Documento universitario sui fitocomplessi in farmacognosia, esplorando l'uso etnobotanico e la pratica clinica. Il Pdf, utile per lo studio universitario, presenta monografie EMA di Ippocastano, Camomilla e Ginkgo Biloba, dettagliando impieghi e controindicazioni.
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Raramente in farmacognosia si tratta della sostanza isolata, o di un prodotto fitoterapico che sia monomolecolare. Ciò è conseguenza diretta di come si struttura una ricerca su un eventuale fitoterapico: per comprendere se una data droga, nei suoi costituenti, possa essere benefica, noi dobbiamo partire da una ricerca sulle piante, che non è affatto così snella come potrebbe esserlo una ricerca sul monomolecolare, dove dapprima si attua una ricerca sul target, studiando l'interazione ligando-recettore e poi di avvia la progettazione del mio farmaco. Al contrario, in questo caso noi partiamo da un grande organo dal quale bisogna estrarre la sostanza, e ciò prevede moltissimi step preliminari alla fase di studio del monomolecolare, il che complica moltissimo il quadro delle cose.
È quindi comune che in fitoterapia si impieghino i fitocomplessi.
Fitocomplesso > insieme dei componenti chimici di una pianta, risultante dalla naturale combinazione di metaboliti secondari di interesse biologico, con sostanze terapeuticamente inattive o con attività di natura differente, che globalmente conferiscono alla pianta specifiche proprietà per le quali viene impiegata. È quindi sinonimo di preparato totale.
Negli anni passati (fino agli anni 2000), moltissime volte, studiando le piante, si arrivava a scoprire un monomolecolare importante, che ad oggi magari viene sintetizzato quotidianamente in laboratorio, e la cui sintesi si ispira, dunque, alla sostanza isolata a partire dalla droga. Dunque, noi sappiamo che è possibile isolare un monomolecolare da una pianta, e che ciò è importantissimo per dare un grande contributo anche alla farmacologia, in quanto le piante sono grandissime risorse di monomolecolare.
Ultimamente, però, si è maturata l'idea che non sempre isolare il monomolecolare sia una buona idea, per due problematiche:
Ultimamente si è imparato ad utilizzare il fitocomplesso invece del monomolecolare.
Vantaggi - Esistono due vantaggi nell'utilizzo di un fitocomplesso invece che di un monomolecolare. Il primo vantaggio è in termini di efficacia, e il secondo è in termini di sicurezza.
Svantaggi - In un preparato totale non è possibile definire la composizione e il dosaggio di un dato prodotto, come è anche spesso difficile dimostrare l'efficacia del prodotto e individuarne il preciso principio attivo che determina l'attività terapeutica.È quindi anche difficile definire la sicurezza d'impiego del farmaco; al contrario, un farmaco monomolecolare ha composizione e dosaggi ben definiti, e quindi la sua sicurezza d'impiego è garantita, così come anche l'efficacia terapeutica viene dimostrata mediante studi clinici. Anche stabilirne la posologia generale è molto difficile, dunque: non sapendo qual è stato il tempo di estrazione, la concentrazione del fitocomplesso nella droga, ecc ... mi è anche difficile stabilire una posologia generale.
Proprio a causa del fatto che delle piante vengono impiegati fitocomplessi, è difficile comprendere sulla base di cosa standardizzare o titolare un estratto, per dare idea del suo profilo di efficacia o sicurezza. In base a ciò, le 300.000 piante delle quali conosciamo l'esistenza vengono collocate in una piramide, che può aiutare a comprendere sulla base di cosa standardizzare e titolare la sostanza.
Piante che hanno efficacia non dimostrata, e principi attivi solo ipotizzabili - sono piante delle quali abbiamo ben poca conoscenza, se non quella data dall'uso etnobotanico. Non abbiamo quindi proprio idea di quali siano le sostanze responsabili dell'attività biologica.
Tali piante, non possedendo marker attivi, possono essere titolate soltanto in base alla presenza di marker analitici, cioè sostanze che sono solo in grado di farci identificare le piante dal punto di vista fitochimico, e che sono utili a condurre l'analisi; tuttavia, è un marker che oltre ad essere usato a scopi analitici non ha alcun tipo d'azione. Un esempio di marker analitico è l'acido rosmarinico della Melissa.
Piante con efficacia probabile - l'efficacia c'è, si presenta spesso, ma non è stato compreso quale principio attivo, nello specifico, sia responsabile di quell'efficacia. Spesso tali piante vengono standardizzate in base al contenuto in marker farmacologici, sostanze delle quali si conosce il meccanismo d'azione, e quindi la farmacologia e la farmacodinamica, ma che, una volta isolato, non dimostra di essere l'UNICO responsabile dell'azione del fitocomplesso. Il marker farmacologico, dunque, non va considerato né un principio attivo conclamato, né l'unico responsabile dell'efficacia terapeutica del fitocomplesso.
In questa categoria rientra la valeriana, proprio per quell'esempio fatto prima: in teoria, so che è l'acido valerenico ad avere effetto GABAergico, ma in pratica se lo somministro da solo non ottengo lo stesso risultato terapeutico.
Piante con efficacia solida e conclamata - sono piante che hanno efficacia solida, supportata e dimostrata, con principi attivi noti, unici responsabili dell'attività terapeutica della pianta (belladonna, digossina, caffeina, nicotina). Ad oggi, di queste piante usiamo solo IL principio attivo e basta, procediamo su scala sintetica o semi-sintetica. Ci sono, tuttavia, rari casi, come l'ippocastano, in cui viene ad oggi utilizzato come farmaco il principio attivo (escina) per via sintetica perché la sua efficacia è conclamata, sebbene in alcuni contesti si continui ad utilizzare la pianta a scopi erboristici.
Queste piante vengono quindi standardizzate secondo marker clinico, unico responsabile dell'attività di quella pianta. Dunque, il marker clinico, anche se usato autonomamente, è in grado di espletare la sua azione.