Documento universitario sull'opera italiana nell'Ottocento, analizzando il contributo di Luigi Cherubini e Gioachino Rossini. Il Pdf esplora la trasformazione del melodramma, le opere chiave come 'Médée' e 'Il barbiere di Siviglia', e l'impatto delle riforme di Gluck, offrendo una panoramica dettagliata per lo studio della Musica.
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Nel Settecento il melodramma era stato principalmente un passatempo. I cantanti italiani avevano padroneggiato in tutta Europa spesso anteponendosi agli stessi compositori. Nell'Ottocento ci sarà una trasformazione del melodramma italiano e il pubblico va al teatro con uno spirito diverso, partecipandone anche sul piano interiore. Certo le cose, dopo la Riforma di Gluck e Calzabigi, nel resto d'Europa e in Francia soprattutto erano andate in modo diverso. L'attenzione ai valori drammatici che l'Ottocento richiede la troviamo già nelle opere riformate di Gluck. Ma se Gluck aveva lasciato un segno profondo a Vienna e Parigi, la stessa cosa non si può dire in Italia, dove le sue idee arrivarono in ritardo. Mentre nel Settecento l'opera italiana, o meglio l'opera napoletana, aveva colonizzato il mondo esportando all'estero il suo prodotto, le cose incominciano a cambiare nel passaggio tra Settecento e Ottocento, periodo in cui i compositori italiani all'estero dovevano adattarsi alle esigenze locali. Due sono i musicisti italiani, che hanno operato in Francia, ad accogliere in questo passaggio le idee di Gluck: Cherubini con Medea e Spontini con La vestale. Ma questa concezione tragica non si addiceva alle orecchie di Napoleone Bonaparte, il quale era stato abituato ad ascoltare le piacevole e più rassicuranti melodie di Piccinni e Paisiello. A Napoleone era estranea la forza drammatica dei soggetti e dell'orchestra di Cherubini o di Spontini, operisti italiani trapiantati in Francia nell'età napoleonica.
I diciannove anni, dal 1810 al 1829, della folgorante carriera teatrale di Rossini coincidono con la fine delle guerre napoleoniche e con l'età della Restaurazione e segnano una svolta nelle vicende del melodramma italiano nei suoi rapporti con l'Europa. Il carattere internazionale esclusivo che aveva mantenuto nel secolo XVIII (quando un autore comeHasse poteva essere prediletto da Metastasio, e l'opera italiana era lo spettacolo musicale per eccellenza presso le corti tedesche o a Vienna) conosce una profonda trasformazione. Non mancano certo, a Rossini (come poi a Bellini, Donizetti, Verdi), i trionfi in tutta Europa; ma egli appare l'esponente di una tradizione melodrammatica a se stante, con propri caratteri specifici, distinta da altre esperienze musicali che separatamente le si affiancano, anche polemicamente. Giudizi come quelli di Schumann su Rossini potrebbero da soli offrire una immagine eloquente di tale situazione, anche se non tutti nel mondo tedesco condividevano le sue valutazioni, che si citano qui come documenti di un modo di pensare che appartenne anche a Wagner e ad altri musicisti in Germania. Per Schumann "Rossini è ottimo pittore di decorazioni, ma toglietegli la luce artificiale e la seduttrice lontananza teatrale e vedrete che cosa resta". Giudizio che si spiega se si osserva che la carriera di Rossini si sovrappone quasi per intero agli anni del "tardo stile" di Beethoven: e di per sé questa coincidenza cronologica basta a rilevare con evidenza quanto accresciute fossero le distanze tra i mondi italiano e tedesco. Da parte italiana il senso di tali distanze si manifesto spesso con le accuse di intellettualismo ed artificiosità alla grande tradizione strumentale classico-romantica. [ ... ] Dopo la morte di Piccinni (1800) e di Cimarosa (1801) e la fine della carriera teatrale di Paisiello, nel periodo che precede e accompagna la carriera di Rossini (e mentre Cherubini e Spontini svolgono ormai la loro attività all'estero), la situazione dell'opera italiana si presenta singolarmente varia e articolata. Il periodo napoleonico comporta infatti anche sul piano musicale una complessa molteplicità di stimoli di rinnovamento che agiscono in vario modo nella continuità della tradizione tardo settecentesca: così, mentre il repertorio dei teatri si apre a lavori francesi, diversi compositori si rivelano sensibili a istanze non riconducibili al gusto fino ad allora predominante dell'opera italiana. Fino all'avvento di Rossini non emergono, in questa situazione, personalità di primo piano [ ... ]. Nel quadro complessivo va ricordata la presenza di epigoni della così detta "scuola napoletana", arroccati su una posizione sostanzialmente conservatrice: fra questi il più significativo fu Nicola Antonio Zingarelli (Napoli 1752-Torre del Greco 1837), autore di una vasta produzione teatrale e sacra e maestro di Bellini, di Mercadante e di Morlacchi, rispetto ai quali rappresenta in un certo senso l'anello di congiunzione con il linguaggio melodico di tradizione napoletana. Di particolare fortuna e diffusione godette tra le sue opere Giulietta e Romeo (1796) [ ... ]. A Napoli si formò e ottenne i suoi maggiori successi il romano Valentino Fioravanti (Roma 1764-Capua, Caserta 1837), noto soprattutto come autore di opere buffe, in particolare delle Cantatrici villane (1799), che furono care a Napoleone ed ebbero notevole fortuna anche in tempi moderni: in Fioravanti rivivono con scioltezza i caratteri della tradizione comica tardo settecentesca. Un'opera buffa fu anche il lavoro più fortunato di Stefano Pavesi (Casaletto Vaprio, Cremona 1779-Crema 1850), allievo di Piccinni e Fenaroli a Napoli, poi di Gazzaniga a Crema: il suo Ser Marcantonio (1810) fu la fonte del soggetto del Don Pasquale di Donizetti. Pavesi fu a Vienna dal 1826 al 1830, succedendo a Salieri come direttore dell'Opera di corte, e fu l'ultimo italiano in quella posizione: segno anche questo di una situazione che stava mutando, nei rapporti tra l'opera italiana e l'Europa1. 1 Baroni-Fubini-Petazzi-Santi-Vinay, op. cit, pp. 303-304.