introduzione dei primi vaccini contro il vaiolo, e dal miglioramento delle condizioni igieniche. Un altro elemento determinante fu l'urbanizzazione, poiché le nuove generazioni si trasferirono nei centri urbani, portando alla crescita di grandi città industriali come Londra e Parigi. Di conseguenza si rese necessaria una trasformazione urbana: i centri si arricchirono di uffici e banche, mentre le periferie ospitarono le fabbriche. Tuttavia, a questa crescita si accompagnò anche la speculazione edilizia, che portò alla formazione di quartieri degradati. Un fenomeno strettamente collegato alla seconda rivoluzione industriale furono le migrazioni intercontinentali, che raggiunsero il picco tra il 1880 e il 1914, con circa un milione di persone all'anno che migravano, soprattutto verso gli Stati Uniti e l'America Latina. Tra i fattori di espulsione si contarono le difficili condizioni nei paesi di origine, mentre tra i fattori di attrazione nei paesi di arrivo vi era una maggiore crescita economica e un mercato del lavoro più dinamico. Anche la grande depressione e il calo dei prezzi del trasporto contribuirono ad alimentare il fenomeno migratorio.

Borghesia, progresso e positivismo

L'Ottocento è considerato il secolo della borghesia sia dal punto di vista economico che da quello dei valori. I valori borghesi erano fondati sull'impegno e sull'operosità, finalizzati a far fruttare il talento individuale, in contrasto con il principio aristocratico basato sul possesso di titoli nobiliari o di terre. Il settore privilegiato dalla borghesia fu l'industria, ma anche le libere professioni. L'ascesa sociale era legata alla creazione di ricchezza attraverso le imprese, assumendosi il rischio dell'investimento. Il modello borghese includeva la famiglia, l'impegno lavorativo, ma soprattutto il denaro e il profitto. Tuttavia, all'interno della borghesia vi erano differenze, tanto che nei vagoni dei treni si distinsero prima, seconda e terza classe, così come si parlava di alta, media e bassa borghesia. A emergere fu soprattutto la borghesia media, composta da piccoli e medi imprenditori. Il ceto medio crebbe per la necessità di impiegati nelle amministrazioni pubbliche, aumentando così il numero di tecnici e impiegati, non solo nello Stato ma anche in altri settori. Tutto ciò fu reso possibile dai progressi scientifici, ed è per questo che durante l'Ottocento si sviluppò un crescente interesse per l'università. Tra le principali invenzioni della seconda rivoluzione industriale vi furono il telegrafo di Morse, che rese possibili le comunicazioni intercontinentali, e la radio telegrafia di Marconi. L'italiano Antonio Meucci inventò il telefono. Nel 1892 fu inventata la pellicola cinematografica da Edison, poi perfezionata da August e Louis Lumière, che inventarono di fatto il cinema. Si rivoluzionò anche il settore dei trasporti, con la costruzione dei trafori alpini, delle linee transcontinentali come quella da New York a San Francisco, e con l'invenzione della nave a elica. Infine Karl Benz inventò la prima automobile con motore a scoppio, dotata di carburatore, raffreddamento ad acqua, accensione elettrica e sterzo; tra le prime a guidarla vi fu Berta Benz, moglie dell'ingegnere, che percorse 100 km. Un'altra invenzione importante fu quella del sottovuoto e delle celle frigorifere, che permisero il trasporto intercontinentale di merci deperibili.

Il movimento operaio: prima e seconda internazionale

Con lo sviluppo del capitalismo vi fu la crescita del proletariato perché si presero coscienza delle condizioni degli operai nelle industrie mondiali, portando le correnti socialiste a unirsi ispirandosi al pensiero di Karl Marx. A Londra nacque la Prima Internazionale, di cui Marx scrisse la carta costitutiva, e che accoglieva proudhoniani, cartisti, lassalliani, anarchici e mazziniani. Alla base c'era la lotta di classe come mezzo per ottenere l'emancipazione economica, il potere politico e il controllo dei mezzi di produzione. Le numerose differenze ideologiche provocarono forti scontri: i proudhoniani erano contrari al potere politico centralizzato e quindi alla dittatura del proletariato proposta da Marx; i mazziniani rifiutavano le sue idee per motivi morali e religiosi, per il rapporto collaborativo tra capitale e lavoro e per l'importanza data alla questione nazionale; nel 1869 si allontanarono i lassalliani tedeschi, contrari alla lotta di classe; gli anarchici, rappresentati da Michail Bakunin, lasciarono la Prima Internazionale perché per loro lo Stato era la negazione della libertà, e ritenevano che il potere politico andasse abolito in favore di un'emancipazione da ogni autorità e di un ordine naturale. Bakunin era contrario ai partiti operai, alla dittatura del proletariato, all'egemonia operaia e alla società comunista, e sosteneva invece la rivoluzione spontanea, il coinvolgimento dei sottoproletari, la distruzione dello Stato e la creazione di piccole comunità autonome. Nel 1872, durante il congresso dell'Aia, vi fu la rottura definitiva tra Marx e Bakunin. Nacquero così i partiti operai socialdemocratici, come l'SPD in Germania (1875), mentre gli anarchici fondarono l'Internazionale anarchica antiautoritaria, che però non ebbe successo. Nel 1876, a Philadelphia, la Prima Internazionale fu sciolta. Nel 1889 nacque la Seconda Internazionale, con sede a Bruxelles e con un approccio più coordinato ma meno vincolante, superando l'impostazione marxista rigida della prima. Al suo interno emerse la divisione tra riformisti e rivoluzionari: i primi puntavano su riforme graduali come assicurazioni o diritto di sciopero, sostenendo il programma minimo che sarebbe poi stato proprio dei socialisti; i secondi, i massimalisti, sostenevano il programma massimo, di stampo rivoluzionario, posizione che in seguito sarà propria dei comunisti. Eduard Bernstein teorizzò il revisionismo, ovvero la rilettura evoluzionistica del marxismo, proponendo riforme progressiste anche con l'aiuto della borghesia illuminata, per una transizione pacifica al socialismo. Un tratto distintivo della Seconda Internazionale fu il pacifismo, cioè il ripudio della guerra, principio che sarà poi ripreso anche dalla Costituzione italiana. Tuttavia, l'internazionalismo pacifista crollò con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, secondo i socialisti a causa dell'adesione degli operai al nazionalismo.

Il pensiero sociale della chiesa cattolica

La Chiesa si convince a interessarsi alla questione sociale promuovendo la partecipazione dei fedeli alla vita politica. In passato non fu così: un esempio è l'enciclica Quanta cura di Papa Pio IX, pubblicata nel 1864, che condannava liberalismo, socialismo e positivismo. Le idee moderne erano considerate errori della modernità e riassunte nel Sillabo, dove si affermava la superiorità della fede sulla ragione. Nonostante ciò, nacquero movimenti cattolici meno estremi. In Italia nacque il cattolicesimo sociale, con la formazione di società di mutuo soccorso e casse rurali per sostenere i ceti rurali. Nel 1875 nacque l'Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici, che riuniva le associazioni cattoliche per contrastare il socialismo. Papa Leone XIII, più moderno, nel 1891 pubblicò la Rerum Novarum, dando origine ufficiale al cattolicesimo sociale, in cui si rivendicava la tutela della proprietà privata come diritto naturale, ma allo stesso tempo si affermava la necessità di ridurre le disuguaglianze sociali. L'enciclica denunciava lo sfruttamento salariale e sosteneva la giusta mercede, promuovendo un'armonia sociale fondata sul modello corporativo. Lo sciopero era considerato un atto satanico, poiché doveva esistere un rapporto di amore reciproco tra datore di lavoro e operaio. Leone XIII riconosceva l'esistenza del problema e invitava ad adottare il

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