Documento della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi su Considerazioni Preliminari Ad una Didattica del Braille. Il Pdf esplora i prerequisiti per l'apprendimento del Braille, con schede di prelettura e prescrittura per la scuola dell'infanzia, evidenziando l'importanza delle capacità tattili, aptiche e spaziali.
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[abstract] Alcune considerazioni sui prerequisiti per l'apprendimento del Braille [fine abstract] Vincenzo Bizzi Un giovane cieco ha donato a tutti i non vedenti la possibilità di accedere allo studio, di esprimersi, di affermarsi nel lavoro e nella cultura, superando lentamente i pregiudizi e i limiti dei vedenti nei loro confronti. In tutto il mondo nel 2002 è stato ricordato il 150º anniversario della morte di Louis Braille, con gratitudine espressa in mille celebrazioni. Abbiamo, come docenti vedenti, il dovere di imparare ad insegnare il Braille e ad usarlo con perizia, perché questo è un indiscutibile diritto del bambino non vedente e solo così, effettivamente, dimostreremo di averne rispetto.
Il bambino non vedente, per imparare a leggere e scrivere in Braille, ha bisogno di metodi, strumenti e, a volte, anche di tempi diversi. I compagni, grazie alla vista, sono in grado di percepire e riconoscere globalmente la parola associata all'oggetto, per poi procedere all'analisi dei segni. Il bambino non vedente deve invece partire dalla percezione tattile e parcellare di ogni lettera per poi ricostruire la sillaba, la parola, la frase. La percezione visiva consente una discreta simultaneità tra lettura e scrittura, mentre la percezione tattile procede per consecutività, dall'analisi alla sintesi, e conquista la simultaneità solo man mano che acquisisce rapidità nell'analisi e nella successione. È perciò necessario che, nel rispetto dei tempi di crescita e delle condizioni del bambino, l'insegnante, fin dalla scuola dell'infanzia, promuova quei prerequisiti fondamentali e anzi, quando è possibile, non si limiti solo ai prerequisiti ma, senza indugi, curi il primo avviamento alla letto-scrittura. I prerequisiti sono molti ed elencati e commentati nelle pagine che seguono ma, in sintesi, si può dire che il bambino ha maturato le potenzialità di apprendimento della lettura e scrittura solo se è in grado di ricostruire un'ordinata rappresentazione spaziale e simbolica delle esperienze sensoriali e motorie vissute nell'ambiente prossimo. L'insegnamento del Braille è frutto di una preparazione attenta di abilità e capacità che devono essere promosse tempestivamente anche in famiglia e nella scuola dell'infanzia. * Si tratta di una lezione per il corso online "Indicazioni metodologiche e didattiche per l'integrazione educativa degli alunni minorati della vista", organizzato nel 2003 dalla Federazione Nazionale delle Istituzioni pro Ciechi.
Molti autori hanno elencato schede guida di lavoro e di verifica, perciò mi limito a schematizzare alcuni tratti essenziali della didattica e alcune schede di pregrafia e di prelettura (con il solito valore puramente esemplificativo). Spesso il bambino con gravi problemi visivi non riesce, o a volte non vuole, usare le mani per conoscere e perciò " l'educazione della mano", che nelle scuole speciali per ciechi era una voce valutativa e un argomento di lavoro puntuale, ancora oggi possiamo ereditarla come maturazione di abilità fondamentali.
Le capacità tattili consentono:
Ogni oggetto è analizzabile e descrivibile utilizzando l'insieme delle caratteristiche che lo costituiscono. Le capacità aptiche consentono, attraverso il movimento coordinato delle mani sull'oggetto, di apprezzarne la forma, le dimensioni, il peso, le funzioni, ecc. Ovviamente a questa analisi tattile e aptica si assoceranno altre informazioni provenienti dagli altri sensi: odore, suono, rumore, gusto e, se il bambino ha un residuo visivo anche minimo, lucentezza o colore. Da questa sintesi intersensoriale, nasce nel bambino la rappresentazione mentale dell'oggetto esperito e, in seguito, maturerà in lui la capacità di ricostruire e di immaginare realtà non direttamente conosciute. Ma questo è un altro grande discorso che ci rinvia ad altre occasioni di approfondimento.
La maturazione dello schema corporeo, di un'ordinata lateralizzazione e di elementari rapporti topologici, sono fondamentali per un approccio al Braille che consiste in un preciso gioco di variabili di forma creati da 1 a 6 punti e dalla posizione nella quale vengono collocati in un modulo virtuale di 3 mm di base per 6 mm di altezza. Dentro-fuori, vicini-lontano, alto-centro-basso, destra-sinistra, sono indicazioni spaziali che orientano la lettura e la scrittura. Giocando con queste sei possibili collocazioni e con il numero dei punti inseriti in ogni modulo, si configura con precisione ogni segno. Le combinazioni possibili sono 63 (più il modulo vuoto che significa spazio). L'orientamento spaziale evolve con tempi più o meno rapidi e consente al bambino di riconoscere la propria posizione statica o dinamica rispetto a punti di riferimento fissi o in movimento. Non voglio trattare temi già affrontati da altri colleghi specialisti, mi limito a ricordare che anche per il bambino che non vede valgono le sequenze evolutive del concetto di spazio tratteggiate dal Piaget: dalla fase senso-motoria a quella rappresentativo- immaginativo-motoria. Tuttavia, come ha dimostrato la Y. Hatwell, i tempi di maturazione delle strutture infralogiche spazio-temporali possono richiedere tempi più lunghi. Il livello di maturazione conquistato dal bambino in questo ambito evolutivo deve essere stimolato con entusiasmo coinvolgente perché solo il movimento finalizzato e attivo promuove la scoperta di sé e del mondo.
Dal livello di maturazione conquistata dal bambino in questo ambito evolutivo si ricavano indicazioni importanti anche ai fini della scelta dei metodi e dei primi strumenti per la scrittura Braille: tavoletta con punteruolo o dattilobraille? Su questa scelta si confrontano convinzioni diverse. Estremizzando, da un lato ci sono i fautori del "prima la tavoletta e poi la dattilobraille", dall'altro quelli che considerano la tavoletta uno strumento "obsoleto", "che disorienta il bambino, che gli fa perdere tempo e fatica". A mio giudizio questa contrapposizione non ha ragione di essere. La verità è che la scelta deve tener conto obiettivamente dello stadio evolutivo del bambino, con particolare riferimento alla maturazione o meno di capacità di organizzazione spaziale e quindi di costruzione della forma nella scrittura e di ricostruzione in lettura.
Forse qualche esempio potrà esserci d'aiuto. Ci sono bambini che per raggiungere un punto nello spazio, ad es. la porta della classe, hanno bisogno di utilizzare indicatori sensoriali che, come un faro, li conduce all'obiettivo: le voci del corridoio, la corrente d'aria che si forma con la porta aperta, gli odori della mensa ecc. Ma in mancanza di segnali questo bambino immaginario non sa trovare la porta, cioè non sa ancora raffigurarsi nella sua globalità la forma dell'ambiente classe, né sa con chiarezza collocarsi, né saprebbe indicare la posizione relativa della porta. Eppure la raggiunge perché utilizza, per orientare il movimento, indicatori sensoriali. Un altro bambino di fronte allo stesso percorso si muove utilizzando una precisa sequenza di riferimento, più volte memorizzata: "Per arrivare alla porta dal mio banco raggiungo la parete alla mia destra, poi incontro il mio armadietto, poi il tavolino con i nostri lavoretti e poi c'è la porta". Il suo campo di raffigurazione spaziale non è ancora globale, ma procede sorretta da una sequenza di indicatori più volte esperita. Ed è facile generare in lui disorientamento togliendo una tappa dal suo percorso. Qualche bambino invece riesce, dopo accurata esplorazione, ad organizzare una rappresentazione ordinata dello spazio aula, ne ricostruisce la forma e in essa colloca con agilità le posizioni relative di compagni e oggetti. Si tratta di bambini che hanno potuto fruire, attraverso il gioco, di stimoli esplorativi vivaci, accompagnati da indicazioni verbali limpide e appropriate ..
Possiamo convenire che nei primi due casi la ricostruzione globale della forma non è ancora maturata, si dovranno utilizzare giochi e sussidi per attivarla. In tal caso l'uso della dattilobraille porterebbe il bambino sì a scrivere, ma senza che possa rendersi conto del perché. La produzione della lettera avverrebbe per passiva memorizzazione della posizione delle dita sulla tastiera o, peggio, per indicazione numerica dei tasti da premere: "Per fare la c ci vogliono l'1 e il 4". Non sa perché, il bambino risulta alquanto alienato dal prodotto di un'azione che non è coerente con le sue capacità ed esigenze evolutive. Questi bambini possono trovare nella classica tavoletta uno strumento coerente e, in qualche modo, "riabilitativo". La lettera si costruisce punto dopo punto, come la porta si raggiunge tappa dopo tappa. Ma è probabile che piano piano maturi una progressiva previsione, un'anticipazione delle sequenze e cioè che evolva in lui un campo spaziale sempre più ampio e ordinato. Se invece il bambino dimostra di aver maturato un'agile raffigurazione dello spazio, ad es. con il gioco: "Voi due, uno accanto all'altro, mi sembrate una c" e riproduce la lettera con i sussidi (tipo Mosaico logico), allora vuol dire che è in grado di sintetizzare e astrarre la forma descritta dall'insieme dei punti, per lui sarà un gioco ricostruire la correlazione tra tasti premuti e punti creati.
Non c'è dubbio che la dattilobraille consente una rapidità di scrittura incomparabile rispetto alla tavoletta e chi può usarla non rischia di perdere il ritmo del gruppo o di ridurre il tema ai minimi termini per economia. La minor fatica riserva energia per migliorare la qualità. È perciò ovvio che si debba tendere alla conquista della dattilobraille (anche perché nel futuro del bambino si offriranno molti strumenti informatici che utilizzano questa tastiera), ma l'adozione deve essere fatta in base ad un'analisi obiettiva dei suoi livelli globali, con particolare riferimento a quelli spaziali.
Per concludere un breve esempio vissuto. Antonella (prematura, cieca totale, traumi affettivi, a 7 anni ancora uno scricciolo, loquace ma poco attiva) affronta la o con tavoletta e punteruolo. La corretta sequenza di collocazione dei punti è: alto-destra, basso-destra, centro-sinistra; spesso questo ultimo puntino le scappava in alto o in basso creando, per errore, una m o una u, anche se la posizione guida del dito indice sinistro era corretta. Dopo tanto impegno per superare l'errore, notai che nel costruire la e (alto-destra, centro-sinistra) il punto in questione veniva sempre ben individuato. Allora proposi alla bambina di cambiare la sequenza (la stradina) della o e le proposi di fare alto-destra, centro-sinistra, basso-destra. La sequenza produce ovviamente la stessa forma anche se sarebbe sempre preferibile, nella collocazione dei punti, rispettare un andamento dall'alto al basso a da destra a sinistra. Antonella non gradì la proposta perché sosteneva: "Se cambi la stradina non può venire la stessa letterina!". Fabio a quattro anni e mezzo (cieco nato, curioso, autonomo, dinamico) di fronte alla prima analisi della forma della stessa lettera o esclamò: "Mi sembra una salvietta piegata!", dimostrando di essere già in grado di globalizzare la forma descritta dall'insieme dei punti. La prima bambina aveva ancora bisogno di uno strumento che, attraverso l'operatività, l'aiutasse a realizzare le singole parti per arrivare a sintetizzare la forma. Il secondo bambino, questa agilità sensomotoria l'aveva già acquisita con il gioco attivo, con la padronanza dello spazio, con la rapidità nel ricostruire ambienti e percorsi, con orgogliosa autonomia. Ma anche Fabio aveva in precedenza giocato con la tavoletta per scoprire come nascono i puntini attraverso la propria azione di punzonatura, ha scoperto il suono diverso dei puntini fatti bene e di quelli venuti male, si è divertito a collocare i punti in modo