Soggettività e oggettività nell'era del dataismo: un'analisi filosofica

Documento di Università sulla soggettività e oggettività al tempo del dataismo. Il Pdf, un saggio di Filosofia di livello universitario, analizza come i dati influenzino la libertà e la comunicazione umana, discutendo concetti filosofici e l'impatto dell'intelligenza artificiale sulla società.

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I. Soggettività e oggettività al tempo del dataismo
Il lavoro è uno dei fenomeni costitutivi degli esseri umani, il quale incide sulla formazione
della personalità e trasforma visibilmente la materia in materia lavorata che, in quanto tale,
viene concepita come un insieme di istruzioni-comandi destinati a coloro che la vogliono
usare.
Nell’epoca della produzione industriale, diventa sempre più importante la materia
immateriale dei dati, acquisiti e elaborati dalla civiltà digitale. I dati costituiscono il nuovo
nucleo dei poteri contemporanei, il che porta a riflettere su come possano incidere sulle
singole persone e i gruppi: ogni volta che accediamo alla rete siamo sottoposti a una
numerazione: la nostra soggettività rischia di spegnersi e trasmutarsi in oggettività.
Come sollecita Heidegger, si deve prendere atto che nel tempo del dataismo l’intelletto
pretende che per le sue asserzioni e affermazioni si dia una fondazione, in quanto solamente
le asserzioni e affermazioni fondate sono comprensibili e ragionevoli. Questo porta a
concepire che qualsiasi forma di comunicazione interpersonale può avvenire unicamente se
il suo contenuto ha una fondazione, che sia radicato in una ragione sufficiente comunitaria e
non individuale.
Gli esseri umani mostrano sin dalla prima infanzia di essere sensibili al principio “nihil est
sine ratione”, chiedendosi il perché delle cose.
Nella civiltà del dataismo, la ragione tende a essere individuata con il successo della piena
elaborazione dei dati che concernono sia la selezione qualitativa degli atti umani praticati
nella comunità, sia gli anelli concatenati del loro incidere come la nuova materia lavorata
dei dati, che impone agli umani istruzioni, profili e comandi quando assumono una
posizione davanti a un’alternativa da superare con una decisione.
Ogni condotta umana ha una motivazione, una ragione, una volontà concepita e avviata a
una concretizzazione. Alla luce di ciò, è possibile considerare la ragione in due direzioni
diverse: essa può essere la ragione del successo funzionale di un insieme di operazioni
tecnico-scientifiche, oppure la ragione impiegata nell’analisi e valutazione della qualità
delle relazioni interpersonali. La prima visione riafferma la tesi di Luhmann (LA
FUNZIONE DELLA FUNZIONE È LA FUNZIONE), legata all’indifferenza verso la
qualità della relazione interpersonale; la seconda pone dinanzi alle alternative di garantire o
meno il riconoscimento del principio di isonomia (UGUAGLIANZA), facendo luce sui poli
opposti della relazione: la violenza e il rispetto.
Ma qual è il fondamento della tesi del fondamento? Esso non è conoscibile appieno, il che
permette di capire anche come nessun movente delle condotte umane può essere osservato
e compreso nella sua interezza; se questo dovesse accadere, infatti, non esisterebbe più la
possibilità della libertà, ma solo la necessità di una determinazione definita.
Il proprium della libertà risiede nel RISCHIO, nell’INCERTEZZA; nell’uomo l’atto di
libertà ha certo una ragione (motivazioni razionalizzabili), la quale però non ne costituisce
l’interezza, in quanto si tratta di un atto attraversato anche da dimensioni emotive e
vivificate dalle passioni, mai completamente spiegabili.
Il principio “nihil est sine ratione” può dunque essere applicato al solo approccio tecno-
scientifico.
Feynman sostiene che la scienza può aiutare a fare previsioni, ma non a prendere delle
decisioni. Questo perché scegliere tra più alternative non è un atto che può essere compiuto
scientificamente, ovvero con osservazioni e verifiche di una conoscenza prevedibile e
ripetibile in procedure numeriche certe. L’atto libero della decisione è tale proprio perché
non è illuminato razionalmente, isolato da ogni incertezza e dubbio.
L’uomo dispone di un sapere parziale; se fosse totale, allora si situerebbe fuori dal legame
che unisce libertà e il rischio con il non-sapere. Il non-sapere secondo Feynman è proprio
quella spinta che ci modo di variare, evolverci e meravigliarci nell’incontro con l’altro
nella nostra ricerca di senso, che in quanto tale non raggiunge una conoscenza statica del
senso.
Il linguaggio ha come autore un io, il quale non si confina nella comunicazione con
stesso, poiché questa è tale solo se viene destinata a un altro che ascolta e pronuncia la sua
risposta. La comunicazione ha quindi un carattere dialogico: le parole comunicate,
plurivoche, attendono l’interpretazione del senso e del confronto dialogico io-tu, non
riducibile a una oggettività scientificamente misurabile.
Anche l’affermazione “niente è senza ragione” non può che essere pronunciata da un io non
solitario, ma che comunica con gli altri. La comunicazione presuppone una lingua in
costante trasformazione, non dominabile, che si mantiene nella condizione di apertura
ricerca del senso, dove i soggetti parlanti sono uguali nella loro ansia di cercare
inesauribilmente il senso, i perché, ai quali non è possibile dare una risposta tramite le
operazioni macchiniche di un’intelligenza artificiale.
Gli esseri umani sono assoggettati alle macchine, pur rimanendone al contempo gli autori.
Questo è possibile in quanto gli umani hanno capacità creativa, che corrisponde alla volontà
di imprimere una svolta di senso, un itinerario esistenziale non anticipabile, non
padroneggiato dai pochi detentori dei Big Data.
È proprio nella loro imprevedibile ambiguità e imperfezione che gli esseri umani trovano il
loro punto di forza; sono autori di un linguaggio dispiegato in parole, svolto nella
plurivocità, aperto al rischio dell’atto libero, esercitato nella ricerca del senso. I DATI E I
QUANTI NON CERCANO ALCUN SENSO: la ricerca di senso perde rilevanza nel
dataismo, che impone comandi-profili, sia nella teoria dei quanti, che riduce l’io a
un’increspatura che appare e scompare, senza alcuna realtà stabile, non imputabile.
Heidegger avvicina il principio “nihil est sine ratione” a quello di causalità, per cui non c’è
effetto senza causa. Ma nelle relazioni linguistiche può la volontà-libertà di comunicare
avere una causa? Una libertà causata è una libertà spiegabile nel meccanismo causa-effetto e
pertanto non è più libertà creativa umana, riconoscibile perché priva di causa che la riduca a
un effetto.

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Soggettività e oggettività nel dataismo

Il lavoro è uno dei fenomeni costitutivi degli esseri umani, il quale incide sulla formazione della personalità e trasforma visibilmente la materia in materia lavorata che, in quanto tale, viene concepita come un insieme di istruzioni-comandi destinati a coloro che la vogliono usare.

Nell'epoca della produzione industriale, diventa sempre più importante la materia immateriale dei dati, acquisiti e elaborati dalla civiltà digitale. I dati costituiscono il nuovo nucleo dei poteri contemporanei, il che porta a riflettere su come possano incidere sulle singole persone e i gruppi: ogni volta che accediamo alla rete siamo sottoposti a una numerazione: la nostra soggettività rischia di spegnersi e trasmutarsi in oggettività.

Come sollecita Heidegger, si deve prendere atto che nel tempo del dataismo l'intelletto pretende che per le sue asserzioni e affermazioni si dia una fondazione, in quanto solamente le asserzioni e affermazioni fondate sono comprensibili e ragionevoli. Questo porta a concepire che qualsiasi forma di comunicazione interpersonale può avvenire unicamente se il suo contenuto ha una fondazione, che sia radicato in una ragione sufficiente comunitaria e non individuale.

Gli esseri umani mostrano sin dalla prima infanzia di essere sensibili al principio "nihil est sine ratione", chiedendosi il perché delle cose.

Nella civiltà del dataismo, la ragione tende a essere individuata con il successo della piena elaborazione dei dati che concernono sia la selezione qualitativa degli atti umani praticati nella comunità, sia gli anelli concatenati del loro incidere come la nuova materia lavorata dei dati, che impone agli umani istruzioni, profili e comandi quando assumono una posizione davanti a un'alternativa da superare con una decisione.

Ogni condotta umana ha una motivazione, una ragione, una volontà concepita e avviata a una concretizzazione. Alla luce di ciò, è possibile considerare la ragione in due direzioni diverse: essa può essere la ragione del successo funzionale di un insieme di operazioni tecnico-scientifiche, oppure la ragione impiegata nell'analisi e valutazione della qualità delle relazioni interpersonali. La prima visione riafferma la tesi di Luhmann (LA FUNZIONE DELLA FUNZIONE È LA FUNZIONE), legata all'indifferenza verso la qualità della relazione interpersonale; la seconda pone dinanzi alle alternative di garantire o meno il riconoscimento del principio di isonomia (UGUAGLIANZA), facendo luce sui poli opposti della relazione: la violenza e il rispetto.

Ma qual è il fondamento della tesi del fondamento? Esso non è conoscibile appieno, il che permette di capire anche come nessun movente delle condotte umane può essere osservato e compreso nella sua interezza; se questo dovesse accadere, infatti, non esisterebbe più la possibilità della libertà, ma solo la necessità di una determinazione definita.

Il proprium della libertà risiede nel RISCHIO, nell'INCERTEZZA; nell'uomo l'atto di libertà ha certo una ragione (motivazioni razionalizzabili), la quale però non ne costituiscel'interezza, in quanto si tratta di un atto attraversato anche da dimensioni emotive e vivificate dalle passioni, mai completamente spiegabili.

Il principio "nihil est sine ratione" può dunque essere applicato al solo approccio tecno- scientifico.

Feynman sostiene che la scienza può aiutare a fare previsioni, ma non a prendere delle decisioni. Questo perché scegliere tra più alternative non è un atto che può essere compiuto scientificamente, ovvero con osservazioni e verifiche di una conoscenza prevedibile e ripetibile in procedure numeriche certe. L'atto libero della decisione è tale proprio perché non è illuminato razionalmente, isolato da ogni incertezza e dubbio.

L'uomo dispone di un sapere parziale; se fosse totale, allora si situerebbe fuori dal legame che unisce libertà e il rischio con il non-sapere. Il non-sapere secondo Feynman è proprio quella spinta che ci dà modo di variare, evolverci e meravigliarci nell'incontro con l'altro nella nostra ricerca di senso, che in quanto tale non raggiunge una conoscenza statica del senso.

Il linguaggio ha come autore un io, il quale non si confina nella comunicazione con sé stesso, poiché questa è tale solo se viene destinata a un altro che ascolta e pronuncia la sua risposta. La comunicazione ha quindi un carattere dialogico: le parole comunicate, plurivoche, attendono l'interpretazione del senso e del confronto dialogico io-tu, non riducibile a una oggettività scientificamente misurabile.

Anche l'affermazione "niente è senza ragione" non può che essere pronunciata da un io non solitario, ma che comunica con gli altri. La comunicazione presuppone una lingua in costante trasformazione, non dominabile, che si mantiene nella condizione di apertura ricerca del senso, dove i soggetti parlanti sono uguali nella loro ansia di cercare inesauribilmente il senso, i perché, ai quali non è possibile dare una risposta tramite le operazioni macchiniche di un'intelligenza artificiale.

Gli esseri umani sono assoggettati alle macchine, pur rimanendone al contempo gli autori. Questo è possibile in quanto gli umani hanno capacità creativa, che corrisponde alla volontà di imprimere una svolta di senso, un itinerario esistenziale non anticipabile, non padroneggiato dai pochi detentori dei Big Data.

È proprio nella loro imprevedibile ambiguità e imperfezione che gli esseri umani trovano il loro punto di forza; sono autori di un linguaggio dispiegato in parole, svolto nella plurivocità, aperto al rischio dell'atto libero, esercitato nella ricerca del senso. I DATI E I QUANTI NON CERCANO ALCUN SENSO: la ricerca di senso perde rilevanza nel dataismo, che impone comandi-profili, sia nella teoria dei quanti, che riduce l'io a un'increspatura che appare e scompare, senza alcuna realtà stabile, non imputabile.

Heidegger avvicina il principio "nihil est sine ratione" a quello di causalità, per cui non c'è effetto senza causa. Ma nelle relazioni linguistiche può la volontà-libertà di comunicare avere una causa? Una libertà causata è una libertà spiegabile nel meccanismo causa-effetto e pertanto non è più libertà creativa umana, riconoscibile perché priva di causa che la riduca a un effetto.Allo stesso modo, il movente degli atti umani è ascrivibile solamente all'intenzione dalla volontà umana, che non ha origine da una causa. L'atto diventa rilevante per il diritto al momento centrale del giudizio-sentenza, che riguarda il movente di tale atto, prodotto da un io che opera attivamente, autore di intenzioni e movimenti liberamente voluti (non un impersonale effetto di un causa): i due principi sopra citati non sono quindi applicabili alla soggettività.

Nello scritto "Vita activa", Hannah Arendt fa alcune considerazioni su quello che lei definisce "uomo del futuro": risultato del principio di ragione, il quale afferma il dominio del potere scientifico che conduce all'era atomica della modernità.

L'affermarsi di questo dominio accresce il potere tecnologico, il che lo rende una questione prettamente politica, che non può essere lasciata ai soli scienziati.

Le conoscenze in merito all'energia nucleare possono essere orientate in due direzioni: una pacifica (riscaldamento, luce, produzione, ecc) e una violenta (costruzione di armi). La selezione di una delle due direzioni non è un risultato tecno-scientifico: la scelta tra molteplici scopi incidenti sulla qualità dell'esistenza e coesistenza degli umani non può essere il risultato del probabilismo tipico dell'interazione di miliardi di sistemi ondulatori come si legge nella teoria dei quanti, nella meccanica e nella fisica quantistiche, le quali propongono una nuova natura della realtà.

Il salto dal non-umano all'umano si coglie nel presentarsi dell'io e nel suo domandarsi, divenire una questione per sé stesso (MIHI QUAESTIO FACTUS SUM), considerando che il domandare è dispiegabile solo quando è contenuto di un dialogo, quindi un un momento in cui più parlanti interloquiscono.

Un soggetto isolato non può porre una domanda autentica in quanto essa sarebbe riferita solo a sé stesso, non aperta all'imprevedibilità della risposta, concepita e comunicata da un altro, suscitando meraviglia.

Nella coesistenza tra parlanti si dispiega il logos; la relazione dialogica può solo svolgersi nel rispetto delle leggi del dialogo, che garantiscono il DIRITTO a prendere la parola e il DOVERE di ascoltare quella dell'altro, in una condizione di uguaglianza nella ricerca del senso.

Appena compare il logos compare anche il nomos: la ricerca non può essere affidata al potere di chi nega il diritto all'altro di prendere la parola; il nomos è il complesso di regole che rendono il dialogo una ricerca di senso e non l'imposizione di un potere che chiude la relazione dialogica.

Nel tempo del dataismo, le regole delle relazioni si avviano a funzionare come l'esecuzione di quel complesso di dati che acquista un maggiore successo funzionale: le parole vengono sostituite dai numeri e dai dati; non sono più concepite secondo intenzione e volontà del parlante, ma si esauriscono nel copiare le operazioni fra i quanti, lasciate a un probabilismo indeterminato, che non riconosce al parlante il diritto di esercitare l'atto del pensare e enunciare le forme e i contenuti del linguaggio di una comunità.

Relazione giuridica tra dataismo e teoria dei quanti

Il dialogo tra esseri umani è in continua trasformazione, disciplinato da leggi che garantiscono innanzitutto ad ogni individuo il diritto a prendere la parola, senza essere destinatario di quella violenza che discrimina tra chi è costretto nella condizione servile e chi ha il potere di esercitare il DUOLOGO (dimensione in cui non si parla con l'altro, ma ALL'altro).

Le leggi (nomos) del dialogo si illuminano, circolarmente, nel dialogo (logos).con questa tesi si mostra che dove vi è una comunità di soggetti parlanti, una societas, vi è l'incidenza strutturale di una disciplina giuridica: UBI SOCIETAS IBI IUS. La fondazione di questa tesi si illumina nel prendere atto che un io c'è dove c'è un tu.

L'io e il tu possono essere descritti come forme essenziali alla costituzione di due personalità: essere avere una forma comporta il differenziarsi di un essere umano da un altro. L'io ed il tu costituiscono le parti della relazione dialogica; sono formatori originali e non fungibili delle loro differenziate personalità. nel dialogo i soggetti parlanti si presentano sia nella loro uguaglianza che nella loro differenza.

Il dialogo incide sulle singole personalità attraverso la formazione di ipotesi di senso, ovvero di domande e di risposte che sono sempre aperte a un ulteriore rinvio nella ricerca di senso. La ricerca del senso consiste quindi in un inizio creativo, tipico della dimensione umana: gli umani tuttavia dispongono di un iniziare parziale e non totale ma sempre originale, un iniziare strutturato dal rischio costitutivo della libertà e della volontà.

Nel comunicare dei parlanti, l'agire non può essere integralmente anticipato: il fatto che l'uomo sia capace d'azione significa che da lui ci si può attendere l'inatteso, questo perché ogni uomo è unico e porta alla nascita qualcosa di nuovo nella sua unicità non anticipabile da alcuna operazione computazionale; l'io può esistere solo nell'esercitare la sua possibilità del divergere, del dire no, estraniandosi dal determinismo generico oggi trattato e commercializzato nella produzione mercantile della vita degli umani.

La strutturale differenza rispetto agli enti del non-umano consiste nell'esistere dell'io costantemente nell'interrogarsi sul senso. L'io esiste in una modalità che non si riduce a quella della identità o identificazione ovvero dell'io uguale io, poiché l'io appartiene a una condizione di relazione con gli altri. Ogni atto della persona non è semplicemente una operazione biologica orientata alla conservazione della vita, ma comporta l'esporsi al rischio della creazione di senso, che comporta la formazione di differenti forme di orientamento della libera volontà (che non ha una causa).

Lo svolgimento del dialogo tra esseri umani non può essere ricondotto al principio di ragione sufficiente in quanto i dialoganti formano di continuo un SENSO nascente dal loro di mandare e rispondere, che è pienamente tale proprio perché non si lascia trattare in quella direzione che pretende la fornitura dei fondamenti calcolabili in termini tecnico matematici.

Il dialogo si svolge nel non poter essere lavorato e trattato secondo le operazioni della tecnica, che procedono garantendo una verifica oggettiva, funzionante perché è chiusa alla gratuità del dono di senso.

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