Documento da Università su Emilio Lussu e l'opera "Un anno sull'Altipiano". Il Pdf, di Letteratura per l'Università, offre una biografia di Emilio Lussu, la sua carriera politica e militare, e un'analisi approfondita di "Un anno sull'Altipiano" con estratti significativi.
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Emilio Lussu nasce ad Armungia (Cagliari) il 4 dicembre 1890. Compie i suoi primi studi a Lanusei e a Roma, si laurea in Giurisprudenza a Cagliari nel 1915. Prende parte alla prima guerra mondiale come ufficiale della Brigata Sassari, combattendo sul Carso e sull'Altipiano di Asiago. Dopo la guerra è tra i fondatori del Partito Sardo d'Azione, a ispirazione democratica e autonomista, per il quale viene eletto deputato nel 1921. Rieletto nel 1924, viene arrestato nel 1926 per essersi difeso da un attacco fascista uccidendo uno degli aggressori. Sebbene assolto per legittima difesa, viene deportato a Lipari, da dove evade nel 1929 insieme a Carlo Rosselli e Fausto Nitti, con i quali fonda a Parigi il movimento "Giustizia e Libertà". Negli anni dell'esilio pubblica La catena (1929), Marcia su Roma e dintorni (1933), Teoria dell'insurrezione (1936) e Un anno sull'Altipiano (1938). Il racconto Il cinghiale del diavolo, scritto nel 1938, sarà pubblicato in volume solo nel 1968. Sposa Joyce Salvadori, che gli sarà compagna per tutta la vita. In Diplomazia clandestina (1956) racconterà i suoi tentativi per il coordinamento tra l'antifascismo italiano e gli Alleati. Nel 1943 rientra clandestinamente in Italia, dove è tra i dirigenti della Resistenza e del Partito d'Azione. Dopo la liberazione è ministro nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi. Membro della Consulta Nazionale e deputato all'Assemblea Costituente, si batte per la trasformazione federalista, per la 1democratizzazione delle istituzioni e per la laicità dello Stato. Senatore del Partito Socialista Italiano, è nel 1964 tra i fondatori del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Pubblica nel 1968 Sul Partito d'Azione e gli altri. Nel 1987 uscirà postumo La difesa di Roma. Muore a Roma il 5 marzo 1975.
Un anno sull'altipiano fu scritto a distanza di vent'anni dal conflitto. Probabilmente Lussu intendeva fornire un documento sulle atrocità e sulla insensatezza della guerra. Lussu compie anche il miracolo di rimettersi totalmente nei panni del Lussu personaggio, il quale diventa in un certo senso l'autore di se stesso. Il racconto è narrato in prima persona esattamente come se si stesse svolgendo in quel momento e il sottotenente, poi tenente, poi capitano Lussu più che raccontare vivesse la guerra sotto i propri occhi. Nel romanzo troviamo i ricordi personali e limitati ad un anno fra i quattro di guerra ai quali il poeta ha preso parte. Dirà Lussu: "io non ho raccontato che quello che ho visto e mi ha maggiormente colpito" e "io non racconto e non rivedo che ciò che maggiormente è rimasto impresso in me". Un anno sull'altipiano è un racconto denso efficacissimo, stringente, ricco di una moltitudine di personaggi concreti umani, ognuno dotato di una sua scrupolosa verosimiglianza psicologica. Emilio Lussu racconta una rigorosa unità di tempo e di luogo che condensa a sua volta la vicenda, in una sorta di unità d'azione ininterrotta e inscindibile dal giugno 1916 a luglio 1917, quando la Brigata Sassari dell'esercito italiano, di cui Lussu era capitano, fu trasferita dal Carso (Friuli-Venezia Giulia) sull'altipiano di Asiago (fra Veneto e Trentino), più esattamente nella zona del fronte che sta tra monte Fior e Monte Zebio. 2Il trasferimento avvenne perche era in atto l'offensiva degli austriaci contro l'Italia passata alla storia come "Missione punitiva". Lussu stacca questo frammento grande, ma ben circoscritto dai tre anni e mezzo di guerra combattuti. In questo frammento accade di tutto: eroismi, massacri, follie, viltà, insensatezze e dolori. Ma la tensione che tiene insieme il tutto è la forza grande del coraggio, il senso dell'onore, l'attaccamento al dovere, che caratterizza nel personaggio-autore e sia pure più indirettamente più sullo sfondo la schiera di suoi anonimi soldati. Fonte: Alberto Asor Rosa Ricordiamo che Lussu era stato acceso interventista prima della guerra, ma il suo punto di vista nei confronti della guerra e delle gerarchie dell'esercito italiano nel corso del tempo divenne sempre più critico. Si accorse di come le operazioni fossero decise in modo arbitrario e senza una giusta valutazione dei costi che avrebbero comportato in fatto di vite umane. Nel libro sono spesso personaggi negativi, i grandi generali che sembrano agire da folli e da incompetenti, mentre risultano figure positive i soldati semplici, legati fra di loro da profondi rapporti di amicizia e capaci di manifestare grandi gesti di umanità e di solidarietà
L'inizio della storia Nella primavera del 1916 la brigata di Lussu marcia verso l'altopiano di Asiago in un clima di rilassata serenità: i soldati sperano infatti di poter finalmente combattere una guerra di strategia, sulle montagne, dopo un lungo periodo trascorso nelle inospitali trincee del Carso. Ma nello scontro di Monte Fior gli austriaci hanno la meglio e nell'esercito italiano vengono effettuate delle sostituzioni.
3A Lussu viene comunicato il nome del nuovo generale della divisione, il generale Leone. Si tratta di un uomo che intende la guerra come una gara di bravura mettendo così a repentaglio la vita dei suoi uomini.
Il tenente generale comandante la divisione, ritenuto responsabile dell'abbandono ingiustificato di Monte Fior, fu silurato. In sua sostituzione, prese il comando della divisione il tenente generale Leone. L'ordine del giorno del comandante di corpo d'armata ce lo presentò «un soldato di provata fermezza e d'esperimentato ardimento». Io lo incontrai la prima volta a Monte Spill, nei pressi del comando di battaglione. Il suo ufficiale d'ordinanza mi disse che egli era il nuovo comandante la divisione ed io mi presentai. Sull'attenti, io gli davo le novità del battaglione. Quando fummo in trincea, nel punto più elevato e più vicino alle linee nemiche, in faccia a Monte Fior, mi chiese: «Quale distanza corre qui, fra le nostre trincee e quelle austriache?» «Duecentocinquanta metri circa» risposi. Il generale guardò a lungo e disse: «Qui, ci sono duecentotrenta metri». «È probabile.» «Non è probabile. È certo.» Noi avevamo costruito una trincea solida, con sassi e grandi zolle. I soldati la potevano percorrere, in piedi, senza esser visti. Le vedette osservavano e sparavano dalle feritoie, al coperto. Il generale guardò alle feritoie, ma non fu soddisfatto. Fece raccogliere un mucchio di sassi ai piedi del parapetto, e vi montò sopra, il binocolo agli occhi. Così dritto, egli restava scoperto dal petto alla testa. «Signor generale,» dissi io «gli austriaci hanno degli ottimi tiratori ed è pericoloso scoprirsi così.» Il generale non mi rispose. Dritto, continuava a guardare con il binocolo. Dalle linee nemiche partirono due colpi di fucile. Le pallottole fischiarono attorno al generale. Egli rimase impassibile. Due altri colpi seguirono ai primi, e una palla sfioro la trincea. Solo allora, composto e lento, egli discese. Io lo guardavo da vicino. Egli dimostrava un'indifferenza arrogante. Solo i suoi occhi giravano vertiginosamente. Sembravano le ruote di un'automobile in corsa. La vedetta, che era di servizio a qualche passo da lui, continuava a 4guardare alla feritoia, e non si occupava del generale. Ma dei soldati e un caporale della 12a compagnia che era in linea, attratti dall'eccezionale spettacolo, s'erano fermati in crocchio, nella trincea, a fianco del generale, e guardavano, più diffidenti che ammirati. Essi certamente trovavano in quell'atteggiamento troppo intrepido del comandante di divisione, ragioni sufficienti per considerare, con una certa quale apprensione, la loro stessa sorte. Il generale contemplò i suoi spettatori con soddisfazione. «Se non hai paura» disse rivolto al caporale, «fa' quello che ha fatto il tuo generale.» «Signor sì» rispose il caporale. E, appoggiato il fucile alla trincea, montò sul mucchio di sassi. Istintivamente, io presi il caporale per il braccio e l'obbligai a ridiscendere. «Gli austriaci, ora, sono avvertiti»4 dissi io «e non sbaglieranno certo il tiro.» Il generale, con uno sguardo terribile, mi ricordò la distanza gerarchica che mi separava da lui. Io abbandonai il braccio del caporale e non dissi più una parola. «Ma non è niente» disse il caporale, e risalì sul mucchio. Si era appena affacciato che fu accolto da una salva di fucileria. Gli austriaci, richiamati dalla precedente apparizione, attendevano coi fucili puntati. Il caporale rimase incolume, impassibile, le braccia appoggiate sul parapetto, il petto scoperto, continuava a guardare di fronte. «Bravo!» gridò il generale. «Ora, puoi scendere.» Dalla trincea nemica partì un colpo isolato. Il caporale si rovesciò indietro e cadde su di noi. Io mi curvai su di lui. La palla lo aveva colpito alla sommità del petto, sotto la clavicola, traversandolo da parte a parte. Il sangue gli usciva dalla bocca. Gli occhi socchiusi, il respiro affannoso, mormorava: «Non è niente, signor tenente». Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. «È un eroe» commentò il generale. «Un vero eroe.» Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell'istante, mi ricordai d'aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale. «È un eroe autentico» continuò il generale. Egli cercò il borsellino e ne trasse una lira d'argento. «Tieni,» disse «ti berrai un bicchiere di vino, alla prima occasione.» Il ferito, con la testa, fece un gesto di rifiuto e nascose le mani. Il generale rimase con la lira fra le dita, e, dopo 5un'esitazione, la lasciò cadere sul caporale. Nessuno di noi la raccolse.
Un uomo così ardimentoso come il generale Leone non poteva rimanere inoperoso. Noi non avevamo ancora un sol pezzo d'artiglieria sull'Altipiano. Egli ordinò egualmente l'assalto di Monte Fior, per il giorno 16. Il mio battaglione rimase indietro, riserva di brigata, ed io non presi parte all'azione. Passammo alcuni giorni di calma. L'artiglieria nemica non tirava. Noi non avemmo neppure un ferito. Per noi, fu un vero riposo. Quante ore passate al sole, addossati alle rocce, lo sguardo vagante, con i nostri sogni, sulla pianura veneta. Come era lontana la vita, da noi! Il comandante della divisione non riposava. Egli voleva, a tutti i costi, impadronirsi di Monte Fior. Era tutti i giorni in prima linea a misurare le distanze, tracciare disegni, fare progetti. Aveva infine escogitato un piano d'attacco di sorpresa, alla baionetta, in pieno giorno, che il mio battaglione, il più pratico della cima del monte, avrebbe dovuto effettuare. L'attacco era fissato per il 26, gli austriaci ripiegarono il 24. La nostra resistenza sul Pasubio e la grande offensiva scatenata dai russi in Galizia li avevano obbligati a sospendere l'azione sull'Altipiano. Essi abbandonarono Monte Fior, allo stesso nostro modo. E noi lo riprendemmo nello stesso modo con cui essi lo avevano conquistato. La ritirata, durata probabilmente più giorni, era stata mascherata abilmente. Nelle prime linee, non era rimasto che un raro velo di pattuglie. Quando noi ce ne accorgemmo, iniziammo l'avanzata e non avemmo altro che piccoli scontri di pattuglie. Il generale, intrepido nella guerra di posizione, lo fu ancora più nella guerra di movimento. Egli ordinò che le nostre truppe non perdessero mai, né di giorno né di notte, il contatto con la retroguardia nemica, e impose al generale comandante di brigata di prendere personalmente posto con le nostre avanguardie. Il comandante della brigata, malgrado la sua età avanzata, si mise alla testa della prima compagnia di avanguardia e fu ucciso in un combattimento di pattuglie. Eu un lutto per tutta la brigata: i soldati lo amavano. Quando il comandante della divisione seppe della sua morte, raddoppiò d'ardimento. 6