Comunicazione e conoscenza: oralità, scrittura, memoria e parentela

Documento di Università sulla comunicazione e conoscenza. Il Pdf esplora le differenze tra comunicazione orale e scritta, analizzando come la scrittura influenzi il pensiero e la memoria, con un focus sulla psicologia.

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45 pagine

Parte Terza: Comunicazione e conoscenza
Capitolo 1: Oralità e scrittura
1. Comunicazione orale e comunicazione scritta
La scrittura condiziona il nostro modo di comunicare oralmente, ci influenza nel modo in cui ci esprimiamo,
le nostre menti non possono pensare a una parola se non in forma di una parola scritta.
Culture a oralità ristretta, società presso le quali esiste una scrittura diffusa, ne sono esempi la
nostra cultura, quella araba, cinese ecc.
Culture a oralità primaria, società che indipendemente dalla loro complessità sul piano politico,
economico e amministrativo, non conoscevano nessuna forma di scrittura, esempi sono l’impero
precolombiano degli Inca ecc.
Sino al III millennio a.C. l’umanità non conosceva la scrittura che fece la sua comparsa in quell'epoca
nell’area mesopotamica. La scrittura venne sviluppata a partire da alcuni sistemi di calcolo, che col tempo,
videro gli oggetti con funzioni mnemoniche, sostituiti da segni aventi ciascuno un proprio significato. Oggi
non esistono più società a “oralità primaria”, anche laddove l’analfabetismo è diffuso, la scrittura esercita la
sua influenza attraverso leggi e altro in pratica dai prodotti di uno Stato nazione.
Culture a oralità diffusa, si indica che lo stile comunicativo prevalente delle società, non è stato
completamente influenzato dallo stile della comunicazione scritta.
La dimensione orale della comunicazione corrisponde, in assenza della scrittura, a modi di pensare che
sono diversi da quelli di soggetti abituati a maneggiare i segni di un alfabeto grafico. Alcuni autori hanno
ipotizzato che in conseguenza a questo fatto le persone scolarizzate non possono cogliere completamente
il senso che le parole hanno in un contesto nel quale esse vengono pronunciate o ascoltate da individui
all'oscuro della scrittura. Walter Ong, afferma che quando noi definiamo “lettura orale” le poesie, i canti e le
leggende di certi popoli trasmessi oralmente commettiamo un errore, perché riduciamo queste forme
espressive a una variante imperfetta della letteratura scritta.
Oggi i cantastorie (griot africani) anche quando potrebbero avvalersi della scrittura per trasmettere i testi
recitati, essi preferiscono mantenere un metodo improntato all'oralità, ciò significa che per imparare la storia
di un capo o di un eroe, si affidano a mezzi mnemonici, come le ripetizioni che aiutino a ricordare, derivanti
da uno stile di pensiero tipico delle culture a oralità primaria.
Nelle società postindustriali vi è una regressione dell’oralità, il linguaggio televisivo, e le altre forme di
trasmissione delle informazioni per immagini abbiano comportato una regresso sul piano della ricchezza
lessicale e delle conoscenze linguistiche da parte di certe fasce sociali e d’età.
I soggetti che vivono in culture senza scrittura, o dove è penetrata parzialmente, non possono essere
definiti analfabeti, nel senso che prende nelle società ricche e ipertecnologiche che è un fattore di
marginalizzazione, esclusione e povertà.
2. Parola, corpo e percezione del mondo
La dimensione orale corrisponde a un modo di esprimersi diverso da quello tipico delle culture dotate di
scrittura diffusa. In assenza di scrittura le parole non hanno una vera e propria esistenza visiva, sono solo
degli eventi, cioè che accadono in un momento preciso, quando vengono pronunciati, e con esso
svaniscono. La loro efficacia sembra essere legata al momento in cui vengono pronunciate. Spesso, per
accentuare la forza espressiva dei discorsi o dei racconti, la narrazione viene accompagnata da una
gestualità ben precisa: certi discorsi prevedono determinati gesti e non altri, certe posture del corpo o certe
inflessioni della voce ben determinate e non altre. Marcel Jousse definisce queste lingue verbo motorie, per
dire che mostrano un legame molto forte tra i modelli ritmici del discorso orale da una parte e la
respirazione e i gesti dall'altra.
A proposito degli isolani delle Trobriand Malinowski sostenne che il linguaggio era un modo dell'azione più
che del pensiero: nelle culture orali le parole si caricano in certe circostanze, come formule magiche o miti,
di un potere causativo importante, come se il dire fosse quasi un fare.
Si può allora capire perché spesso si attribuisca ai nomi di persone, divinità e cose un potere sulle cose e
sugli esseri umani. La parola è un potere perchè nomina le cose. Nominare le cose vuol dire definirle,
classificarle, porre all’attenzione degli altri. É probabilmente per questo che presso certi popoli gli individui
hanno nomi segreti e presso altri non è educato rivolgersi a una persona con il suo nome piuttosto che un
soprannome o con un etnonimo (appellativo che evidenzia la relazione della persona rispetto a un'altra
“padre di X”).
3. Scrittura, oralità, memoria
Una differenza tra le culture orali e le culture con scrittura è nella presenza di queste ultime di tecniche
elaborate di conservazione della memoria, quindi di trasmissione del sapere. Laddove la scrittura non è
presente l’unico modo per ricordare lunghe sequenze argomentative è pensare per “modelli mnemonici”
che possono funzionare per un rapido recupero orale. Questo modo di trasmettere la memoria e le
conoscenze ha un riflesso sul tipo di memoria e di conoscenza che si trasmette. Ciò porta a produrre effetti
"omeostatici", cioè che tende a eliminare tutto ciò che non ha interesse per il presente.
Tutte le culture anche quelle dotate di scrittura e di tecnologie informatiche tendono a operare selezioni
sulla propria memoria. Una caratteristica di tutte le culture è quella di essere selettive.
Nelle società prive di scrittura non si ha conoscenza dell’inutile. Una leggenda, un mito, un racconto
vengono raccontati perché hanno un significato per il presente.
Esempi di effetti omeostatici della trasmissione orale della memoria sono le genealogie di ceri
popoli le quali vengono modificate in base all’uso politico che essi ne fanno nel presente. Presso
alcuni popoli le genealogie, cioè gli elenchi dei nomi degli individui che collegano le persone viventi
con antenati molto distanti, non sono affatto le memorie storiche del passato, ma bensì le
giustificazioni delle relazioni esistenti allo stato presente.
4. Oralità ed esperienza
Un dato cruciale delle culture a oralità diffusa è la dimensione dell’esperienza concreta, se il rapporto tra la
parola e l’esperienza concreta viene meno, il significato della parola tende ad alterarsi o perdersi. Il
pensiero fondato sulla comunicazione orale ha un carattere concreto piuttosto che astratto.
Devono essere ricordate le ricerche condotte dallo psicologo russo, Aleksandr Lurija all’inizio degli anni
Trenta del secolo scorso, in Uzbekistan, che partivano dalla considerazione dalla considerazione del
contesto pratico e di esperienza concreta in cui si articola il pensiero umano. Egli seguì le indicazioni di Lev
Vygotskij che aveva chiarito come lo sviluppo per il pensiero umano non fosse qualcosa di puramente
naturale ma prodotto da processi combinati di natura psichica e sociale, cioè come dice Lurija,
l’attività psico-cognitiva dei soggetti in relazione al contesto materiale, pratico e concreto si trovano ad
operare in un contesto di esperienza. Lurija presentò a tre categorie di individui (preletterati, semi
alfabetizzati e pienamente scolarizzati) alcuni quesiti elementari di geometria e logica formale che
contribuirono a fargli comprendere meglio il funzionamento dei processi cognitivi nelle culture orali.
- Cominciò presentando ai preletterati figure geometriche, cerchio e rettangolo, e veniva loro chiesto di
spiegare di che si trattasse, rispondendo nel caso del cerchio che si doveva trattare del sole, luna,
piatto, setaccio, orologio; mentre di uno specchio, porta, casa erano risposte frequenti per la figura
rettangolare. Gli individui scolarizzati avevano invece dato risposte "esatte" a quello che avevano
imparato a scuola, in un contesto altamente astratto lontano dall’esperienza concreta.
- Lurija poi, sottopose ad altri individui figure di oggetti che essi sapevano riconoscere e di cui si
richiede di distinguere dei sottoinsiemi, come per esempio un martello, un'ascia, una sega e un
ceppo. Veniva loro chiesto di separare gli oggetti che potevano essere qualificati da uno stesso
termine, come per esempio “strumento”. I soggetti preletterati li raggruppavano sempre tutti e quattro
insieme, perché, stando alle loro risposte, questi quattro oggetti costituivano un contesto pratico
indivisibile. Quando Lurija faceva osservare che il ceppo non era uno strumento essi risposero che
se si hanno gli strumenti ma non il legno non si costruisce nulla.
- Altrettanto significative furono le risposte date a Lurija dagli intervistati di fronte a quesiti di logica
formale. Al quesito “all'estremo nord, dove c'è la neve, tutti gli orsi sono bianchi. La Terranova sta
all'estremo nord e lì c'è sempre la neve. Di che colore sono gli orsi?” i preletterati risposero di non
saperlo, che loro avevano visto solo orsi neri e che ogni località ha i suoi animali. Gli individui
scolarizzati invece rispondevano che gli orsi sono tutti bianchi.
La logica formale quindi appare come il prodotto dell'alfabetizzazione. Ciò non significa che i soggetti di
Luria pensavano in modo sbagliato. I suoi esperimenti furono piuttosto la dimostrazione che una cultura
orale non riesce a pensare in termini di figure geometriche, categorie o definizioni astratte afferrabili come
tali solo da un pensiero che ha avuto modo di confrontarsi con la scrittura.
I soggetti che hanno interiorizzato la scrittura, si può dire, pensano in maniera tendenzialmente diversa da
coloro che si muovono in ambienti orali. La scrittura consente l'acquisizione di un pensiero più ampio di

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Comunicazione e conoscenza

Oralità e scrittura

Comunicazione orale e comunicazione scritta

La scrittura condiziona il nostro modo di comunicare oralmente, ci influenza nel modo in cui ci esprimiamo, le nostre menti non possono pensare a una parola se non in forma di una parola scritta.

  • Culture a oralità ristretta, società presso le quali esiste una scrittura diffusa, ne sono esempi la nostra cultura, quella araba, cinese ecc.
  • Culture a oralità primaria, società che indipendemente dalla loro complessità sul piano politico, economico e amministrativo, non conoscevano nessuna forma di scrittura, esempi sono l'impero precolombiano degli Inca ecc.

Sino al III millennio a.C. l'umanità non conosceva la scrittura che fece la sua comparsa in quell'epoca nell'area mesopotamica. La scrittura venne sviluppata a partire da alcuni sistemi di calcolo, che col tempo, videro gli oggetti con funzioni mnemoniche, sostituiti da segni aventi ciascuno un proprio significato. Oggi non esistono più società a "oralità primaria", anche laddove l'analfabetismo è diffuso, la scrittura esercita la sua influenza attraverso leggi e altro in pratica dai prodotti di uno Stato nazione.

  • Culture a oralità diffusa, si indica che lo stile comunicativo prevalente delle società, non è stato completamente influenzato dallo stile della comunicazione scritta.

La dimensione orale della comunicazione corrisponde, in assenza della scrittura, a modi di pensare che sono diversi da quelli di soggetti abituati a maneggiare i segni di un alfabeto grafico. Alcuni autori hanno ipotizzato che in conseguenza a questo fatto le persone scolarizzate non possono cogliere completamente il senso che le parole hanno in un contesto nel quale esse vengono pronunciate o ascoltate da individui all'oscuro della scrittura. Walter Ong, afferma che quando noi definiamo "lettura orale" le poesie, i canti e le leggende di certi popoli trasmessi oralmente commettiamo un errore, perché riduciamo queste forme espressive a una variante imperfetta della letteratura scritta.

Oggi i cantastorie (griot africani) anche quando potrebbero avvalersi della scrittura per trasmettere i testi recitati, essi preferiscono mantenere un metodo improntato all'oralità, ciò significa che per imparare la storia di un capo o di un eroe, si affidano a mezzi mnemonici, come le ripetizioni che aiutino a ricordare, derivanti da uno stile di pensiero tipico delle culture a oralità primaria.

Nelle società postindustriali vi è una regressione dell'oralità, il linguaggio televisivo, e le altre forme di trasmissione delle informazioni per immagini abbiano comportato una regresso sul piano della ricchezza lessicale e delle conoscenze linguistiche da parte di certe fasce sociali e d'età.

I soggetti che vivono in culture senza scrittura, o dove è penetrata parzialmente, non possono essere definiti analfabeti, nel senso che prende nelle società ricche e ipertecnologiche che è un fattore di marginalizzazione, esclusione e povertà.

Parola, corpo e percezione del mondo

La dimensione orale corrisponde a un modo di esprimersi diverso da quello tipico delle culture dotate di scrittura diffusa. In assenza di scrittura le parole non hanno una vera e propria esistenza visiva, sono solo degli eventi, cioè che accadono in un momento preciso, quando vengono pronunciati, e con esso svaniscono. La loro efficacia sembra essere legata al momento in cui vengono pronunciate. Spesso, per accentuare la forza espressiva dei discorsi o dei racconti, la narrazione viene accompagnata da una gestualità ben precisa: certi discorsi prevedono determinati gesti e non altri, certe posture del corpo o certe inflessioni della voce ben determinate e non altre. Marcel Jousse definisce queste lingue verbo motorie, per dire che mostrano un legame molto forte tra i modelli ritmici del discorso orale da una parte e la respirazione e i gesti dall'altra.

A proposito degli isolani delle Trobriand Malinowski sostenne che il linguaggio era un modo dell'azione più che del pensiero: nelle culture orali le parole si caricano in certe circostanze, come formule magiche o miti, di un potere causativo importante, come se il dire fosse quasi un fare.

Si può allora capire perché spesso si attribuisca ai nomi di persone, divinità e cose un potere sulle cose e sugli esseri umani. La parola è un potere perchè nomina le cose. Nominare le cose vuol dire definirle, classificarle, porre all'attenzione degli altri. É probabilmente per questo che presso certi popoli gli individui hanno nomi segreti e presso altri non è educato rivolgersi a una persona con il suo nome piuttosto che un soprannome o con un etnonimo (appellativo che evidenzia la relazione della persona rispetto a un'altra "padre di X").

Scrittura, oralità, memoria

Una differenza tra le culture orali e le culture con scrittura è nella presenza di queste ultime di tecniche elaborate di conservazione della memoria, quindi di trasmissione del sapere. Laddove la scrittura non è presente l'unico modo per ricordare lunghe sequenze argomentative è pensare per "modelli mnemonici" che possono funzionare per un rapido recupero orale. Questo modo di trasmettere la memoria e le conoscenze ha un riflesso sul tipo di memoria e di conoscenza che si trasmette. Ciò porta a produrre effetti "omeostatici", cioè che tende a eliminare tutto ciò che non ha interesse per il presente.

Tutte le culture anche quelle dotate di scrittura e di tecnologie informatiche tendono a operare selezioni sulla propria memoria. Una caratteristica di tutte le culture è quella di essere selettive.

Nelle società prive di scrittura non si ha conoscenza dell'inutile. Una leggenda, un mito, un racconto vengono raccontati perché hanno un significato per il presente.

Esempi di effetti omeostatici della trasmissione orale della memoria sono le genealogie di ceri popoli le quali vengono modificate in base all'uso politico che essi ne fanno nel presente. Presso alcuni popoli le genealogie, cioè gli elenchi dei nomi degli individui che collegano le persone viventi con antenati molto distanti, non sono affatto le memorie storiche del passato, ma bensì le giustificazioni delle relazioni esistenti allo stato presente.

Oralità ed esperienza

Un dato cruciale delle culture a oralità diffusa è la dimensione dell'esperienza concreta, se il rapporto tra la parola e l'esperienza concreta viene meno, il significato della parola tende ad alterarsi o perdersi. II pensiero fondato sulla comunicazione orale ha un carattere concreto piuttosto che astratto.

Devono essere ricordate le ricerche condotte dallo psicologo russo, Aleksandr Lurija all'inizio degli anni Trenta del secolo scorso, in Uzbekistan, che partivano dalla considerazione dalla considerazione del contesto pratico e di esperienza concreta in cui si articola il pensiero umano. Egli seguì le indicazioni di Lev Vygotskij che aveva chiarito come lo sviluppo per il pensiero umano non fosse qualcosa di puramente naturale ma prodotto da processi combinati di natura psichica e sociale, cioè come dice Lurija, l'attività psico-cognitiva dei soggetti in relazione al contesto materiale, pratico e concreto si trovano ad operare in un contesto di esperienza. Lurija presentò a tre categorie di individui (preletterati, semi alfabetizzati e pienamente scolarizzati) alcuni quesiti elementari di geometria e logica formale che contribuirono a fargli comprendere meglio il funzionamento dei processi cognitivi nelle culture orali.

  • Cominciò presentando ai preletterati figure geometriche, cerchio e rettangolo, e veniva loro chiesto di spiegare di che si trattasse, rispondendo nel caso del cerchio che si doveva trattare del sole, luna, piatto, setaccio, orologio; mentre di uno specchio, porta, casa erano risposte frequenti per la figura rettangolare. Gli individui scolarizzati avevano invece dato risposte "esatte" a quello che avevano imparato a scuola, in un contesto altamente astratto lontano dall'esperienza concreta.
  • Lurija poi, sottopose ad altri individui figure di oggetti che essi sapevano riconoscere e di cui si richiede di distinguere dei sottoinsiemi, come per esempio un martello, un'ascia, una sega e un ceppo. Veniva loro chiesto di separare gli oggetti che potevano essere qualificati da uno stesso termine, come per esempio "strumento". I soggetti preletterati li raggruppavano sempre tutti e quattro insieme, perché, stando alle loro risposte, questi quattro oggetti costituivano un contesto pratico indivisibile. Quando Lurija faceva osservare che il ceppo non era uno strumento essi risposero che se si hanno gli strumenti ma non il legno non si costruisce nulla.
  • Altrettanto significative furono le risposte date a Lurija dagli intervistati di fronte a quesiti di logica formale. Al quesito "all'estremo nord, dove c'è la neve, tutti gli orsi sono bianchi. La Terranova sta all'estremo nord e lì c'è sempre la neve. Di che colore sono gli orsi?" i preletterati risposero di non saperlo, che loro avevano visto solo orsi neri e che ogni località ha i suoi animali. Gli individui scolarizzati invece rispondevano che gli orsi sono tutti bianchi.

La logica formale quindi appare come il prodotto dell'alfabetizzazione. Ciò non significa che i soggetti di Luria pensavano in modo sbagliato. I suoi esperimenti furono piuttosto la dimostrazione che una cultura orale non riesce a pensare in termini di figure geometriche, categorie o definizioni astratte afferrabili come tali solo da un pensiero che ha avuto modo di confrontarsi con la scrittura.

I soggetti che hanno interiorizzato la scrittura, si può dire, pensano in maniera tendenzialmente diversa da coloro che si muovono in ambienti orali. La scrittura consente l'acquisizione di un pensiero più ampio di quello collegato all'oralità. Essa permette di entrare in contatto con altri mondi e altri punti di vista, confrontarli in maniera sistematica ed elaborare nuove proposizioni a partire da quelle esistenti ed è quindi in grado di procurare un punto di vista più universale e più adeguato a percepire l'ampiezza e la molteplicità dell'esperienza umana. Jack Goody sostiene che la scrittura quando comparve e si diffuse agì come una specie di "addomesticamento del pensiero", essa consentì di riflettere sistematicamente su parole fissate in un testo una volta per tutte. Se la scrittura viene considerata sacra, la possibilità di immaginare delle alternative, si riduce di molto. Il Corano, per esempio, resta parola di Dio quindi interpretabile, ma non discutibile.

Scrittura e identità nel mondo globale

L'impatto che la diffusione della scolarizzazione e della scrittura in generale ha avuto sulle culture del pianeta è stato enorme. Non esistono più culture a oralità primaria, persino alcune culture in possesso di scrittura, che avevano escluso la sua utilizzazione da alcuni ambiti si trovano nella necessità di modificare il loro atteggiamento.

Ad esempio l'uso politico delle genealogie da parte di certi popoli, che consentono a questi gruppi di legittimare attraverso il richiamo agli antenati, le scelte compiute nelle alleanze. I beduini nomadi del Medio Oriente conoscono l'esistenza e l'uso della scrittura hanno sempre evitato di utilizzarla per la registrazione delle lore genealogie tribali, le cose stanno cambiando e i beduini hanno cominciato a sviluppare forme di memoria genealogica scritta.

Oggi la scrittura è al centro della formazione delle identità politiche. Un esempio ne è movimento di restituzione dall'Africa agli africani, N'Ko, studiato dall'antropologo Jean-Loup Amselle, sviluppato in Mali nella seconda metà del Novecento. Questo movimento rivendicava per gli africani un'identità storica e culturale, in contrapposizione alle identità europea e araba. Esseri abbandonarono l'alfabeto arabo e iniziarono a utilizzare quello inventato dal leader Kanté, era simile a quello latino ma si leggeva da destra a sinistra come quello arabo.

I media, la cultura e la nuova "immaginazione globale"

Dagli anni Settanta in poi si è assistito a una grande diffusione dei media su scala planetaria. La televisione è rapidamente giunta un po ovunque, ed è un mezzo facilmente accessibile e di amplissima portata. Per questo essa è un mezzo culturalmente influente. I media sono infatti dei veri produttori di cultura nel senso che suggeriscono comportamenti, gusti, valori, costumi, idee politiche, religiose, estetiche. Non tutto ciò che un medium propone viene assorbito positivamente da chi la guarda e/o la ascolta. Ma i vari messaggi trasmessi dai media, penetrano nella cultura che li recepisce suscitando risposte non sempre prevedibili. I media, e la televisione in particolare, sono fattori attivi nel processo di produzione e di cambiamento culturale. I messaggi che essi trasmettono sono suscettibili di influire sulle relazioni tra gli esseri umani e sulla loro immaginazione.

La diffusione della televisione e il movimento sempre più intenso degli esseri umani spiegano l'emersione di un "immaginazione da spostamento". Questa forma di immaginazione, non costituisce un modo per uscire dal quotidiano, ma diventa parte del nostro quotidiano, cioè capace di orientarlo. Masse di migranti oggi si spostano spinti da quella forma di immaginazione che essi si sono costruiti attraverso i media, messa in moto dalla visione di paesi ricchi, con costumi più liberi e opportunità di lavoro e che si traduce in azione. L'immaginazione messa in moto dai media è suscettibile di produrre delle comunità di sentimento che possono travalicare l'ambito degli Stati nazionali: da qualsiasi Paese un Marocchino, per esempio, può tenersi in contatto con i suoi amici e la sua famiglia in Marocco. Queste comunità di sentimento rese possibili dall'uso dei media, sono lo spazio in cui producono le nuove sfere pubbliche, aree di opinione, e di dibattito in relazione a temi di interesse pubblico. Oggi le sfere pubbliche sono moltiplicate, non c'è più un vero centro che regoli la formazione delle opinioni.

Grazie allo spostamento di uomini e grazie ai media, l'immaginazione è sempre più all'origine anche di quelle sfere pubbliche che si possono definire diasporiche, super-comunità immaginate che si incontrano sui siti internet o che rafforzano l'idea della comune appartenenza etnica, politica, religiosa grazie a televisione, videocassette, cellulari, internet, ecc.

Lo studio dei media da parte degli antropologi si giustifica per il fatto che ormai grazie ad essi e in particolare la televisione, l'immagine delle culture del pianeta viene diffusa presso un pubblico sempre più numeroso. L'idea che i gruppi umani sparsi per il pianeta si fanno dei loro simili che vivono a migliaia di

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