Slide dall'Università sull'Italia Liberale: la Sinistra Storica (1876-1896) e la Crisi di Fine Secolo. Il Pdf, utile per lo studio universitario di Storia, analizza i governi Depretis e Crispi, le riforme interne, la politica estera e la nascita del movimento operaio e delle organizzazioni cattoliche.
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L'ITALIA LIBERALE: LA SINISTRA STORICA 1876-1896) E LA CRISI DI FINE SECOLO Nel 1876 il governo passò dalla Destra alla Sinistra, che governò prima con Agostino Depretis e poi conFrancesco Crispi, fino alla crisi del 1898-1900 Il gruppo parlamentare della Sinistra era liberale come quello della Destra, ma più aperto al rinnovamento (progressista) e democratico
Depretis, comunque, mise in pratica una politica chiamata "trasformista". Con l'appoggio di tutte le rappresentanze politiche liberali-borghesi (di destra e di sinistra) cercò di dare stabilità al governo, isolando le posizioni più estreme. Il programma della Sinistra era basato su pochi punti:
1La prima riforma fu quella dell'istruzione_con la legge Coppino (1877), che prolungò l'obbligo scolastico gratuito fino a nove anni di età. Nel 1882 venne concesso il diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto 21 anni in grado di leggere e scrivere. A causa dell'alto tasso di analfabetismo, la consistenza numerica dell'elettorato restò però sempre molto bassa. La Sinistra cercò poi di andare incontro sia ai ceti popolari, colpiti da tasse troppo alte, sia alla borghesia produttiva. Nel 1884 fu abolita la tassa sul macinato e, contemporaneamente, fu aumentata la spesa pubblica per modernizzare il paese, ancora fermo ad un'economia essenzialmente agricola. In questi anni, anche l'Italia fu colpita dalla crisi economica europea (sono gli anni Settanta, in cui era finito il periodo dell'espansione capitalista ed era cominciata una lunga fase depressiva), i cui effetti furono analoghi a quelli del resto d'Europa: aumento della disoccupazione, aziende a rischio di fallimento e incremento dei flussi migratori. Per favorire il decollo industriale e la ripresa economica venne attuata una politica protezionistica.
2L'inizio del protezionismo e il crescente intervento finanziario dello Stato nello sviluppo economico favorirono il processo di industrializzazione, soprattutto in alcune grandi città del Nord. Nacquero alcune famose industrie: 1872, Pirelli (gomma); 1884, Terni (siderurgia) e Edison (elettricità); 1886, Breda (meccanica); 1888, Montecatini (industria mineraria e chimica); 1899, Fiat (meccanica). Ma il protezionismo, aumentando i dazi sull'importazione dall'estero, avvantaggiò il settore industriale, ma colpì negativamente quello agricolo. Nel settore agricolo, solo alcune zone del Nord Italia erano riuscite a svilupparsi, ma nel resto del paese la situazione restava di profonda arretratezza, soprattutto nel meridione a causa della persistenza del latifondo. E così quando gli altri paesi risposero ai dazi italiani con propri dazi, le merci dei produttori agricoli italiani trovarono maggiori difficoltà a essere vendute sui mercati esteri. Si formò, allora, un nuovo blocco di potere economico, fondato sull'alleanza tra industria protetta e grandi proprietari terrieri, che, unito al governo, non volle e non riuscì a intervenire per risolvere la condizione di miseria di milioni di contadini
3Tra le conseguenze di questa situazione vi fu un rapido incremento dell'emigrazione: negli ultimi venti anni del secolo oltre 5 milioni di persone abbandonarono l'Italia in cerca di fortuna. In politica estera la Sinistra stipulò nel 1882 la Triplice Alleanza con la Germania e con l'Austria-Ungheria per uscire da una situazione di isolamento internazionale. Il trattato costringeva l'Italia a rinunciare alla rivendicazione di Trentino, Venezia Giulia e Trieste, le cosiddette "terre irredente" ancora in mano agli austriaci. La Triplice era un'alleanza di carattere difensivo, che impegnava gli stati firmatari ad aiutarsi reciprocamente in caso di aggressione. Depretis decise anche di intraprendere una piccola espansione coloniale in Africa, lungo la costa meridionale del Mar Rosso (dove l'espansione appariva più facile e la concorrenza meno agguerrita), ma il tentativo di estendersi verso l'interno portò al contrasto con l'Etiopia e alla clamorosa sconfitta di Dogali (1887).
4Movimento operaio e organizzazioni cattoliche In Italia la crescita di un movimento operaio organizzato fu rallentata dal ritardo nello sviluppo industriale e dall'assenza di un proletariato di fabbrica moderno. Solo tra il 1892 e il 1895 nacque un vero e proprio Partito socialista italiano, guidato da Filippo Turati, un intellettuale milanese. La posizione di Turati era riformista: egli sosteneva che il socialismo si poteva affermare come risultato di una lenta e pacifica trasformazione del capitalismo, grazie a una lotta per le riforme da condurre per via democratica e parlamentare. Anche la massa dei cattolici militanti, fedeli al Papa e quindi contrari allo stato italiano nato in seguito al Risorgimento, cominciarono ad organizzarsi Fu soprattutto dopo la Rerum novarum di papa Leone XIII (1891), che il movimento cattolico italiano rafforzò il suo impegno in campo sociale, con il costituirsi di società di mutuo soccorso e cooperative agricole e artigiane controllate dal clero.
5Il governo di Francesco Crispi Nel 1887 morì Depretis. Il suo successore fu Francesco Crispi, che cercò di riorganizzazione e di rafforzare l'apparato statale. Egli governò dal 1887 al 1896, con una interruzione di un anno (primo governo Giolitti). Nel 1888 venne approvata una legge comunale e provinciale che allargava il diritto di voto per le elezioni amministrative. Nel 1889 entrò in vigore un nuovo codice penale (codice Zanardelli), che aboliva la pena di morte e riconosceva il diritto di sciopero. Allo stesso tempo, Crispi, ammiratore della Germania di Bismarck, ridusse la libertà sindacale e aumentò i poteri dei prefetti, per contrastare con più efficacia il movimento operaio e le organizzazioni cattoliche. Egli rinnovò poi la Triplice alleanza e peggiorò cosi i rapporti italo-francesi. Nei progetti di Crispi c'era pure la volontà di fare dell'Italia una grande potenza coloniale. Nel 1890 i possedimenti italiani in Africa furono ampliati con la conquista dell'Eritrea e l'espansione in Somalia.
6Ma la politica coloniale, troppo costosa, fu però criticata dalla stessa maggioranza di governo, pertanto nel 1891 Crispi si dimise. Il governo passò allora a Giovanni Giolitti, il quale però, a causa del rifiuto di intervenire con la forza contro la protesta dei "Fasci siciliani" e travolto dallo scandalo della Banca Romana (vedi il paragrafo successivo), lasciò l'incarico nel 1893. Tornato al governo, Crispi inviò l'esercito per reprimere la rivolta in Sicilia e successivamente anche in Lunigiana contro un tentativo di insurrezione anarchica. Il governo fece poi approvare dal Parlamento un insieme di leggi che limitavano la libertà di stampa, di riunione e di associazione, con lo scopo di colpire il Partito socialista, che però non perse il suo consenso. Il colpo definitivo per Crispi venne dal fallimento della sua politica coloniale. Egli cercò di stabilire una forma di protettorato in Etiopia, ma gli etiopi reagirono e si arrivò allo scontro armato, culminato nel disastro di Adua del 1896, in cui 20 mila italiani furono uccisi dalle forze etiopiche. Crispi fu allora costretto a dimettersi definitivamente
7I Fasci siciliani e lo scandalo della Banca romana
8Del resto, l'alternativa tra la strada delle riforme e quella della rivoluzione rappresentava il problema dell'intero movimento operaio internazionale di quei anni. E il prevalere della linea riformista impedì di fatto al Partito di approvare e sostenere la rivolta siciliana, che pertanto restò isolata e fallì.
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