Documento sulla crisi dell'Impero Romano d'Occidente, focalizzandosi sulla diffusione del latifondo, l'instabilità imperiale e le incursioni germaniche. Il Pdf analizza le riforme di Diocleziano e la formazione dei regni romano-barbarici di Visigoti, Ostrogoti, Vandali e Franchi, offrendo un'analisi dettagliata per lo studio universitario di Storia.
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Le principali cause della crisi del III secolo sono tre: 1) La diffusione del latifondo e i processi a catena che ne conseguirono. I contadini liberi, ovvero i piccoli produttori agricoli a causa del livello piuttosto elevato di imposizione fiscale e costretti a lavorare i terreni meno produttivi a causa della concentrazione in poche mani delle grandi proprietà terriere alla fine vendettero i propri terreni e decisero di andare ad ingrossare le fila degli abitanti delle città, contribuendo da un lato ad ingrandire ancora di più l'ampiezza dei latifondi (tipo di coltivazione molto poco produttiva visto che molta parte della terra era lasciata incolta a pascolo o a bosco) dall'altro a rendere più forti le tensioni in ambito urbano dove la popolazione, specie nelle grandi metropoli, aveva raggiunto livelle parossistici di densità. Il calo della produzione agricola che ne conseguì, a fronte di una popolazione urbana che cresceva a dismisura, provocò in breve un circuito perverso che portò dapprima alle carestie, poi alle epidemie (la peste compare in Europa nella seconda metà del II secolo) e quindi ad una contrazione e ad un drammatico impoverimento della popolazione, in particolare quella urbana. Era saltato l'equilibrio secolare tra campagna e città. La diminuzione e l'impoverimento della popolazione urbana influirono sulle dinamiche commerciali: il calo della domanda provocò una contrazione dei traffici e delle attività artigianali. Ciò significò un drastico calo delle entrate per l'impero, che quindi aveva molti meno soldi per sostenere l'esercito (che presidiava le frontiere) e per mantenere quel sistema infrastrutturale su cui si basavano le comunicazioni all'interno dell'impero. Il calo delle entrate doveva far entrare in crisi quella burocrazia centralizzata che fino ad allora aveva garantito l'unità e la tenuta amministrativa dell'impero. Fame, povertà e miseria naturalmente incominciarono a causare tensioni sociali molto alte, ancora una volta nella popolazione urbana e nell'esercito, che mettevano a serio rischio la tenuta di un impero così vasto e articolato come quello romano. 2) L'instabilità della governance imperiale. L'impero era nato per garantire la pace ad uno Stato dilaniato dalle guerre civili nell'ultima fase del periodo repubblicano. Questo era il patto sociale su cui si fondava l'Impero: i cittadini perdevano la libertà (perché l'imperatore aveva un potere pressoché assoluto) ma acquistavano la sicurezza e la stabilità entro cui svolgere le loro vite e il loro lavoro. Nel III secolo questo patto viene travolto dagli eventi. In 47 anni a cavallo della metà del secolo si succedettero ben 25 imperatori, uno solo dei quali morì per cause naturali. L'instabilità si era impadronita dell'Impero. Gli Imperatori venivano acclamati e deposti da eserciti guidati da generali rivali in lotta tra di loro. L'esercito che era stato uno dei veicoli della romanizzazione del mondo antico adesso diventava un fattore di crisi. La promessa di nuove terre spingeva i soldati a schierarsi con l'uno o l'altro dei contendenti per il trono, salvo poi essere traditi nelle loro aspettative da chi era stato prescelto e così ripartiva la corsa a sempre nuove promesse seguite da nuovi tradimenti. Il punto di sintesi dell'Impero ovvero la figura dell'imperatore era diventata solo una ambita carica da occupare. L'edificio imperiale stava crollando.3) Incominciarono nel III secolo le prime incursioni germaniche (barbariche) entro i confini dell'impero. I movimenti verso ovest delle popolazioni del profondo Oriente (Tartari, Unni, Proto-Mongoli) che erano state respinte almeno temporaneamente dalle popolazioni cinesi che avevano cominciato a costruire proprio a partire dal III sec d. C. la Grande Muraglia Cinese, causarono lo spostamento sempre verso ovest delle popolazioni germaniche che fino ad allora avevano vissuto ai confini dell'impero e che ora si avventuravano sempre più spesso dentro i confini dell'impero con incursioni, saccheggi e violenze che dovevano rendere le regioni più periferiche dell'impero sempre più insicure. Queste popolazioni germaniche erano I Franchi e gli Alamanni, che diressero il loro raggio di interesse verso la Gallia e l'Italia settentrionale, i Frisoni, gli Angli e i Sassoni che dalla penisola dello Jutland (attuale Danimarca) presero ad assalire con incursioni piratesche le coste inglesi, del nord della Francia e persino quelle della penisola iberica, mentre i Vandali si stabilivano nella vallata del Danubio e i Goti (che poi si sarebbero divisi in Visigoti e Ostrogoti) nel basso corso del Danubio a ridosso della parte orientale dell'impero. Le autorità imperiali che sempre più difficilmente riuscivano a contenere queste sortite decisero in molte occasioni per allentare la pressione di aprire le fila dell'esercito a elementi germanici e/o di ospitare entro i confini dell'impero quelle popolazioni come "foederati" cioè come popoli alleati: pensavano che così li avrebbero controllati meglio ma doveva trattarsi di un grave errore di valutazione.
Di fronte a questi inequivocabili segni di crisi non mancò la reazione da parte di chi aveva il potere di dirigere l'impero, anche se, come vedremo, non sarà sufficiente. I tentativi più importanti per adeguare la strumentazione politico-istituzionale-culturale dell'impero ai nuovi difficili tempi furono effettuati dagli ultimi due grandi imperatori: Diocleziano e Costantino.
Diocleziano (284-305 d.C.) fu l'imperatore che decise di riformare in profondità l'impianto organizzativo dell'Impero. Lo fece sulla base di un grande disegno riformatore basato su tre aspetti: la riforma degli assetti dell'impero, quella dell'esercito e quella del fisco.
Il secondo tentativo di fermare la crisi si deve all'Imperatore Costantino (308-337 d. C.). Infatti nonostante i provvedimenti di Diocleziano alla sua morte si era riaperta nell'impero la guerra civile che durò almeno una decina di anni. I venti della crisi continuavano a soffiare forte e con essi i tumulti che si susseguivano con regolarità minando le fondamenta dell'impero. Costantino in questo quadro decise di abbandonare la politica di persecuzione contro i cristiani che aveva conosciuto nel corso dell'impero diversi momenti di recrudescenza e che anche con Diocleziano era ripresa. La predicazione cristiana anche per il suo messaggio originario egualitario si stava diffondendo a macchia d'olio soprattutto negli strati più poveri della popolazione dell'impero e le persecuzioni lungi dallo stroncare questo fenomeno lo avevano perfino rinvigorito. Il rischio che intravvide Costantino era che il cristianesimo da corrente religiosa potesse diventare il collante delle tensioni sociali che stavano funestando l'impero e il veicolo per rovesciare il potere imperiale visto che "non riconoscendo altro Dio al di fuori di quello della Bibbia e dei Vangeli" il cristianesimo metteva di fatto in discussione non solo il pantheon romano ma la stessa persona dell'imperatore