Documento da Università su Vita e opere di Virgilio. Il Pdf, un documento di Letteratura per l'Università, offre una panoramica completa sulla vita e le opere di Publio Virgilio Marone, analizzando le Bucoliche e l'Eneide, con un focus sui temi e lo stile dell'autore, e include un confronto dettagliato con Omero.
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Publio Virgilio Marone nacque ad Andes (oggi Pietole), presso Mantova, da un'agiata famiglia di agricoltori, nel 70 a.C. Ebbe la sua prima educazione a Cremona, a Milano, e specialmente a Roma (dove apprese la retorica da Epidio, maestro anche di Ottaviano) e a Napoli (dove apprese la filosofia sotto l'epicureo Sirone). Il fatto fondamentale della vita di Virgilio è rappresentato dalla perdita del podere, in seguito alla distribuzione delle terre ai veterani (la questione agraria è sempre la questione più assillante della politica interna di Roma):
Venne allora a Roma, dove conobbe Mecenate e Ottaviano, che gli donarono censo e ville a Nola, a Taranto e in Sicilia, ma si stabilì definitivamente a Napoli, dove comprò la villa di Sirone che nel frattempo era morto. Neppure ciò valse pero a dare pace e soddisfazione al suo animo, tutto preso dalle campagne della sua Mantova: da questo deriva quella che fu chiamata malinconia virgiliana, o dissidio romantico tra ideale e reale, tra l'aspirazione a un bene irrevocabilmente perso e la nuda prosaica realtà della vita (cfr. Il dramma spirituale di Didone). Nell'ultimo anno di vita compì un viaggio in Grecia per conoscere da vicino i luoghi descritti nell'Eneide, ad Atene incontro Augusto che proveniva dall'Oriente, e con lui compì il viaggio di ritorno. A Brindisi, colpito da mal di stomaco, moriva nel 19 a.C. Fu sepolto sulla via di Pozzuoli, presso Napoli; ma un ignoto cataclisma, avvenuto nel Medioevo, fece inghiottire strada e tomba dal mare.
Virgilio fu di carattere mite e buono: Orazio lo chiama anima candida. A Napoli il popolo lo chiamava partenio (verginale) per la sua timidezza; a Roma, quando si accorgeva di venire mostrato a dito da qualcuno, si nascondeva nella casa più vicina. Nel Medioevo fu considerato come un mago, forse per l'Ecloga IV, in cui si volle vedere una profezia del Cristianesimo.
Il titolo Bucoliche deriva dal termine bucoloi=pastori, mentre Eclogae significa poesie scelte, poemetti. Si tratta di 10 componimenti in forma dialogica e di argomento pastorale, in esametri dattilici. Furono scritti per consiglio di Asinio Pollione, governatore della Gallia Cisalpina. Il poeta vi raffigura le vicende di pastori-poeti, che immersi nella natura trascorrono le giornate badando al gregge e dialogando tra loro, improvvisando canti, per lo più di argomento amoroso, oppure sfidandosi in serene competizioni poetiche. La composizione si protrasse per circa sette anni fra il 42 e il 35 a. C. Il tono delle Ecloghe riflette non solo le esperienze biografiche di Virgilio in quegli anni cruciali, ma anche il clima politico e spirituale dell'Italia: un decennio in cui gli scontri sociali, la violenza politica, il diffuso clima di incertezza e di illegalità fecero temere a molti l'imminente tracollo dello stato. Il Virgilio delle Ecloghe non è dunque ancora il poeta della pax augustea, ma un osservatore inquieto di una realtà da un lato animata da speranze di rinnovamento, ma ma dall'altro anche segnata dai lutti e dalle devastazioni delle guerre civili. Nell'opera leggiamo riferimenti espliciti alle drammatiche conseguenze della politica degli espropri fondiari forzati, accanto a espressioni di sincera gratitudine nei confronti di Ottaviano, ritratto come un deus pacificatore; e ancora l'attesa di una palingenesi universale che, chiudendo il doloroso capitolo dei conflitti civili ridoni al mondo la pace virtuosa e semplice dell'età dell'oro, accanto al lamento per la fragilità della bellezza che soccombe all'annientamento e alla morte. Virgilio imitò il genere dal poeta greco Teocrito e lo introdusse per primo nella letteratura latina; ma proprio nel rapporto conflittuale con il modello è possibile cogliere gli autentici tratti dell'originalità e della maturità artistica raggiunta dal poeta mantovano. Virgilio trovò in questo genere, forse per la sua origine campagnola di cui andò sempre fiero, una sorta di naturale veicolo per il proprio affetto sincero nei confronti del mondo dei campi e dei contadini. Virgilio punta a perfezionare il suo modello: ignora il tono maliziosamente ironico di Teocrito, che nasce dal distacco per la materia trattata. Virgilio cerca di disegnare personaggi capaci di suscitare l'immedesimazione dei lettori, le storie poetiche dei suoi pastori dovevano commuovere non divertire. L'umanità che popola gli idilli di Teocrito vive in uno spontaneo accordo con la natura, cosa che non avviene per i pastori di Virgilio: la loro sofferenza è intima e continua.Il paesaggio teocriteo è quello del meriggio estivo o autunnale, caratterizzato da una natura in pieno rigoglio disegnata da una luce netta e tagliente; invece Virgilio ama la mezza stagione, il colore sfumato e l'ora del tramonto, l'ora della malinconia, del ricordo, del rimpianto. Siamo di fronte a una vera e propria raffigurazione affettiva del paesaggio, sul quale finiscono per proiettarsi i sentimenti e gli stati d'animo dei poeti-pastori. Virgilio di rado esplicita coordinate spaziali immediatamente riconoscibili, alcune ecloghe appaiono ambientate in Italia, forse proprio nell'ager mantovano. In compenso ovunque si avverte la presenza dell'Arcadia che assume i contorni irreali di un locus amoenus, un incanto tanto fiabesco quanto artificioso. Virgilio sembra scegliere la fuga, l'isolamento in un mondo ricostruito attraverso le sole leggi dell'arte: un mondo che tuttavia non riesce a sottrarsi del tutto al dolore. Profondo è poi il valore simbolico della geografia virgiliana: nelle Ecloghe, nelle Georgiche e nell'Eneide ritroviamo tre luoghi allegorici. All'Arcadia pastorale, universo immaginario, luogo dello spirito, si sostituirà prima l'Italia, la terra benedetta dagli dei e infine Roma, il centro del mondo. I personaggi, dietro la maschera grecizzante, nascondono non di rado allusioni precise a personalità del tempo, amici e protettori di Virgilio, oppure Virgilio stesso. Si tratta di omaggi metaletterari di V. ai suoi modelli artistici più immediati (Licino Calvo, Cornelio Gallo, Cinna). Per quanto riguarda il contenuto:
Poema epico didascalico in quattro libri in esametri dattilici, dedicato alla coltivazione dei campi e all'allevamento del bestiame. Venne scritto tra il 37 e il 29 a.C. Le Georgiche furono composte per ordine di Mecenate, allo scopo di appoggiare il tentativo riformatore di Augusto: si trattava di esaltare la sana vita dei campi contro la molle e corrotta vita della città. Lo stesso Virgilio afferma nell'opera che Mecenate lo avrebbe orientato verso le ideologie augustee. Il poeta appare avviato a cantare cose un po' più impegnative pur rimanendo legato all'ambiente agreste.In un'epoca ancora dilaniata dalle guerre civili il poema si propone come messaggio di speranza rinnovata e di fiducia orgogliosa nell'uomo e nelle sue capacità. La materia deriva dalle Opere e i Giorni di Esiodo, dall'Economico di Senofonte, dalle Georgiche di Nicandro, dal De re rustica di Catone e di Varrone ecc. Rispetto ai modelli a Virgilio non interessa per niente fornire un manuale tecnico sulla conduzione di un'azienda agricola: il suo scopo, in realtà, può essere definito ideologico. Per quanto riguarda il contenuto:
L'opera si chiudeva con un elogio all'amico Cornelio Gallo, governatore imperiale d'Egitto; ma quando questi, ribellatosi ad Augusto, fu costretto a darsi la morte (29 a.C.), Virgilio sostituì l'elogio con il bellissimo episodio di Aristeo e la conseguente avventura di Orfeo ed Euridice. Nelle Georgiche appare il sentimento più intimo dell'anima virgiliana, quello georgico: la natura e sentita con mistica religiosità, nella sua immanenza divina (cfr. Lucrezio); e le cose, le piante, gli animali sono trasfigurati come creature sensibili e umane. Le Georgiche nascono in un clima di generalizzata preoccupazione per la decadenza del mondo contadino italico di fronte all'avanzata del latifondo. Virgilio avverte che l'età dell'oro non può rappresentare la soluzione: occorre non fuggire dalla realtà, bensì impegnarsi nella costruzione di un mondo meno idillico e più concreto. L'opera mira a descrivere l'azione positiva che l'uomo attraverso le sue artes può e deve esercitare nei confronti della natura, non sempre benefica. Importante è la nuova concezione che il poeta ci propone del lavoro: la fatica è concepita come un dono del padre Giove agli uomini affinché la loro mente non si assopisca nell'ozio che genera solo fiacchezza e vizio. La personale fatica, quotidiana e incessante dell'agricoltore, la sua lotta contro il clima e la terra grama appaiono come le basi stesse di quei mores maiorum che la politica culturale augustea si proponeva di restaurare. Questo orizzonte ideale si incontrava con gli orientamenti politici di Ottaviano che aveva saputo trasformare la lotta per il potere con Antonio in un conflitto di più ampia portata fra Occidente e Oriente, fra le sane tradizioni italiche e le degenerate mollezze orientali, attuando una politica tesa ad affermare l'assoluta centralita dell'Italia a tutti livelli.