Documento di Martina Vai su "Diventare grandi all’epoca degli schermi digitali". Il Pdf analizza l'impatto dei media digitali sui bambini tra i 3 e i 12 anni, proponendo un approccio educativo basato su autoregolazione, alternanza e accompagnamento, utile per lo studio universitario di Psicologia.
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Serge Tisseron sosteneva che a lui non interessava tanto cosa facessero i media ai bambini o, al contrario, cosa facessero i bambini con i media, ma cosa succedesse "lì nel mezzo". Quello che per Tisseron era interessante erano gli usi, le transazioni, gli investimenti simbolici, le specificità che sempre l'incontro dei media con i suoi destinatari presenta.
Tisseron individua le "età critiche" dei bambini: 3 anni, 6 anni, 9 anni, 12 anni, spiega agli adulti, educatori, cosa è meglio che il bambino non faccia, contemporaneamente gli indica cosa invece potrebbe o dovrebbe fare. L'approccio di Tisseron è problematico: da una parte sono indicati i pericoli, le cose da non fare alle diverse età, dall'altra questi pericoli vengono sempre bilanciati dall'indicazione delle opportunità che i media possono dischiudere al bambino. Tisseron non dice al genitore cosa deve fare: lo invita a mobilitarsi, a leggere, capire, stare con suo figlio, osservarlo, comprendere i suoi bisogni e le sue paure. La regola del "3-6- 9-12" lo può aiutare, ma non si sostituisce alla sua responsabilità genitoriale. Quello che Tisseron auspica è una presa in carico da parte della società civile e delle istituzioni: il problema dei media digitali si risolve insieme, non da soli.
Gli schermi digitali oggi sono i protagonisti della socializzazione, viaggiano con noi, ci stanno in tasca. Siamo in una "società multischermo". Parlare di un'educazione agli schermi significa parlare di un'attenzione educativa che non riguarda solo la scuola, ma la famiglia e i contesti di educazione formale/ informale, contiene la preoccupazione classica della Media Education e della Education Technology, che mirano a far sì che il soggetto si rapporti criticamente con i media, e sfrutti i dispositivi digitali come opportunità di apprendimento, raccoglie le diverse "educazioni mediali".
Le tre attenzioni-chiave della Screen Education, cominciano tutte per A:
L'intervento migliore degli educatori non si esplica bene in maniera diretta quando si parla di educazione agli schermi, ma si attua meglio in modo indiretto, al margine delle vite dei propri ragazzi: un commento, un suggerimento, un commento in Facebook.
L'espressione 3-6-9-12 evoca 4 tappe della vita del bambino, che rappresentano un valido spunto per capire a che età e con quali modalità introdurre schermi nella vita dei bambini: 3 anni: ingresso alla scuola dell'infanzia, 6 anni l'ingresso in prima elementare, 9 anni l'incontro con la lettoscrittura, 12 anni il passaggio alla scuola media. Occorre rinunciare a due tentazioni: idealizzare queste tecnologie e demonizzarle. Sarebbe sbagliato aspettarsi miracoli dalle tecnologie, così come non volerci avere a che fare. Le tecnologie sono strumenti e quindi bisogna imparare a non chiedere ad essi quello che non possono dare e invece chiedere quello che possono offrirci. Non bisogna mai mettere un bambino inferiore ai 3 anni davanti alla TV, non bisogna fargli usare una console, videogiochi prima dei 6 anni, a 9 anni bisogna accompagnarlo alla scoperta di internet, a 12 anni non bisogna lasciarlo navigare in maniera illimitata. Non bisogna mai mettere un bambino di meno di tre anni davanti alla TV. Gli schermi sono utilizzati dagli adulti stessi per dimenticare i problemi che essi incontrano nella vita di tutti i giorni. Gli usi eccessivi e problematici degli schermi sono anche la conseguenza delle sofferenze cui quotidianamente ci tocca far fronte. Il programma degli educatori dovrebbe essere quello di dare ai nostri figli la possibilità di fare qualcosa di nuovo che noi non avevamo previsto, e prepararli al compito di rinnovare il mondo. Il problema degli schermi, non è un problema del singolo, è un problema sociale. Non si cambierà il nostro rapporto con gli schermi, se non tutti insieme (famiglia, scuola, sanità ... ).
I primi studi che riguardano i rischi degli schermi risalgono agli anni '90, riguardavano i danni della televisione sui più piccoli e i rischi che hanno per tutta l'età. La comunità scientifica però non è mai arrivata a precisare quando il nostro contatto con la televisione diventa malattia a seconda di quante ore passiamo lì davanti. L'accademia americana di pediatria dal 1999 è una delle organizzazioni più preoccupate per la questione di misurare quante ore ammonti un consumo di schermi sostenibile, e sono arrivati alla conclusione che la tv dovrebbe essere vista 1/2 ore al giorno tra gli 8 e i 18 anni. Ma il consumo effettivo è ben più consistente, il problema principale è lanciare l'allarme. L'abuso degli schermi è la conseguenza di una situazione che abbiamo la necessità di comprendere se vogliamo fare qualcosa al riguardo.
Questo tema può essere visto come uno spazio commerciale al centro di forti interessi che si appoggiano su una comunicazione pubblicitaria aggressiva e ingannevole (ad esempio, pubblicità dei tablet per bambini molto piccoli) oppure può essere visto come una questione che riguarda un po' tutti: gli schermi digitali rappresentano una via di fuga dai problemi e dalle sofferenze che contraddistinguono la nostra vita quotidiana. Al lavoro ci viene affidata sempre più responsabilità che causa forti condizioni di stress; quindi, tutto ciò che produce effetti sul cervello, torna utile per rendere sopportabili queste tensioni, tra cui l'alcol, le droghe e anche gli stessi schermi. Molti studi, soprattutto americani, hanno constatato che esiste una correlazione anche tra il consumo eccessivo di televisione, l'obesità e le difficoltà scolastiche. Il consumo eccessivo di tv e i disordini alimentari hanno la stessa spiegazione: la rinuncia dei genitori ad educare. Molto spesso questi genitori si sentono soli davanti a questo compito, tanto che gli schermi stessi li fanno rinunciare all'idea che vi siano soluzioni collettive ai problemi a tv, e gli stessi cartoni per bambini dell'infanzia, presentano sempre più eroi solitari. Nasce così un circolo vizioso: le famiglie e le società odierne mettono gli uomini davanti a una solitudine crescente, le persone si rifugiano negli schermi, ma questo accresce la loro solitudine. Ciò che provoca questo consumo eccessivo provoca l'indebolirsi dei legami di coppia, la sofferenza al lavoro e in famiglia e, per i bambini, una scuola che vivono come molto lontana da quella cultura digitale nella quale essi cominciano a muoversi sempre più presto. E' sbagliato però affermare che gli schermi sono dannosi a prescindere, bisogna imparare a riflettere su quello che provoca questo consumo, imparare a non dare troppo peso al tema che sta diventando sempre più populista.
In Francia, l'Accademia delle Scienze, tenendo in considerazione la complessità delle nostre relazioni con gli schermi, non si pronuncia ne a favore ne contro di essi. Ha stabilito delle indicazioni, che seguono tre direzioni:
L'educazione agli schermi inizia fin dal momento in cui il bambino costruisce i suoi punti di riferimento spaziali e temporali. Per permettere al bambino di interiorizzare i suoi punti di riferimento temporali è preferibile lasciarlo davanti ad un programma di cui si conosca la durata, in modo da potergliela comunicare. Non è corretto lasciare il bambino per un tempo indefinito davanti alla Tv e poi dirgli "Adesso basta, ne hai vista abbastanza". Questo è contro all'apprendimento dell'autoregolazione. Occorrerebbe invece dire "hai diritto a mezz'ora o a un'ora di schermo, preferisci guardarlo ora o dopo?", questo stimola il bambino a esercitare la sua capacità di scelta, dunque la sua libertà. I bambini dovrebbero essere incoraggiati alla costruzione narrativa, partendo dalle immagini che vedono. È inoltre importante mostrare loro fin da piccoli che gli schermi cui stanno davanti acquistano senso a partire dal momento in cui loro gliene danno. Per questa ragione già dall'infanzia è importante sollecitare la forma orale, a discapito di insegnare loro a scrivere, che è inutile perché non hanno ancora acquisito dei punti di riferimento essenziali per la scrittura. La scuola dell'infanzia deve integrare gli schermi, che sono parte della vita del bambino a casa, senza per forza introdurli a scuola.
La soluzione è quella di fissare dei punti fermi e degli obiettivi attorno ai quali le strutture pedagogiche ed educative possano misurarsi. È questo l'obiettivo "3-6-9-12". I genitori non vengono esclusi, ma accompagnati dall'insieme delle istituzioni che ne prendono parte, per far sì che non si sentano soli.
In pochi anni le tecnologie digitali hanno trasformato la nostra vita. I bambini più piccoli, grazie ai Tablet, acquistano velocemente un'abilità che lascia stupefatti gli adulti. La tecnologia prende piede sempre più precocemente sulle nuove generazioni.
I VANTAGGI DEGLI SCHERMI Gli schermi interattivi offrono altre opportunità rispetto a quelli non interattivi. Fin dalla sua nascita, il bambino inizia a sviluppare la sua conoscenza del mondo e di se stesso, grazie alle interazioni con l'ambiente. I nuovi oggetti digitali entrano a far parte di questi apprendimenti. Meglio gli schermi o i giochi tradizionali? I giochi tradizionali manipolabili nello spazio tridimensionale sembrano i più adatti allo sviluppo del bambino, che ha bisogno di costruire i suoi punti di riferimento corporei e senso-motori e deve poter annusare, toccare, mangiare, lanciare gli oggetti. Il bambino che viene lasciato libero di svolgere queste attività costruisce i suoi riferimenti spaziali, scopre il suo corpo e impara ad orientarsi. Per il bambino piccolo, fondamentali sono i