Documento dall'Università su Riassunto Dal Tribale al Globale Ugo Fabietti. Il Pdf è un riassunto dettagliato del libro di Ugo Fabietti, focalizzato sull'antropologia culturale e i processi mimetici nel traffico delle culture, utile per lo studio universitario.
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L'antropologia culturale può essere definita come il sapere delle differenze (discorso che parla degli altri).
L'antropologia si propone di raggiungere una comprensione dei fatti che appaiono strani, bizzarri, assurdi, incomprensibili al nostro sguardo, perché sono diversi rispetto a quelli che ci sono familiari e che appaiono, invece, naturali.
L'antropologia nasce in Europa nell'800 e si caratterizza come studio dei popoli primitivi, selvaggi o tribali in quanto lo studio dei primitivi ci metto in grado di conoscere meglio noi stessi.
Sullo sfondo dell'antropologia del 900 si delineano due intenti: il primo è quello di studiare le altre culture, documentarle, per salvaguardare le differenze culturali dal rischio di un massiccio processo di omogeneizzazione culturale mondiale; il secondo, attraverso lo studio elle altre società, farsi critica culturale della stessa società occidentale.
Una sensibilità antropologica agli aspetti dinamici delle altre culture sorge più o meno in parallelo al sorgere di un'antropologia del noi, vale a dire di un'operazione consistente appunto nell'uso del concetto di cultura anche nel contesto delle società cosiddette moderne.
È questa, infatti, l'operazione concettuale che consente di riconoscere che anche noi abbiamo costruito una cultura al pari degli altri e che anche la nostra cultura è il frutto di scelte particolari, storiche e non naturali, proprio come quella di tutti gli altri.
Le società e le culture non sono statiche: sono in continuo movimento. Tuttavia sono tese nel tentativo di apparire statiche. Tutte le culture, alcune più, alcune meno, si danno delle istituzioni la cui funzione è quella di assorbire il flusso storico, e di compensare l'azione di altre istituzioni tese in direzione del cambiamento. È una questione di sopravvivenza dell'identità.
Per TYLOR la cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell'insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità o abitudine acquisita dall'uomo in quanto membro di una società.
Questa definizione è il punto di riferimento classico dell'antropologia culturale; supera la separazione in classi, ceti ecc. la cultura non emerge da alcuni ambiti esclusivi di attività intellettuali e neppure è appannaggio esclusivo di alcune società; la cultura accomuna tutte le società umane.
Tale tesi viene respinta da BOAS che afferma la necessità di studiare le culture nel loro particolare contesto storico, evitando parallelismi fittizi e privi di fondamento; le generalizzazioni cui può pervenire l'antropologia sono di portata limitata e comunque sempre da condurre restando legati alla concretezza.
MALINOWSKI, invece, ritiene che ogni cultura sia un sistema chiuso, un complesso di elementi legati tra loro da relazioni funzionali.
Oggetto dell'antropologia diventa, dunque, la singola cultura; si passa da una concezione di cultura come idea generale ad un insieme di culture particolari. A partire dai primi decenni del 900 anziché proseguire lungo la via della logica della continuità fra noi e gli altri, alla base dell'operazione tyloriana di mescolamento, si fa strada la logica opposta: quella della discontinuità.Il riconoscimento della molteplicità culturale, le teorie del relativismo culturale, il concetto di cultura come "oggetto", l'urgenza della salvaguardia culturale di mondi ormai in via di estinzione per l'inesorabile avanzare del progresso, l'avvio di quello che Clifford chiama la "collezione delle culture", sono tutte derivazioni dell'affermarsi della logica della discontinuità, che risulterà infatti dominare nelle scienze sociali del 900.
Amselle:" Tutta l'enorme attività intrapresa dagli antropologi allo scopo di selezionare dati e produrre tipologie atte a rendere conto della differenza socio-culturale, sarebbe in qualche modo contaminata dal "peccato discontinuista" che crea le differenze laddove esistono solo delle continuità e delle sfumature.
Questa ragione etnologica sarebbe responsabile delle grandi rotture e dicotomie che la riflessione etnologica occidentale ha postulato tra un noi e gli altri. In questo senso dovremmo sostituire a questa ragione etnologia una "logica meticcia", una prospettiva che non faccia della distinzione il punto di partenza della riflessione sulla differenza ma che, al contrario, contribuisca ad affermare una prospettiva che parte dall'indistinzione e dal sincretismo".
Le culture non sono frutti puri, ma sono mescolate, contaminate l'una con l'altra, degli ibridi, insomma, che possono essere in qualche aspetto- mai nell'insieme- compresi solo partendo da una prospettiva che adotti una "logica meticcia".
Tuttavia, all'osservazione empirica, ciò che risalta è la distinzione, la differenziazione di culture ed etnie. La cultura appare essere, allora, relazione e costruzione sociale.
Non è un sistema originario, essenziale, immutabile, ma un insieme di processi mutevoli, dinamici, instabili, come l'identità. L'etnia, del pari, non è il fondamento, ma il prodotto di una classificazione.
L'ecologia è lo studio delle relazioni tra gli organismi e l'ambiente in cui vivono. Vicino all'ecologia è lo studio, antropologico, dell'adattamento umano: il mondo in cui gli individui o le popolazioni reagiscono alle condizioni ambientali e si garantiscono i sostentamento e la sopravvivenza.
Si può affermare, in linea generale, che le strategie adattative si basano su tre elementi portanti: la tecnologia, l'organizzazione sociale, le credenze religiose e i valori, tutti frutti dell'intelligenza umana. Un ulteriore elemento cruciale dell'adattamento umano è lo scambio di informazioni, la capacità di comunicazione.
Lo scambio di informazioni è un elemento essenziale dell'adattamento; una fallita comunicazione può dar adito ad una perdita di risorse, a un danno, addirittura alla morte.
L'idea che esista qualcosa che distingue la specie umana da tutte le altre specie animali è antica e tuttavia sono stati gli antropologi a declinarla e a far notare che, per esempio, questa "cosa" cambia nel tempo, si può rappresentare lungo una linea che va dal generale al particolare, è fortemente differenziale, tanto che, appunto, diventa fattore di differenza e di distinzione anche entro la stessa specie umana, tra un popolo e un altro, una società e un'altra, una nazione e un'altra.
Così l'antropologia diventa la scienza generale dell'uomo, tesa alla scoperta delle leggi generali dell'evoluzione culturale e sociale.
Ci fu il passaggio dalla grande visione ottocentesca dell'antropologia come una vera e propria scienza dell'uomo, all'idea novecentesca della disciplina intesa come una particolare ricerca intensiva e specifica.
L'oggetto dell'antropologia diviene quindi a partire dai primi decenni del 900 la singola cultura nella sua individualità empiricamente osservabile.
Radcliffe-Brown si convinse che l'oggetto dell'antropologia doveva essere la società, concretamente osservabile, e non la cultura, un'astrazione derivata da quella, pur ritenendo valido l'approccio olistico dell'antropologia: ogni parte contribuisce 1 funzionamento del tutto, come in un organismo.
Per lungo tempo, in effetti, gli antropologi hanno pensato alle società e alle culture umane come a entità isolate e "prese" ciascuna nel circuito dei propri significati. Ciò non è del tutto sbagliato: le culture vanno effettivamente studiate nei termini che sono loro propri se vogliamo capire il senso di certi comportamenti e di certe idee.
Tuttavia, da un lato, le culture cambiano; il mutamento culturale è un processo complesso e articolato, difficile da comprendere sulla base di un'idea di cultura come struttura integrata, chiusa, localizzata.
Si metteva così in discussione un particolare modo di intendere la cultura come significato collettivo, socialmente organizzato, l'idea di cultura come qualcosa di condiviso, nel senso di qualcosa omogeneamente distribuito nella società.
Il termine cultura, come è facile intuire, è una parola centrale dell'antropologia; dopo la sua principale definizione si assesta una nuova definizione:" un complesso integrato di configurazioni di pensiero e di comportamento, trasmesso e condiviso socialmente".
GEERTZ intende la cultura come "il modo di vita di un popolo" per cui il compito dell'antropologia era "andare là e poi tornare qui a raccontarci che cultura era".
L'antropologia della prima metà del 900 è fortemente localizzata: studia realtà chiuse, limitate, localizzate; la realtà dell'esistenza è quella in seno ad una tradizione; fenomeni dinamici e connessi vengono trasformati in fatti statici e isolati.
Una cultura, per quanto si sforzi, non riesce mai a configurarsi come un sistema chiuso e autosufficiente; una cultura è sempre aperta al contatto, al confronto, allo scambio con altre culture. Si arriva ad evidenziare in modo sempre più netto, esistenze sociali contraddittorie, ambiguità, incomprensioni e conflitti.
Viceversa, il rischio dell'omogeneità e della scomparsa delle diversità emerge in un contesto teorico ed etnografico contrassegnato dal cosiddetto olismo localizzato, vale a dire dall'idea di cultura come una totalità integrata e circoscritta in un luogo.
L'avanzare della cultura occidentale è visto come una minaccia per la sopravvivenza delle altre culture, appunto statiche, stabili, confinate e isolate.
Come abbiamo già ricordato, pur se costantemente in movimento, le società e le culture sono tese ad apparire immobili.
Ciò ha portato ad individuare come primo e fondamentale processo della cultura quello della tradizione.
Il primo obiettivo della tradizione è di ottener l'immobilità sociale: trasmettere cioè da una generazione all'altra il patrimonio culturale senza che questo subisca variazione alcuna.
Il processo della trasmissione del sapere tradizionale non può mai avvenire senza subire delle variazioni in quanto un contenuto trasmesso, allorché viene ricevuto, sarà sempre in qualche modo interpretato da ogni singolo individuo.
Il processo che conduce all'assimilazione, in tutto o in parte, dei modi culturali di un altro gruppo è definito accumulazione.
L'esito di un processo di accumulazione, forzata o meno, è l'integrazione di un elemento o complesso culturale entro il tessuto connettivo della società o della cultura che lo ha accolto.