Documento dall'Università degli Studi di Milano-Bicocca su Dentro il Lavoro Educativo. Il Pdf esplora il metodo e la cura dell'esperienza educativa, discutendo scenari professionali e il concetto di crisi nell'educazione, con un focus su intenzionalità e progettazione, utile per studenti universitari di Psicologia.
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studocu Dentro IL Lavoro Educativo Fondamenti della consulenza pedagogica (Università degli Studi di Milano-Bicocca) Scan to open on Studocu tudocu is not sponsored or endorsed by any college or universityDENTRO IL LAVORO EDUCATIVO PENSARE IL METODO, TRA SCENARIO PROFESSIONALE E CURA DELL'ESPERIENZA EDUCATIVA
Parte prima Lo scenario professionale
1. Tra mondo della vita e mondo dell'educazione
1.1 La Giungla e la Stanza: due scenari del lavoro educativo contemporaneo Calais: "The Jungle". Dal 2002 i migranti intenzionati ad andare in Gran Bretagna si fermano nei pressi di Calais e costruiscono campi, occupando terreni e talvolta case abbandonate. Nel 2015 la Giungla arriva a ospitare migliaia di persone e con il tempo viene fornita acqua corrente ed elettricità. Il campo si popola di scuole, ristoranti, moschee ... ma nel 2016 a seguito dell'emergenza profughi" la Gran Bretagna decide di chiudere le frontiere e la Giungla viene rasa al suolo dalle autorità francesi; i profughi vengono destinati ad un altro campo. Spostiamoci ora a Milano, in un quartiere residenziale. Marco 13 anni non esce mai dalla sua camera. Il disagio adolescenziale ci colpisce sempre, ma questo sembra diverso, c'è qualcosa che sfugge. Entrambi questi luoghi possono ospitare il lavoro educativo; questi due luoghi, agli antipodi per caratteristiche, soggetti implicati, condizioni sociali, illuminano da diverse angolature uno scenario professionale oggi diventato estremamente complesso, e mettono in scacco l'educazione.
1.2 Educazione in crisi? Nel senso comune, crisi ed educazione sono oggi così spesso associate che ormai parlare di "crisi dell'educazione" non desta stupore o curiosità. La sensazione è che la crisi economica degli ultimi anni travolga tutto: società, cultura, vita; il chè si traduce in una coltre di pessimismo su ogni aspetto della quotidianità. La vicenda della Giungla e di Marco si radicano in uno scenario socio-economico estremamente complesso. Il mondo in cui viviamo è inospitale, precario, perennemente a rischio: di questo mondo la crisi economica sembra essere al tempo stesso effetto e causa. La questione infatti è anche e soprattutto culturale e antropologica, ovvero si inquadra in quelle visioni del mondo, dell'essere umano, dell'ambiente del progresso e della povertà, dell'agio e del disagio, che hanno alimentato nel tempo determinati modi di vivere. Consolidando tendenze già affermatesi in epoca moderna, la contemporaneità non solo produce nuove forme di povertà, di emarginazione sociale, di fragilità diffusa, ma sembra anche mettere a disposizione strumenti culturali univoci e poveri, incapaci di consentire alle persone di far fronte ai complessi compiti esistenziali. 1Dunque oggi, per vivere in questo mondo, ci si difende come si può: attraverso fughe disperate (Giungla), oppure attraverso ritiri ancor più senza speranza (Stanza).
1.3 Un mondo in frammenti: la crisi del milieu educativo Così profughi e minori, giungono ai servizi. Il mondo dell'educazione non è certo l'unico a essere chiamato in causa per rispondere a queste situazioni, ma sulle risposte dei servizi in particolare educativi, sembra gravare il peso di un insuccesso in qualche modo annunciato: ciò accade tutte le volte in cui si pensa che un servizio possa risolvere la situazione o almeno normalizzarla. Si tratta di un pensiero onnipotente e visionario, molto diffuso nel senso comune e destinato paradossalmente a imporsi ed essere disatteso. Perché le situazioni della vita sono troppo complesse e sfaccettate, soprattutto perché sono generate da condizioni sociali, politiche ed economiche molto complesse. Tali condizioni de-limitano i confini dell'agire educativo, ridimensionandone potenzialità e obiettivi. Non è dunque tanto il mondo dell'educazione incarnato dai servizi ad essere in crisi, quanto il tessuto sociale in cui essa si radica. Ognuno impara a vivere in un certo modo in relazione alle esperienze in cui di giorno in giorni viene coinvolto: lo apprende dunque nel proprio milieu, quell'ambiente di vita composto da diversi luoghi, formalmente e informalmente educativi, all'interno dei quali la soggettività prende forma. Questo milieu, nel suo insieme, mette o non mette a disposizione gli strumenti culturali perché ciascuno possa affrontare i "compiti evolutivi individuali". In età moderna, il milieu riusciva a conciliare esigenze sociali e individuali in quanto pervaso da un progetto antropologico e pedagogico predefinito: si trattava di formare un cittadino che fosse conforme a un modello di uomo e di donna le cui fasi della vita ben si rispecchiavano nell'articolazione del contesto sociale e dei luoghi formativi (famiglia, scuola, comunità, lavoro). Il progetto individuale coincideva con il progetto sociale. Oggi, tale continuità si è frammentata. Il milieu in cui ognuno di noi cresce e impara sembra essere costituito da tanti luoghi animati da modalità differenti di vivere l'esperienza quotidiana. Oggi alla formazione del "buon cittadino del mondo", promosso sulla carta dalla scuola, si affianca la formazione del "buon consumatore", della persona sempre in forma, efficiente, adattata a un nuovo contesto globale che richiede flessibilità e velocità. Accanto alla famiglia, alla scuola, ai centri sportivi, gli oratori, agiscono con presa efficace altri contesti pervasivi nella loro mancanza di confini o di territorialità: i media e nuovi spazi dove trascorrere il tempo libero. Ognuno di questi contesti sembra essere a sé, far vivere situazioni che, almeno apparentemente, hanno poca continuità fra loro. Se il milieu della modernità, aveva effetti normalizzanti, vivere nel milieu attuale è disorientante per chiunque. Ciascuno sembra essere libero di costruire il proprio progetto di vita, ma Come pare essere problematico. Dal punto di vista pedagogico la conseguenza più importante risiede nel fatto che il mileu attuale non ha la capacità di offrire alle persone quegli strumenti culturali capaci di promuovere un'elaborazione sociale e individuale dell'esperienza vissuta nella quotidianità e di abitarne il disorientamento che ne scaturisce. + Pag. 20
21.4 Una questione culturale: quali strumenti per affrontare la vita? Secondo Bauman, la cifra che caratterizza la post-modernità è il costante evitamento della caducità della vita umana attraverso il far tacere il desiderio pressante dell'immortalità, che ha sempre arrovellato l'umanità, liquidando così quel pensiero sull'eternità che ha indotto la modernità e le epoche precedenti, a riconoscere strategie per superare la paura della morte. Nella nostra epoca, solo la singola esperienza può avere il sapore dell'immortalità: lo ha quando è capace di offrire sensazioni esaltanti e irripetibil Il suo effetto è la distrazione: passare vorticosamente da un'esperienza all'altra asseconda, mettendolo contemporaneamente a tacere, quel desiderio di eternità che dice della nostra paura di morire. Questo provoca disaggregazione e frammentazione, di sé e del mondo. Dal punto di vista pedagogico, sentirsi vivi attraverso la singola, immortale esperienza, non consente ai soggetti di staccarsi dal senso comune, elaborando i propri vissuti, che rimangono così irrelati e sporadici. La dimensione del significato dell'esperienza è così allontanata, non c'è spazio per un pensiero interrogante, in cerca di un senso personale, autentico. Inoltre la paura della morte ha a che fare con il sentimento del limite, dell'impotenza, della finitezza della condizione umana, che il corpo, nella sua caducità, manifesta. La cultura occidentale ha consolidato una modalità scissa di pensare queste dimensioni: da un lato la ricerca del superamento del limite (compito affidato al progresso scientifico e tecnologico), dall'altro la ricerca del senso nel limite stesso (compito affidato all'arte in ogni sua espressione). Senonchè, come denuncia Nussbaum, nella nostra epoca, la forma di pensiero prevalente è la prima, che promette conoscenze certe, nel tentativo di superare e annullare il limite. Si consolida così un modo di pensare univoco e riduzionista che fatica a tenere insieme ciò che nell'esperienza quotidiana è connesso, e ne ostacola non solo la comprensione ma anche la possibilità di individuare modalità che consentano di abitarla attivamente. Si pensi ad esempio ad una persona che deve affrontare una malattia grave, attraversare un'esperienza di malattia o di terapia è qualcosa di molto complesso: le conoscenze strettamente tecniche rendono possibile la sopravvivenza a un evento patologico, ma non bastano per vivere, se vivere significa anche comprendere cosa sia successo, quale senso abbia e come connettere questa esperienza con l'esistenza precedente, come continuare a progettare la propria vita a partire anche da questo evento. Dal punto di vista pedagogico ciò significa trasformare un vissuto in esperienza, fino ad imparare da esso, significa affidarsi ad altri saperi, al sapere dell'esperienza, degli amici, a quelle modalità di condivisione dei fatti e dei vissuti che le storie (romanzi, cinema, teatro) e la riflessione esistenziale possono offrire, per aiutare a trovare strategie per convivere con il dolore del vivere, con la caducità del corpo, con la fatica del limite. Nell'esperienza comune questi due saperi coesistono senza intrecciarsi, e sembra dominare un sapere scientifico ed iperspecializzato. Dal punto di vista epistemologico questo è un sapere che si basa sul meccanismo dell'oggettivazione e sulla 3formalizzazione, di procedure e metodi di conoscenza che hanno permesso di individuare costanti o leggi universali alla base del funzionamento dell'universo e dell'essere umano, in modo da poterli prevedere, controllare, manipolare. In quest'ottica l'esperienza umana è spiegata dal punto di vista medico, biologico, fisico, psicologico o sociologico: frammentata nelle immagini prodotte dai diversi punti di vista. Ma la somma di queste immagini non conduce alla comprensione del senso, che implica l'esercizio di una ragione interpretativa, ermeneutica, che si può avvalere anche di una ragione conoscitiva ed esplicativa, ma che riconosce al soggetto, la capacità di costruire una sua verità, una verità esistenziale, sempre soggettiva, situata, non generalizzabile. Rinunciare alla ricerca di senso oggi e affidarsi a una conoscenza sempre più specialistica e specializzata coincide con l'essere privati di quegli strumenti culturali che possono consentire di sviluppare una comprensione della vita e della realtà contemporanea all'altezza della sua complessità. All'interno del dibattito pedagogico, emergono posizioni accomunate dall'esigenza di abitare il disincanto tipico della post-modernità, indicando strade per costruire nuovi strumenti di elaborazione culturale, come ad esempio: la pedagogia critica, il problematicismo, la fenomenologia, l'approccio clinico, l'approccio sistemico. Sullo sfondo di questa cornice, rispetto alla situazione attuale, sembrano proporsi come prospettive di ricerca in particolare due posizioni epistemologiche:
Si tratta dunque di comprendere come evitare di chiudersi in prospettive semplificanti, per acquisire posture riflessive e di lavoro educativo capaci di stare nella complessità, nell'ineludibile e instancabile ricerca di senso.
1.5 Esperire la quotidianità: tra materialità e relazioni E' importante stare "vicino" all'esperienza vissuta, perché nella quotidianità impariamo a dare (o a non dare) significato e ad affrontare l'esistenza: le modalità culturali descritte si concretizzano in stili di vita che noi stessi costruiamo. C'è allora una materialità che condiziona il nostro modo di venire a patti con i nostri limiti e con le nostre possibilità, che orienta il nostro atteggiamento alla ricerca di soluzioni piuttosto che di senso, che agevola od ostacola la nostra capacità di riflettere e di apprendere dall'esperienza. Una materialità costituita da cose e vissuti e dal loro rapporto, che genera effetti visibili nei comportamenti e nei valori. C'è da chiedersi dunque in "che mondo viviamo" e come. Globalizzazione, tecnologizzazione, trasformazione delle comunicazioni, migrazioni, hanno radicalmente trasformato la nostra quotidianità e le nostre abitudini, il nostro modo di relazionarci con noi stessi, con il nostro lavoro, con gli altri. 4