Il Bambino Medievale: educazione e vita dei bambini nel Medioevo

Documento sull'educazione e la condizione dell'infanzia nel Medioevo. Il Pdf esplora l'educazione e la vita dei bambini nel Medioevo, analizzando l'apprendistato, le buone maniere e i ruoli di genere, utile per lo studio universitario di Storia.

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IL BAMBINO MEDIEVALE
Buone maniere e apprendistato.
La maggior parte dei bambini medievali non andava a scuola, i figli delle classi sociali più
elevate frequentavano i centri di istruzione dei monasteri, la loro formazione nel grosso
feudo era affidata alla responsabilità del signore e della sua dama. La mancanza di scuole
non significò mancanza di educazione e di criteri che orientassero il passaggio dalla
condizione del bambino all’età adulta.
Secondo Postman le buone maniere sono equivalenti all’alfabetizzazione in quanto
entrambe richiedono un lungo processo di apprendimento e un insegnamento intensivo da
parte dell’adulto. Ogni signore feudale accoglieva i figli e le figlie dei suoi pari grado, ma
anche quelli della piccola nobiltà e dei suoi vassalli. I più fortunati avrebbero fatto il loro
apprendistato in vere e proprie scuole gestite dall’ordine dei cavalieri della corte reale,
mentre la maggior parte avrebbe fatto il training presso le famiglie dei Casati più
importanti.
Accanto all’apprendimento dei compiti necessari all’organizzazione della vita quotidiana,
c’era la preparazione fisica e la memorizzazione con le arti sociali. Quando l’apprendistato
infantile esce dall’anonimato della tradizione orale per entrare in quella scritta, si possono
trovare indicazioni sull’orientamento pedagogico di queste pratiche empiriche che
insegnavano ai bambini di entrambi i sessi l’importanza della buona creanza e delle buone
maniere.
!
Funzioni del paggio e della donzella!
La prima tappa dell’apprendimento consisteva essenzialmente in esercizi fisici basilari,
legati all’educazione militare del tempo che metteva al primo posto l’equitazione, la
scherma e la caccia. Il servizio per il signore e la sua famiglia era un compito che esigeva
regole, norme e leggi. Teoricamente il curriculum cavalleresco comprendeva tre passaggi:
da quello più elementare del paggio si transitava allo stato superiore di scuderie prima di
ottenere la specializzazione finale, la patente di Cavaliere. Meno numerose sono le notizie
riguardanti l’educazione fuori casa delle fanciulle nobili, ovvero l’uso di intarle a corte
sembrerebbe più limitato rispetto a quanto avveniva per i maschi. Per le donne, era più
facile essere inviate in convento dove ricevevano accanto al basilare insegnamento
religioso le prime condizioni letterarie e di arti sociali.
!
Il servizio domestico
Le occupazioni specifiche della donzella comprendevano diverse mansioni di servizio
all’interno della casa nobiliare. Tra queste vi erano il rifacimento del letto, l’assistenza al
signore e alla signora nel vestirsi e svestirsi, e la cura dell’illuminazione, in particolare delle
candele. Tuttavia, il compito più importante era senza dubbio il servizio a tavola. Questo
includeva l’apparecchiatura, la disposizione dei posti secondo il grado gerarchico degli
ospiti, la preparazione delle bacinelle per il lavaggio delle mani, e il servizio di cibi e
bevande, con particolare attenzione a offrire le migliori porzioni ai commensali di maggiore
importanza. Al termine del pasto, la donzella si occupava anche di ripulire la sala,
rimuovendo i rifiuti gettati a terra e raccogliendo gli avanzi, che venivano poi distribuiti ai
poveri o al resto della servitù.
Lo svolgimento di queste attività da parte delle donzelle non era solo un insieme di
mansioni domestiche, ma rappresentava una vera e propria partecipazione alla vita
pubblica della casa nobiliare. Nelle grandi famiglie, i pasti era occasioni rituali in cui si
mettevano in scena, quotidianamente, le regole e i valori della società aristocratica.
Attraverso la partecipazione a questi momenti, i giovani apprendisti imparavano,
osservando e imitando a rispettare l’autorità e a comportarsi con disciplina, anche
attraverso il silenzio e l’attenzione.
I genitori si preoccupavano di svelargli i segreti del servizio a mensa come mettere il pane
dopo che la persona è seduta, rendersi utile e mostrarsi sempre sorridente agli ospiti,
comportandosi in modo che alla fine del pranzo non si dicesse di lui che fosse un
maleducato. Il bambino mostrando le sue abilità nel servire e nello stare a tavola provava
di appartenere alle classi alte e di guadagnarsi la sua patente d’ingresso nel mondo
adulto.
Cinquantatré regole
Francesco Barberino nei documenti d’amore (1308-1313) fornì i presupposti teorici
dell’educazione fuori casa.
Nella caccia delle testimonianze su questo sistema, la sua opera fu un vero e proprio
trattato enciclopedico del comportamento. Offre un sicuro punto di riferimento per
ricostruire da vicino il programma dell’insegnamento riservato al fanciullo che si accingeva
a lasciare le mura domestiche. A livello teorico si attendeva il compimento del 10º anno,
visto che prima di questa soglia i bambini erano considerati troppo immaturi, rivi di
discrezione e inclini a richieste e comportamenti fastidiosi, che potevano rendere la loro
presenza sgradita agli altri membri della casa.a Tal fine i genitori erano invitati ad
insegnare per prima cosa il senso del rispetto e a non compiere atti che potessero far
male alle altre persone, fra le cautele richieste la prima era quella di piacere al proprio
signore senza mostrarsi superbo, non guardare mai in faccia la sua donna e fingere di non
vederla, al comando obbedire subito senza chiedere e né brontolare.
Durante una cena, ad esempio, non bisognava presentare le vivande sospirando nè
chiacchierando con gli altri addetti alla mensa, non ridere in faccia agli ospiti, era inoltre
fondamentale non tirarsi indietro di fronte a un ordine, mantenere una postura composta,
lo sguardo fisso ma rispettoso, e non nascondere gli avanzi del pasto.
!
Mandali fuori casa per tempo…
Nel Medioevo i bambini, anche molto piccoli, erano spesso presenti nei luoghi di lavoro
degli adulti. I più fortunati diventavano garzoni nelle botteghe delle Corporazioni, dove
ricevevano una formazione che univa lettura, scrittura, contabilità e abilità artigianali o
commerciali. L’apprendistato cominciava verso i sette anni ed era regolato da contratti: il
maestro doveva insegnare il mestiere, mantenere ed educare il ragazzo come un figlio,
mentre i genitori pagavano per questo. Il bambino in cambio doveva lavorare
gratuitamente e non poteva fuggire o cambiare maestro. Il sistema era molto diffuso e
consigliato, tanto che si invitavano i genitori a mandare i figli “fuori casa per tempo” per
imparare un mestiere, crescere senza dipendere dall’eredità e diventare autonomi. Questo
percorso era riservato ai maschi. Le bambine, escluse dall’alfabetizzazione a meno che
non fossero destinate al convento, venivano educate alla gestione domestica e ai lavori
femminili come cucire, filare e tessere. Nonostante la loro massiccia presenza nel mondo
del lavoro urbano, erano escluse dalla specializzazione professionale e quindi dalla
partecipazione al potere economico e politico. Anche i figli dei ceti più poveri non
godevano delle stesse opportunità: venivano avviati a lavori manuali pesanti e mal pagati,
che li condannavano a una vecchiaia priva di sicurezze. Per questo si consigliava ai padri
di scegliere per i figli mestieri più leggeri e duraturi, rispettando le inclinazioni personali.
Tale libertà non era concessa né alle bambine né ai figli degli operai.
Nel Medioevo, la figura dello scolaro coincideva con quella del chierico, gli studenti erano
perlopiù ragazzi destinati alla vita religiosa. I bambini venivano educati nei conventi

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Anteprima

Buone maniere e apprendistato

La maggior parte dei bambini medievali non andava a scuola, i figli delle classi sociali più elevate frequentavano i centri di istruzione dei monasteri, la loro formazione nel grosso feudo era affidata alla responsabilità del signore e della sua dama. La mancanza di scuole non significò mancanza di educazione e di criteri che orientassero il passaggio dalla condizione del bambino all'età adulta. Secondo Postman le buone maniere sono equivalenti all'alfabetizzazione in quanto entrambe richiedono un lungo processo di apprendimento e un insegnamento intensivo da parte dell'adulto. Ogni signore feudale accoglieva i figli e le figlie dei suoi pari grado, ma anche quelli della piccola nobiltà e dei suoi vassalli. I più fortunati avrebbero fatto il loro apprendistato in vere e proprie scuole gestite dall'ordine dei cavalieri della corte reale, mentre la maggior parte avrebbe fatto il training presso le famiglie dei Casati più importanti. Accanto all'apprendimento dei compiti necessari all'organizzazione della vita quotidiana, c'era la preparazione fisica e la memorizzazione con le arti sociali. Quando l'apprendistato infantile esce dall'anonimato della tradizione orale per entrare in quella scritta, si possono trovare indicazioni sull'orientamento pedagogico di queste pratiche empiriche che insegnavano ai bambini di entrambi i sessi l'importanza della buona creanza e delle buone maniere.

Funzioni del paggio e della donzella

La prima tappa dell'apprendimento consisteva essenzialmente in esercizi fisici basilari, legati all'educazione militare del tempo che metteva al primo posto l'equitazione, la scherma e la caccia. Il servizio per il signore e la sua famiglia era un compito che esigeva regole, norme e leggi. Teoricamente il curriculum cavalleresco comprendeva tre passaggi: da quello più elementare del paggio si transitava allo stato superiore di scuderie prima di ottenere la specializzazione finale, la patente di Cavaliere. Meno numerose sono le notizie riguardanti l'educazione fuori casa delle fanciulle nobili, ovvero l'uso di intarle a corte sembrerebbe più limitato rispetto a quanto avveniva per i maschi. Per le donne, era più facile essere inviate in convento dove ricevevano accanto al basilare insegnamento religioso le prime condizioni letterarie e di arti sociali.

Il servizio domestico

Le occupazioni specifiche della donzella comprendevano diverse mansioni di servizio all'interno della casa nobiliare. Tra queste vi erano il rifacimento del letto, l'assistenza al signore e alla signora nel vestirsi e svestirsi, e la cura dell'illuminazione, in particolare delle candele. Tuttavia, il compito più importante era senza dubbio il servizio a tavola. Questo includeva l'apparecchiatura, la disposizione dei posti secondo il grado gerarchico degli ospiti, la preparazione delle bacinelle per il lavaggio delle mani, e il servizio di cibi e bevande, con particolare attenzione a offrire le migliori porzioni ai commensali di maggiore importanza. Al termine del pasto, la donzella si occupava anche di ripulire la sala, rimuovendo i rifiuti gettati a terra e raccogliendo gli avanzi, che venivano poi distribuiti ai poveri o al resto della servitù. Lo svolgimento di queste attività da parte delle donzelle non era solo un insieme di mansioni domestiche, ma rappresentava una vera e propria partecipazione alla vita pubblica della casa nobiliare. Nelle grandi famiglie, i pasti era occasioni rituali in cui si mettevano in scena, quotidianamente, le regole e i valori della società aristocratica.Attraverso la partecipazione a questi momenti, i giovani apprendisti imparavano, osservando e imitando a rispettare l'autorità e a comportarsi con disciplina, anche attraverso il silenzio e l'attenzione. I genitori si preoccupavano di svelargli i segreti del servizio a mensa come mettere il pane dopo che la persona è seduta, rendersi utile e mostrarsi sempre sorridente agli ospiti, comportandosi in modo che alla fine del pranzo non si dicesse di lui che fosse un maleducato. Il bambino mostrando le sue abilità nel servire e nello stare a tavola provava di appartenere alle classi alte e di guadagnarsi la sua patente d'ingresso nel mondo adulto.

Cinquantatré regole

Francesco Barberino nei documenti d'amore (1308-1313) fornì i presupposti teorici dell'educazione fuori casa. Nella caccia delle testimonianze su questo sistema, la sua opera fu un vero e proprio trattato enciclopedico del comportamento. Offre un sicuro punto di riferimento per ricostruire da vicino il programma dell'insegnamento riservato al fanciullo che si accingeva a lasciare le mura domestiche. A livello teorico si attendeva il compimento del 10º anno, visto che prima di questa soglia i bambini erano considerati troppo immaturi, rivi di discrezione e inclini a richieste e comportamenti fastidiosi, che potevano rendere la loro presenza sgradita agli altri membri della casa.a Tal fine i genitori erano invitati ad insegnare per prima cosa il senso del rispetto e a non compiere atti che potessero far male alle altre persone, fra le cautele richieste la prima era quella di piacere al proprio signore senza mostrarsi superbo, non guardare mai in faccia la sua donna e fingere di non vederla, al comando obbedire subito senza chiedere e né brontolare. Durante una cena, ad esempio, non bisognava presentare le vivande sospirando nè chiacchierando con gli altri addetti alla mensa, non ridere in faccia agli ospiti, era inoltre fondamentale non tirarsi indietro di fronte a un ordine, mantenere una postura composta, lo sguardo fisso ma rispettoso, e non nascondere gli avanzi del pasto.

Mandali fuori casa per tempo

Nel Medioevo i bambini, anche molto piccoli, erano spesso presenti nei luoghi di lavoro degli adulti. I più fortunati diventavano garzoni nelle botteghe delle Corporazioni, dove ricevevano una formazione che univa lettura, scrittura, contabilità e abilità artigianali o commerciali. L'apprendistato cominciava verso i sette anni ed era regolato da contratti: il maestro doveva insegnare il mestiere, mantenere ed educare il ragazzo come un figlio, mentre i genitori pagavano per questo. Il bambino in cambio doveva lavorare gratuitamente e non poteva fuggire o cambiare maestro. Il sistema era molto diffuso e consigliato, tanto che si invitavano i genitori a mandare i figli "fuori casa per tempo" per imparare un mestiere, crescere senza dipendere dall'eredità e diventare autonomi. Questo percorso era riservato ai maschi. Le bambine, escluse dall'alfabetizzazione a meno che non fossero destinate al convento, venivano educate alla gestione domestica e ai lavori femminili come cucire, filare e tessere. Nonostante la loro massiccia presenza nel mondo del lavoro urbano, erano escluse dalla specializzazione professionale e quindi dalla partecipazione al potere economico e politico. Anche i figli dei ceti più poveri non godevano delle stesse opportunità: venivano avviati a lavori manuali pesanti e mal pagati, che li condannavano a una vecchiaia priva di sicurezze. Per questo si consigliava ai padri di scegliere per i figli mestieri più leggeri e duraturi, rispettando le inclinazioni personali. Tale libertà non era concessa né alle bambine né ai figli degli operai. Nel Medioevo, la figura dello scolaro coincideva con quella del chierico, gli studenti erano perlopiù ragazzi destinati alla vita religiosa. I bambini venivano educati nei conventisecondo regole precise di comportamento. I trattati scolastici, come il Morale scholarium di Giovanni di Garlandia, insegnavano non solo nozioni di latino, teologia e fisica, ma anche igiene, moralità e buone maniere, poiché si riteneva che la cultura dovesse accompagnarsi alla cortesia, soprattutto per i chierici che diventavano precettori dei nobili. Anche in Italia circolavano testi simili, come il De Vita scolastica di Bonvesin da la Riva e i Disticha Catonis, massime in latino semplice che per secoli hanno educato intere generazioni sui doveri morali e sociali. Questo testo influenzò numerosi altri trattati educativi destinati a chierici, nobili e ceto medio. Nonostante gli ideali, i comportamenti degli scolari erano spesso disordinati e ribelli. Documenti del tempo raccontano di giovani chierici che partecipavano a feste, giochi, si vestivano come i laici , trasgredivano le norme religiose, maltrattavano animali, disturbavano le lezioni ecc. L'alunno ideale doveva alzarsi presto, lavarsi, pregare, andare a scuola volentieri e stare lontano da tentazioni e cattive compagnie. Doveva inoltre rispettare il maestro, anche con doni o inviti a pranzo. Autori come Francesco da Barberino sottolineavano i disagi scolastici: pigrizia, ambizione di possedere bei libri e mancanza di disciplina. L'immagine del bambino medievale si più cupa quando si considera la condizione dei figli delle classi popolari, e quindi più svantaggiate. La letteratura pedagogica dell'epoca si concentrava quasi esclusivamente sull'educazione dei ceti privilegiati (clero, aristocrazia e borghesia urbana), lasciando un vuoto di conoscenze sulle modalità formative delle classi subalterne, nonostante esse rappresentassero la maggioranza della popolazione. I bambini che appartenevano al mondo rurale erano spesso condannati all'analfabetismo e a una vita di fatica nei campi. Tutto ciò sembra peggiorare con l'affermarsi del sistema feudale tra IX e XI secolo. Questo evento andò a si radicalizzare la differenziazione sociale fra le classi. Ai rustici, considerati servi per volontà divina, non veniva riconosciuta alcuna necessità di istruzione. La scuola non era pensabile per chi era destinato unicamente al lavoro manuale e alle attività agricole. Solo con la Rivoluzione francese l'istruzione fu teorizzata come diritto universale. Tra il XVII e XIX secolo iniziarono a emergere iniziative filantropiche e riformatrici, come l'opera di Pestalozzi, che cercava di educare i figli dei poveri contadini svizzeri. Queste iniziative, seppur rivoluzionatrici, non ottennero però grandi successi in quanto per i bambini dei ceti bassi, e soprattutto per le loro famiglie, restava centrale il lavoro. Nei primi secoli del Millennio, solo i bambini "intonati" potevano accedere a una forma rudimentale di istruzione attraverso la schola cantorum, creata nel 590 con Gregorio di Tours. Anche questa scuola era però riservata a una parte della popolazione e raramente bambini provenienti dai ceti bassi potevano accedere ad essa. La legislazione dei villaggi medievali (come i Weistümer in Svizzera, Germania e Austria) mostra l'esistenza di una certa protezione per i bambini e per le donne incinte. In questo tipo di legislazione si parla infatti di vari privilegi destinati a donne e bambini come l'assistenza al parto per le donne e una certa riduzione del carico lavorativo per i bambini ( per esempio veniva indicato che i bambini non potevano lavorare con l'aratro in quanto questo strumento era pericoloso e il suo utilizzo richiedeva che fosse manovrato solo da uomini adulti). Tuttavia, queste tutele erano spesso solo scritte e non praticate nella realtà.

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