Slide di Antonella Campanini su Storia dell'alimentazione a.a. 2024/25. Il Pdf esplora lo scambio colombiano e l'adattamento del cacao al gusto europeo, con riferimenti a testi accademici e la visione di Pellegrino Artusi, utile per lo studio universitario di Storia.
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Nei testi in programma
Zucchero e caffè, considerati attualmente tipici prodotti americani, furono introdotti in America dagli Europei. Acclimatatisi rapidamente nelle regioni calde dell'America, altrettanto rapidamente arrivarono a competere sul mercato europeo con le produzioni delle regioni di cui erano originari.
Andrea Navagero, ambasciatore veneziano (Viaggio in Spagna, 1525): "Tutta la terra attorno a Siviglia è molto bella e abbondante di grano, vino, olio e di molte altre cose [ ... ]. Tutto il vino e il grano che qui si coltiva viene mandato alle Indie".
Bernal Díaz del Castillo (Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, metà sec. XVI): "Lavoratori della loro natura [gli indios] lo sono da prima che giungessimo nella Nuova Spagna, e adesso allevano bestiame di ogni sorta e domano buoi e arano le terre, e seminano il grano e ne beneficiano e lo raccolgono e lo vendono, e fanno pane e gallette, e hanno piantato le proprie terre e possedimenti di tutti gli alberi e i frutti che abbiamo portato dalla Spagna e vendono il frutto che proviene da essi".
Leonardo Donato (Relazione di Spagna, 1573): "I viveri di questo Nuovo Mondo si può facilmente credere che siano per sé stessi sufficienti alle necessità dei suoi abitanti, perché per le tante migliaia di anni in cui sono stati fuori dalla nostra conoscenza hanno vissuto così come al tempo presente e forse con maggiore abbondanza di quanta ne abbiano ora. Inoltre, per abitudine, non per necessità degli spagnoli che lì son giunti, i quali sembra non si sapessero abituare al pane di mais che il paese produce, si è soliti importare lì dalla Spagna una certa quantità di segale, di vino, di quanto nelle Indie non esista".
Francisco López de Gómara (Historia General de las Indias, 1552): "[Colombo] prese dieci indios, quaranta pappagalli, parecchi tacchini, conigli (che chiamano hutias), batate, peperoncini, mais, con cui fanno il pane, e altre cose strane e differenti dalle nostre, come testimonianza di ciò che era stato scoperto. Caricò sulle caravelle anche tutto l'oro che avevano riscattato [ ... ]. Stavano i Re Cattolici a Barcellona quando Colombo sbarcò a Palos, e lì dovette andare [ ... ]".
"Presentò al Re l'oro e le merci che portava dall'altro mondo, ed essi e quanti si trovavano davanti molto si meravigliarono al vedere che tutto quello, eccetto l'oro, era nuovo come la terra in cui nasceva [ ... ]. Provarono il peperoncino, spezia degli indigeni, che bruciò loro la lingua, e le batate, che sono radici dolci, e i tacchini, che sono migliori dei polli e delle galline. Si meravigliarono che là non ci fosse grano, ma che tutti mangiassero pane di quel mais".
Ancora Andrea Navagero (1525): "Vidi io a Siviglia molte cose delle Indie ed ebbi e mangiai le radici che chiamano batatas, che hanno sapore di castagna. Vidi pure e mangiai, perché giunse fresco, un bellissimo frutto che chiamano ananá e ha un sapore tra il melone e la pesca con molto aroma, e davvero è assai gradevole".
Pietro Martire d'Anghiera (De orbe novo, inizio sec. XVI): "Un altro frutto, dice l'invitto re Ferdinando che l'ha mangiato portato da quelle terre, che ha molte squame, e alla vista, forma e colore assomigliano alle pigne dei pini; ma nella morbidezza al melone, e nel sapore è meglio di tutta la frutta dell'orto; poiché non è albero, ma erba molto simile al cardo o all'acanto. [ ... ] Coloro che li mangiano freschi dove si allevano, considerano ammirati la loro delicatezza".
José de Acosta (Historia moral y natural de las Indias Ocidentales, 1589) narra che l'ananas fu poi offerto all'imperatore Carlo V, che si mostrò prudente: "All'Imperatore Carlo presentarono uno di questi ananas, che non dovette costare poca fatica portarlo dalle Indie con la sua pianta, che in altro modo non sarebbe potuto arrivare: l'odore lodò; il sapore non volle sapere com'era".
Francesco Leonardi (Apicio moderno, 1790): "In Roma le abbiamo nel Giardino al Quirinale, nell'Orto Vaticano Indico, e nella preziosa Villa Pinciana; onde si può dire che questo piacevolissimo frutto non sia tanto raro [ ... ]. Si condiscono con vino di Spagna e zucchero, ovvero con acquavite e molto zucchero, oppure con rosolio e zucchero [ ... ]. Si mangiano ancor cotti con vino bianco e poscia conditi con zucchero a guisa di cotogni".
Castor Durante (Herbario nuovo, 1585) sostiene che "[ ... ] ritrovanse una sorte che non fa frutti à spicchi, ma tondi come le mele appie, e gialli e rossi [ ... ]. Mangiansi nel medesimo modo che le melanzane, con pepe, sale e olio, ma danno poco e cattivo nutrimento".
Costanzo Felici, medico e naturalista (De l'insalata e piante che in qualunque modo vengono per cibo de l'homo, 1569-72): "Pomo d'oro, così detto vulgarmente dal suo intenso colore, overo pomo del Perù, quale o è giallo intenso overo è rosso gagliardescamente - e questo o è tondo equalmente, overo è distinto in fette come il melone - ancora lui da ghiotti et avidi de cose nove è desiderato nel medesimo modo et ancora fritto nella padella como l'altro, accompagnato con succo de agresto, ma al mio gusto è più presto bello che buono".
Pellegrino Artusi (La Scienza in cucina, 1891) narra: "C'era un prete in una città di Romagna che cacciava il naso per tutto e, introducendosi nelle famiglie, in ogni affare domestico voleva mettere lo zampino. Era, d'altra parte, un onest'uomo e poiché dal suo zelo scaturiva del bene più che del male, lo lasciavano fare; ma il popolo arguto lo aveva battezzato Don Pomodoro, per indicare che i pomodori entrano da per tutto; quindi una buona salsa di questo frutto sarà nella cucina un aiuto pregevole".