Il Parlar Figurato: analisi delle figure retoriche e dei tropi

Documento dall'Università degli Studi Roma Tre su Il Parlar Figurato. Il Pdf esplora le figure retoriche, analizzando concetti come tropi, catacresi, metafore, sinestesie, metonimie, sineddoche, metalessi e antonomasia, offrendo definizioni ed esempi dettagliati per lo studio universitario.

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IL Parlar Figurato
Comunicazione e persuasione (Università degli Studi Roma Tre)
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IL Parlar Figurato
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IL PARLAR FIGURATO.
Manualetto di gure retoriche.
Bice Mortara Garavelli.
LE FIGURE DEL DISCORSO (CAP. 1)
1. Classificazioni tradizionali.
Nella lingua parlata troviamo quelle che vengono definite figure del discorso. Esse sono
schemi secondo i quali si può modellare l’espressione del pensiero. Le figure del pensiero si
possono paragonare a quelle geometriche in quanto hanno una struttura che si può
descrivere nelle sue regolarità, sono forme astratte, esemplari, a cui possiamo ricondurre i
lineamenti e le raffigurazioni degli oggetti più disparati. Nella retorica classica, la
classificazioni degli elementi e delle procedure che costituiscono il parlar figurato
apparteneva all’ambito della elocutio: l’atto di dare forma linguistica alle idee. L’elocutio si
basava sul presupposto che esistesse una separazione tra le “cose” (res), cioè i contenuti, e il
loro rivestimento verbale (verba). Le risorse della lingua erano viste come abbellimenti da
dare all’involucro delle idee. Si elencavano i “vizi” e le “virtù” dei vari modi di esprimersi e
si spiegava quando, perché e come era consentito deviare” dall’espressione normale per
accrescere eleganza ed efficacia. La deviazione consentita si chiamava licenza e aveva il
potere di trasformare un vizio in una virtù. La qualità più minuziosamente descritta e
prescritta era l’ornatus (ornamento), ossia tutto ciò che vivezza, splendore, sapore e
leggiadria all’espressione, la rende elegante e agguerrita. Le teorie dell’ornatus
comprendevano le classificazioni delle figure:
- distinte in tropi, figure di parola e figure di pensiero;- e le regole della composizione ( il
ritmo, le cadenze, i membri nelle frasi, le parole in sequenze) in modo da far risultare il tutto
armonioso.Nella tradizione retorica si impose la tradizione delle figure retoriche come
ornamenti. Quintiliano, nel I sec. d.c, definì la figura come “elemento costitutivo del
discorso, che si allontana dagli usuali e quotidiani modi di esprimersi”.
1.1 I tropi.
Il significato originario del termine tropo è “svolta”. Questa si ha quando un’espressione
viene trasferita dal contenuto che le si riconosce come “proprio” a un altro e si applica per
estensione ad altri soggetti, operazioni, modi di essere ecc. i diversi procedimenti attraverso
i quali si generano i significati caratterizzano le singole figure, che sono dette traslati.
ES. il vocabolo “stella” passa per (estensione) dal significato di “astro” a quello di
“attrice del cinema”.Secondo una definizione più recente, un tropo è “un’irregolarità di
contenuto messa in rilievo”. Esso coinciderebbe dunque con una rottura delle attese alle
quali il contesto ci indirizza. Non si è mai giunti a una vera e propria differenza tra tropo e
figura. Ma la regola a cui far riferimento per differenziarli è che il tropo si riferisce solo a
una parola, mentre la figura è formata dall’insieme di più parole. Negli anni ‘60 alcuni
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IL Parlar Figurato

Comunicazione e persuasione (Università degli Studi Roma Tre) Scansiona per aprire su Studocu Studocu non è sponsorizzato o supportato da nessuna università o ateneo. Scaricato da Elettra Possidoni (laboratoriocircomaximo@gmail.com)IL PARLAR FIGURATO. Manualetto di figure retoriche. Bice Mortara Garavelli.

LE FIGURE DEL DISCORSO (CAP. 1)

1. Classificazioni tradizionali.

Nella lingua parlata troviamo quelle che vengono definite figure del discorso. Esse sono schemi secondo i quali si può modellare l'espressione del pensiero. Le figure del pensiero si possono paragonare a quelle geometriche in quanto hanno una struttura che si può descrivere nelle sue regolarità, sono forme astratte, esemplari, a cui possiamo ricondurre i lineamenti e le raffigurazioni degli oggetti più disparati. Nella retorica classica, la classificazioni degli elementi e delle procedure che costituiscono il parlar figurato apparteneva all'ambito della elocutio: l'atto di dare forma linguistica alle idee. L'elocutio si basava sul presupposto che esistesse una separazione tra le "cose" (res), cioè i contenuti, e il loro rivestimento verbale (verba). Le risorse della lingua erano viste come abbellimenti da dare all'involucro delle idee. Si elencavano i "vizi" e le "virtù" dei vari modi di esprimersi e si spiegava quando, perché e come era consentito "deviare" dall'espressione normale per accrescere eleganza ed efficacia. La deviazione consentita si chiamava licenza e aveva il potere di trasformare un vizio in una virtù. La qualità più minuziosamente descritta e prescritta era l'ornatus (ornamento), ossia tutto ciò che dà vivezza, splendore, sapore e leggiadria all'espressione, la rende elegante e agguerrita. Le teorie dell'ornatus comprendevano le classificazioni delle figure:

  • distinte in tropi, figure di parola e figure di pensiero ;- e le regole della composizione ( il ritmo, le cadenze, i membri nelle frasi, le parole in sequenze) in modo da far risultare il tutto armonioso.Nella tradizione retorica si impose la tradizione delle figure retoriche come ornamenti. Quintiliano, nel I sec. d.c, definì la figura come "elemento costitutivo del discorso, che si allontana dagli usuali e quotidiani modi di esprimersi".

1.1 I tropi.

Il significato originario del termine tropo è "svolta". Questa si ha quando un'espressione viene trasferita dal contenuto che le si riconosce come "proprio" a un altro e si applica per estensione ad altri soggetti, operazioni, modi di essere ecc. i diversi procedimenti attraverso i quali si generano i significati caratterizzano le singole figure, che sono dette traslati. ES. il vocabolo "stella" passa per (estensione) dal significato di "astro" a quello di "attrice del cinema".Secondo una definizione più recente, un tropo è "un'irregolarità di contenuto messa in rilievo". Esso coinciderebbe dunque con una rottura delle attese alle quali il contesto ci indirizza. Non si è mai giunti a una vera e propria differenza tra tropo e figura. Ma la regola a cui far riferimento per differenziarli è che il tropo si riferisce solo a una parola, mentre la figura è formata dall'insieme di più parole. Negli anni '60 alcuni This document is available on studocu Scaricato da Elettra Possidoni (laboratoriocircomaximo@gmail.com)studiosi del Gruppo di Liegi denominarono le figure metabole, e le ordinarono secondo le procedure che le generano: "grammaticali" riguardanti l'espressione, e "logiche" riguardanti l'organizzazione del contenuto. Altre sono state classificate secondo i livelli linguistici (morfologico, fonologico sintattico ecc.).

COME CREARE SIGNIFICATI COMPLESSI (CAP.2)

1. Quando un senso figurato diventa il senso "proprio": la catacresi.

  • CATACRESI: Termine di cui ci serviamo per dire che un senso figurato è diventato abituale, e quindi "proprio" di una determinata parola o locuzione.ES. Il collo della bottiglia (le bottiglie non hanno un collo eppure questa espressione, come altre, viene riportata in dizionari di alto livello). Altri esempi: le catene delle montagne, stare ai piedi dell'albero, le gambe del tavolo ecc. Un tropo si trasforma in catacresi semplicemente diventando abituale. La "necessità" è quello che contribuisce in modo massiccio a determinare una catacresi e può presentarsi in casi in cui si presenti una mancanza o insufficienza nel lessico di una lingua. Quando si deve designare un oggetto o una nozione per cui in una lingua non possiede un vocabolo specifico si ricorre o a un neologismo o all'uso estensivo di un termine già esistente in quella lingua. La catacresi si può definire come un fattore di polisemia, ovvero di pluralità di significati per una stessa parola. Essa ha dunque la funzione di riempire un vuoto nel lessico. Nel caso in cui siamo di fronte a un tropo o una catacresi spenta, essi si possono sempre rivitalizzare.

2. La metafora.

  • METAFORA: E' un meccanismo presente in ogni lingua, a disposizione di tutti. Definire la metafora in modo sintetico è un'impresa utopica, in quanto ha una pluralità di significati. Quella tradizionale, del tutto insoddisfacente, è la seguente: sostituzione di una parola con un'altra il cui senso letterale ha una qualche somiglianza col senso letterale della parola sostituita. Il procedimento che genera la metafora è la contrazione di un paragone: un'entità viene a identificarsi con quella con cui è confrontata. Da cui deriva la definizione di metafora come: "similitudine abbreviata". ES. Quel ragazzino è uno scoiattolo. = Quel ragazzino è agile e svelto come uno scoiattolo. Ma i rapporti tra metafora e paragone non sono così semplici. Le differenze non si riducono alla presenza di come, che è il segno esplicito del confronto. Quando si fa un paragone si mostrano separatamente le affinità e le differenze tra le due entità confrontate, mentre in una metafora le due entità vengono fuse in una. La metafora è stata definita la "regina delle figure", e si possono distinguere vari tipi. Come le metafore "d'uso" e quelle di "invenzione". Le prime sono catacresi di metafore, a cui aggiungiamo stereotipi che non hanno smesso di essere percepiti come traslati. Sono dette anche metafore di denominazione perché servono a dare un nome ad entità che non ne hanno un altro. Altri stereotipi metaforici, come "a monte di ... ", "al limite" ecc, prima di essere metafore d'uso sono stati metafore di invenzione. Una delle convinzioni più radicate quando siamo di fronte a una Scaricato da Elettra Possidoni (laboratoriocircomaximo@gmail.com)metafora, è che il meccanismo metaforico sia azionato dalla somiglianza, dall'analogia tra due entità: il metaforizzato e il metaforizzante. Possiamo trovare delle metafore originali, le quali sono tanto più potenti quanto più creano somiglianze prima non percepite. Ci sono anche metafore come "similitudini abbreviate" le quali si basano sul meccanismo dell'analogia. Talora sono le metafore stesse a creare analogia, così cogliendo alcuni aspetti della realtà (metafore di invenzione): es. Alzai gli occhi al cielo, mentre il cuore faceva la trottola.

3. Colori come rumori, suoni come immagini, odori come sapori e via scambiando: le sinestesie.

  • SINESTESIE: E' un tipo di metafora che consiste nel trasferimento di un significato dall'uno all'altro dominio percettivo. Il termine è anche usato in psicologia per indicare un'associazione mentale costante che si può compiere, ad esempio, tra un'immagine e un suono. L'aggettivo dolce, per l'abbondanza delle sue prestazioni, è un campione insuperato di sinestesia. ES. colore caldo/freddo/stridente, un silenzio freddo/glaciale, profumo fresco/dolciastro/amaro, voce calda /fredda, dolce: sapore/cibo/luce/ contatto/profumo/carattere/persona/paesaggio/curva ecc.

4. "Suonare Mozart in San Pietro: le metonimie.

  • METONIMIE: sostituzione di una parola con un'altra il cui senso letterale ha un rapporto di dipendenza/contiguità logica o materiale con il senso letterale della parola sostituita (Entità 1 : Entità 2 = Causa : Effetto), oppure che le corrisponde per legami di reciproca dipendenza (contenente/contenuto, occupante/luogo occupato, proprietario/ proprietà materiale o morale ecc). I principali tipi metonimici rispondo ad alcune delle domande relative ai loci o "luoghi comuni": "per opera di chi? Perché? < rapporti causa-effetto> Dove? < metonimie del luogo, di contenente e contenuto> In che modo? < relazioni tra qualità e portatori delle stesse>). Ci si serve della causa per nominare l'effetto quando si nominano: l'autore per l'opera (leggere Leopardi), il produttore per il prodotto (una gucci), il proprietario per la cosa posseduta ( al prossimo isolato c'è Luigi), il patrono per la Chiesa (in San Pietro), la divinità mitologica per i suoi attributi o la sua sfera d'influenza ( Venere per amore). Con le seguenti metonimie si esprimono rapporti di interdipendenza in ambiti svariati: del contenente per il contenuto ( bere un'intera bottiglia), dello strumento per chi lo adopera ( il primo violino), del fisico per il morale (cervello, per intelligenza), delle qualità per chi ne è fornito o dell'astratto per il concreto (bellezze per belle donne e gioventù per i giovani), del luogo per gli abitanti (Italia per italiani), della località di produzione per il prodotto (Barolo per le colline Barolo), della marca per il prodotto (una fiat per la macchina).

5. Il più per il meno e il meno per il più: la sineddoche.

  • SINEDDOCHE: Consiste nell'esprimere una nozione con una parola che, di per sé, denota un'altra nozione, e questa ha con la prima un rapporto qualitativo: come quando si nomina la parte per il tutto o il tutto per la parte, il singolare per il plurale o viceversa, la specie per il genere o viceversa. La sineddoche è stata definita come una "metonimia di relazione qualitativa", nei due tipi: dal più al meno e dal meno al più. Nel primo caso si This document is available on studocu Scaricato da Elettra Possidoni (laboratoriocircomaximo@gmail.com)trovano le sineddoche generalizzate, si nomina il più per il meno, il concetto più ampio per indicare quello più ristretto (ieri ho letto pinocchio, per qualche pagine di .. ). il secondo tipo è la sineddoche particolarizzante, si nomina la parte per indicare il tutto.

6. Metonimia e sineddoche come focalizzazioni di componenti del significato (tratti semantici).

Ci sono due insiemi di dispositivi del discorso, la metonimia e la sineddoche, che hanno dei caratteri in comune: condividono il fatto di essere "figure di continuità", le nozione che vengono "scambiate" nominando la causa per l'effetto, la parte per il tutto ecc. sono reciprocamente "vicine" e in vario modo dipendono l'una dall'altra. Entrambe risultano da una messa a fuoco di elementi del significato. Metonimia e sineddoche si distinguono dalla metafora ma danno l'impressione di confluire in quest'ultima. Negli ultimi dieci anni si cercato di spiegare la metafora o come il risultato di "due metonimie in cortocircuito", o come il prodotto di due sineddochi.

7. Più traslati in uno: la metalessi.

  • METALESSI O METALEPSI: Indica l'accumularsi o il fondersi di più figure in una. In passato la definivano come "un effetto presente attribuito a una causa remota" e volevano dire che tra la causa e l'effetto non c'era collegamento diretto, ma si doveva passare per uno o più anelli intermedi, che venivano omessi. ES. Post aliquot Aristas (dopo alcuni anni). Aristas=resta=grano=raccolto=estate=anno (sono una serie di relazione sineddochiche).A questo tipo di metalessi si addice questa definizione: sostituzione di un termine con un traslato prodotto da passaggi impliciti attraverso più nozioni che rimangono sottintese e che sono l'una rispetto all'altra sineddochi, metonimie, metafore alternative o coesistenti. Potremmo pensare alla metalessi come a un contenitore, o meglio a un dispositivo che funziona se messo in moto da altre figure.

8. Qualcuno o qualcosa "per eccellenza": l'antonomasia.

  • ANTONOMASIA: E' la sostituzione di un nome con un epiteto o una perifrasi atti a esprimere una caratteristica considerata distintiva dell'individuo, oggetto, fatto ecc. di cui è sostituito il nome. La figura dell'antonomasia si lega ad altre. ES. L'Onnipotente (Dio), l'italiano (nato in Italia), la capitale del cinema (Hollywood). L'antonomasia è una perifrasi ma anche una variante della sineddoche. Infatti Fontanier la classifica come sineddoche dell'individuo indicando le seguenti caratteristiche:
    1. un nome comune che sta per un nome proprio (il filosofo). Dal punto di vista grammaticale un nome specifico viene sostituito con uno generico;
    2. un nome proprio funziona come un nome comune (Einstein= un genio);
    3. un nome proprio sta per un altro nome proprio. L'antonomasia può originarsi da uno pseudonimo;

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