Antropologia per insegnare: diversità culturale e processi educativi

Documento dall'Università degli Studi G. D'annunzio Chieti - Pescara (unich) su Antropologia per insegnare: diversità culturale e processi educativi di Manuela Tassan. Il Pdf esplora l'antropologia culturale, il concetto di cultura, le identità e la trasmissione culturale, con un focus sui processi educativi e temi come razza ed etnia.

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48 pagine

Antropologia per insegnare -
Diversità culturale e processi
educativi di Manuela Tassan
Antropologia
Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti - Pescara (UNICH)
47 pag.
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Antropologia culturale
“Antropologia per insegnare – Diversità culturale e processi educativi” di Manuela Tassan (2020)
Il concetto di cultura....................................................................................................2
La diversità culturale del genere umano (Capitolo 1)..............................................................................2
Le origini del conceo antropologico di cultura (Capitolo 2)...................................................................3
Il metodo etnograco (Capitolo 3)..........................................................................................................5
Interpretare le culture (Capitolo 4).........................................................................................................7
Culture incorporate (Capitolo 5)............................................................................................................10
Pensiero linguaggio e trasmissione culturale: l’antropologia cogniva (Capitolo 6)..............................14
Globalizzazione, media e migrazioni (capitolo 7)...................................................................................16
Il conceo di cultura: una breve sintesi (capitolo8)...............................................................................18
Identità individuali e collettive...................................................................................19
L’identà...............................................................................................................................................19
Dierenze, disuguaglianze, gerarchie....................................................................................................20
Razza.....................................................................................................................................................21
Razzismi................................................................................................................................................25
Etnia ed etnicità....................................................................................................................................27
Sesso e genere......................................................................................................................................29
Forme di famiglia..................................................................................................................................31
Religioni, nuovi media e polica...........................................................................................................33
Antropologia dei processi educativi e della scuola...................................................37
L’antropologia dell’educazione: le origini..............................................................................................37
Etnograe della scuola e dello schooling...............................................................................................39
Insuccesso e dispersione scolasca.......................................................................................................42
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Antropologia per insegnare

docsity Antropologia per insegnare - Diversità culturale e processi educativi di Manuela Tassan Antropologia Università degli Studi G. d'Annunzio Chieti - Pescara (UNICH) 47 pag. Document shared on https://www.docsity.com/it/antropologia-per-insegnare-diversita-culturale-e-processi-educativi-di-manuela-tassan-1/7273760/Antropologia culturale "Antropologia per insegnare - Diversità culturale e processi educativi" di Manuela Tassan (2020)

Il concetto di cultura

  • La diversità culturale del genere umano (Capitolo 1)
  • Le origini del concetto antropologico di cultura (Capitolo 2).
  • Il metodo etnografico (Capitolo 3).
  • Interpretare le culture (Capitolo 4)
  • Culture incorporate (Capitolo 5)
  • Pensiero linguaggio e trasmissione culturale: l'antropologia cognitiva (Capitolo 6).
  • Globalizzazione, media e migrazioni (capitolo 7).
  • Il concetto di cultura: una breve sintesi (capitolo8).

Identità individuali e collettive

  • L'identità.
  • Differenze, disuguaglianze, gerarchie.
  • Razza
  • Razzismi
  • Etnia ed etnicità
  • Sesso e genere.
  • Forme di famiglia.
  • Religioni, nuovi media e politica.

Antropologia dei processi educativi e della scuola

  • L'antropologia dell'educazione: le origini.
  • Etnografie della scuola e dello schooling.
  • Insuccesso e dispersione scolastica

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La diversità culturale del genere umano (Capitolo 1)

Etimologicamente, la parola antropologia deriva dai termini greci ánthropos e lógos, rispettivamente il "genere umano" e l'idea di "discorso", "ragionamento", "sapere". Nella seconda metà dell'800, per incapacità delle hard sciences e della filosofia di superare le differenze culturali, si assistette alla nascita delle tre scienze sorelle: la psicologia, l'antropologia (culturale) e la sociologia. L'antropologia culturale vera e propria si origina storicamente negli Stati Uniti in seguito all'influenza del lavoro di Franz Boas. Il riferimento alla cultura è stato utilizzato per sottolineare l'attenzione rivolta alla specificità storica delle singole culture e degli aspetti linguistici. Un'idea di cultura come insieme di modelli di pensiero e di comportamento condivisi all'interno di un gruppo sociale che influenzano tanto il funzionamento della mente a livello cognitivo quanto lo sviluppo della personalità individuale. La formalizzazione accademica di questa disciplina ha ricevuto un impulso essenziale in Gran Bretagna, dove si è passati dall'antropologia evoluzionista di fine Ottocento all'antropologia sociale degli anni '20 del Novecento. Nel contesto britannico, infatti, prevaleva una attenzione più spiccata per le diverse modalità di organizzazione sociale. È proprio qui, infatti, che si deve a Bronislaw Malinowski la formalizzazione del metodo di ricerca che contraddistingue l'antropologia, noto come "metodo etnografico". Oggi, in realtà, la distinzione tra antropologia culturale e antropologia sociale ha perso la rilevanza che aveva un tempo. In origine, il termine etnologia (éthnos, popolo) si sovrapponeva sostanzialmente a quello di antropologia, mentre col tempo ha finito per connotarsi più specificatamente come studio storico- culturale di aree geograficamente limitate rispetto all'analisi di singoli gruppi sociali molto circoscritti Il fondatore della tradizione strutturalista francese, Claude Levi-Strauss, propose infatti di considerare antropologia, etnologia ed etnografia come specifiche fasi, gerarchicamente ordinate, di un medesimo processo di ricerca. L'etnografia_consiste, dunque, nell'osservazione e nella descrizione accurata delle caratteristiche culturali e sociali di uno specifico gruppo umano. L'etnologia rappresenta quindi il successivo momento comparativo in cui si confrontano i dati raccolti con quelli prodotti da altri etnografi sullo stesso tema, in modo da pervenire ad una prima generalizzazione. Infine, l'antropologia costituisce la fase teorica propriamente detta, in cui si cerca di offrire un contributo di più ampia portata nella riflessione sul genere umano. Malinowski, che come s'è detto ha avuto un ruolo essenziale nel codificare il metodo etnografico, aveva un approccio focalizzato sul connubio tra osservazione e partecipazione, noto come osservazione partecipante. In sostanza, l'antropologia culturale e sociale si differenziano dall'antropologia fisica, più recentemente nota come antropologia biologica, poiché quest'ultima analizza la diversità umana soprattutto da un punto di vista fisico-naturalistico. Fin dai suoi esordi settecenteschi, si è occupata in particolare di analizzare e classificare non solo la varietà morfologica osservabile nel genere umano, ma anche la storia evolutiva dell'Homo sapiens. Le ricerche effettuate a stretto contatto con la paleoantropologia (lo studio dei resti di ossa e denti dei nostri antenati), ma anche con la primatologia (lo studio dei primati non umani). A differenza di francesi ed inglesi, anziché andare fra le tribù africane o pacifiche, gli antropologi italiani, non inseriti all'interno di imperi, si concentrarono sin da subito sullo studio regionale della popolazione, del folklore "autoctono", quindi ad esempio del Brigantaggio. Infatti, a livello accademico, si fa riferimento alle discipline demoetnoantropologiche (M-DEA/01), che 2 Document shared on https://www.docsity.com/it/antropologia-per-insegnare-diversita-culturale-e-processi-educativi-di-manuela-tassan-1/7273760/comprendono anche un settore noto come demologia, dedicato appunto all'indagine del folklore e delle tradizioni popolari. Uno degli aspetti qualificanti dell'antropologia culturale è l'adozione di una postura intellettuale anti-etnocentrica. Con etnocentrismo si intende la tendenza, riscontrabile in tutti i gruppi umani, a considerare la propria cultura, il proprio sistema di valori e i propri modelli di comportamento come migliori di quelli altrui. Da questo punto di vista l'etnocentrismo appare come l'inevitabile fondamento del processo di costruzione di un senso condiviso del "noi", in contrapposizione ad altrettanti "loro" da cui ci si vuole differenziare sul piano identitario. Portato alle estreme conseguenze, tale atteggiamento può sfociare in comportamenti attivamente denigratori e oppositivi nei confronti di coloro che sono percepiti come differenti, come nel caso del razzismo. Il sapere antropologico, si oppone alle tendenze etnocentriche, presenti in qualsiasi società cercando di mostrare come tutte le pratiche culturali appaiano scontate e "naturali" all'interno del contesto in cui vengono elaborate. Date queste premesse, il relativismo culturale rappresenta un atteggiamento intellettuale che invita a considerare qualsiasi comportamento o valore all'interno dello specifico contesto in cui ha preso forma. L'approccio metodologico relativista ha fatto la sua comparsa nell'antropologia americana degli anni '20 e '30, grazie al contributo della scuola boasiana, per qualificare il modo di procedere nello studio dei popoli geograficamente e culturalmente lontani dal mondo occidentale, che sono stati in effetti, sino alla prima metà del Novecento, gli unici oggetti di studio della disciplina. Adottare una prospettiva relativista non significa affatto giustificare qualsiasi cosa si osservi in una cultura diversa. Il relativismo non cancella la morale e non nega la possibilità di prendere posizione, semmai mette in dubbio l'assolutezza, l'unicità, la naturalità e l'ovvietà della scelta fatta. Melville Herskovits, considerato l'autentico padre fondatore del relativismo culturale, in un suo articolo del '47, riteneva che il rispetto per le differenze individuali non potesse prescindere dal rispetto per le differenze culturali. Egli sottolineava, infatti, come ogni cultura stabilisca i propri modelli di moralità e comportamento rendendo quindi impossibile l'esistenza di una società priva della propria scala di valori. Assumere un approccio relativista comporta, dunque l'adozione di una prospettiva che si può definire universalista e olistica. Solo in questo modo diventa possibile riconoscere all'altro un agire dotato di senso, senza per questo essere costretti a ritenerlo necessariamente giustificabile sul piano morale.

Le origini del concetto antropologico di cultura (Capitolo 2)

Nel XIX secolo, in un'epoca di grandi spedizioni in regioni remote e ancora sconosciute in Africa, Asia e Oceania, l'ottimistica fiducia nella possibilità di superare limiti sino a quel momento mai sfidati era sostenuta dall'entusiasmo coloniale, ma era anche l'esito di una diffusa ideologia del progresso. In questo quadro ebbe un ruolo determinante una certa lettura sociologica della teoria darwiniana dell'evoluzione. Sulla base dell'uniformità metodologica delle scienze, Auguste Comte considerava la sociologia come un sapere pienamente scientifico fondato sul medesimo paradigma epistemologico positivista delle scienze naturali. Il termine positivismo affonda le sue radici etimologiche nel latino positum, participio passato del verbo ponere (porre), che letteralmente significa "ciò che è posto" o "ciò che è dato". Comte propose una legge universale di sviluppo delle società umane, ipotizzando che l'intera umanità fosse inevitabilmente destinata a ripercorrere le fasi che avevano portato l'Europa a un livello di progresso mai raggiunto in precedenza. Giunse così a formulare la cosiddetta legge dei tre stadi, ciascuno dei quali era caratterizzato da una peculiare forma di sapere: lo stadio teologico, 3 Document shared on https://www.docsity.com/it/antropologia-per-insegnare-diversita-culturale-e-processi-educativi-di-manuela-tassan-1/7273760/considerato da Comte come l'infanzia del genere umano, si distingueva per la credenza in esseri sovrannaturali; lo stadio metafisico corrispondeva all'adolescenza del pensiero, intrappolato in astratti concetti filosofici; infine, lo stadio positivo era segnato dal trionfo delle scienze, basate sul rigore e la verificabilità empirica. A queste, sempre sulla falsariga della storia occidentale, egli faceva corrispondere un'altra progressione dello sviluppo sociale: a uno stadio militare, che evocava le forme di belligeranza medievali, seguiva uno stadio legale, teorizzato ispirandosi agli stati assoluti dell'ancien régime francese, per arrivare, infine, allo studio industriale, massima espressione del progresso umano. Egli considerava la sociologia come la piena espressione dello "stadio positivo" dello spirito umano, certo che si trattasse della forma di sapere in assoluto più elevata e importante perché offriva gli strumenti conoscitivi per indirizzare i futuri cambiamenti sul piano politico- amministrativo. Pochi anni dopo la morte di Comte, il naturalista inglese Charles Darwin pubblicò L'origine della specie (1859), il testo in cui venne compiutamente formulata la teoria evoluzionista. Darwin si distinse dal concetto di evoluzione dei predecessori perché intuì la fondamentale funzione selettiva dell'ambiente. Il britannico Herbert Spencer raccolse l'eredità intellettuale comtiana e la fece dialogare, non senza forzature, con l'evoluzionismo darwiniano. Egli riteneva cioè che l'evoluzione sociale fosse parte integrante dell'evoluzione generale degli organismi viventi. Nella sua opera The Principles of Sociology (1882) teorizzò che le società che riescono meglio ad adattarsi al loro ambiente devono necessariamente crescere di dimensioni. Sulla base di tali assunti formulò quindi il cosiddetto darwinismo o evoluzionismo sociale. La posizione spenceriana fu accolta con gran favore nella società inglese dell'epoca poiché venne letta come una forma di giustificazione "scientifica" del colonialismo. Spencer pensò le società umane come attraverso una metafora organicistica. I gruppi umani funzionavano, a suo avviso, come organismi caratterizzati da un diverso grado di complessità, in cui i singoli elementi contribuiscono alla formazione e al funzionamento dell'insieme attraverso un meccanismo di interdipendenza reciproca. Uno degli aspetti profondamente innovativi dell'antropologia evoluzionista risiedeva nel fatto stesso di considerare i popoli "primitivi" come degni di attenzione scientifica. Nel corso del XIX secolo, infatti, aveva riscosso molto credito il degenerazionismo che si basava, dunque, sull'idea di un'umanità scissa in due: una parte sarebbe progredita grazie al sostegno divino, l'altra era destinata a permanere in uno stato di decadenza - cosa che, per alcuni, certificava la natura "sub-umana" dei "selvaggi". Non vi era dunque alcun tipo di curiosità per le manifestazioni culturali di questi popoli in quanto tali. Il loro studio acquisiva, invece, rilevanza in quanto strumento essenziale per ricostruire i primi passi dell'evoluzione culturale dell'uomo. Il percorso era dunque il medesimo per tutta l'umanità, ma ciascuna società si trovava in una diversa fase evolutiva. Nel 1871 Edward Burnett Tylor diede una prima definizione antropologica di "cultura". "La cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è quell'insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro della società." Tale concettualizzazione segna uno spostamento decisivo da una visione della cultura come patrimonio individuale a un significato di tipo collettivo (culture as social heritage). La sua accezione originaria rimanda infatti all'idea ciceroniana di cultura animi ("coltivazione dell'animo"), intesa come percorso cumulativo di conoscenza di sé e del mondo che il singolo intraprende per elevarsi. La nozione tyloriana implica anche l'idea che qualsiasi popolo, compresi quelli considerati primitivi o selvaggi, possieda una sua cultura specifica, laddove questa prospettiva sarebbe stata inconcepibile per i sostenitori del degenerazionismo. In quest'ottica, una credenza o un manufatto 4 Document shared on https://www.docsity.com/it/antropologia-per-insegnare-diversita-culturale-e-processi-educativi-di-manuela-tassan-1/7273760/

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