Slide sull'Operatore Educativo per l'Autonomia e la Comunicazione. Il Pdf esplora i modelli della disabilità, come quello individuale, sociale, ICF e delle capacità, ed è utile per gli studenti universitari di Psicologia.
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lavorare a favore della cultura dell'inclusione, supportando bambini e adolescenti con disabilità in ambiente scolastico o extrascolastico
L'Operatore Educativo per l'Autonomia e la Comunicazione è una figura funzionale ai processi di apprendimento e all'inclusione dell'allievo con disabilità o in condizioni di svantaggio, che interviene per potenziarne le capacità in ambiti quali l'autonomia e la gestione degli aspetti cognitivi e relazionali, in un'ottica non assistenzialistica rispetto al deficit, ma rivolta allo sviluppo delle competenze della persona.
L'Operatore Educativo integra la propria attività con quella di altre figure (docenti curriculari, insegnanti di sostegno e personale ATA), non sovrapponendo compiti e funzioni, ma valorizzando i diversi ambiti di competenza. Il suo compito è sostenere l'allievo nell'ambito dell'autonomia e della comunicazione, collaborando con il personale docente e non docente della scuola ai fini della sua effettiva partecipazione a tutte le attività scolastiche.Cultura dell'inclusione Prevede per tutti l'assunzione di ruoli sociali significativi in contesti che si modificano per accogliere ogni soggetto, senza pretendere che le persone con disabilità posseggano necessariamente le caratteristiche che si ritengono adeguate per frequentare compiutamente i contesti comunitari, una sorta di soglia di funzionamento minimo di natura abilista
Tale posizione è sostenuta:
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità ribadisce che i diritti di qualsiasi essere umano valgono anche se un individuo ha una disabilità, indipendentemente dal livello di gravità. Non si deve puntare soltanto sulla riduzione della limitazione funzionale, ma anche sull'abbattimento delle barriere ambientali e di tutte le forme di discriminazione. Non bastano le risposte speciali, a essere necessaria è soprattutto l'adesione ai principi dell'Universal Design e dell'accomodamento ragionevole
Modello individuale (medico) Modello sociale (ruolo dei contesti): Disability Studies Modello ICF Modello delle capacità (Capability Approach)
Il modello individuale, che alcuni definiscono medico, tende a vedere la disabilità come un problema dell'individuo, causato direttamente da una condizione patologica legata a determinanti neurobiologiche, che richiede un intervento specifico da parte di professionisti. È necessaria un'azione - sia di tipo clinico, che riabilitativo, che educativo - in grado di affrontare le carenze della persona e facilitare un suo adattamento al contesto sociale di appartenenza. Poca attenzione, quando questa prospettiva viene assunta in maniera rigida, è riservata a far sì che l'avvicinamento sia reciproco; non solo dell'individuo verso le condizioni tipiche del vivere sociale, ma anche dell'ambiente, per diventare in grado di considerare la diversità di ognuno come condizione normale ("la diversità e la norma", Cottini, 2004), con la quale bisogna fare i conti.
Prende avvio dall'attivismo politico promosso da persone con disabilità, soprattutto nei paesi anglosassoni a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, con l'intento di opporsi alla visione della disabilità come deficit individuale o svantaggio causato da menomazioni personali, per centrare l'attenzione sul ruolo disabilitante esercitato dalle barriere sociali (Oliver, 1996). Famosa e significativa è l'espressione di Adolf Ratzka, uno fra i leader del movimento per la vita indipendente. "Non posso accedere agli autobus cittadini perché ho avuto la polio venti anni fa o perché gli autobus non sono accessibili anche a chi, come me, ha avuto la polio venti anni fa?".
E' la società che deve essere ridisegnata affinché prenda in considerazione i bisogni differenti e diversi delle persone. I deficit biologici diventano disabilità perché la società non è attrezzata per accogliere la differenza nei funzionamenti umani. Da tale quadro teorico di riferimento deriva la disciplina denominata Disability Studies, la quale mette in discussione l'assunto che lega causalmente l'avere una menomazione con l'essere disabile, proponendosi come obiettivo quello di promuovere il cambiamento della società, nel nostro caso dell'organizzazione scolastica. Il limite dell'integrazione viene visto nella sua attenzione specifica ai deficit, con una netta differenziazione delle risposte che vengono messe in atto per allievi con problemi, i quali devono adattarsi ad un contesto classe pensato per i compagni a sviluppo tipico, poco disponibile a modificarsi. Le difficoltà di alcuni allievi, in questo orientamento, non sono ne- gate, ma considerate una condizione intrinseca con la quale l'insegnante deve confrontarsi, piuttosto che delle mancanze individuali.
L'emergere di tale modello nella visione e interpretazione delle situazioni di disabilità ha portato ad evidenziare non solo il peso delle limitazioni individuali, ma anche il ruolo esercitato dalle barriere sociali. In tale ottica è la società che deve riorganizzarsi per poter prendere in considerazione i bisogni delle persone con disabilità. I deficit biologici diventano disabilità perché la società non è attrezzata per accogliere la differenza nei funzionamenti umani
ICF. CLASSIFICAZIONE INTERNAZIONALE DEL FUNZIONAMENTO, DELLA DISABILITA' E DELLA SALUTE (OMS, 2001) Si pone come un anello di congiunzione dei due modelli precedenti, considerando come elemento centrale il concetto di salute, il quale rappresenta un ideale che nessun individuo sperimenta in maniera completa, in quanto, in momenti diversi della sua esistenza, può manifestare difficoltà in certe dimensioni del suo funzionamento, in grado di rendere complesso il processo di partecipazione sociale. L'approccio utilizzato è di tipo bio-psico-sociale, nel senso che l'ICF tenta di arrivare a una sintesi in grado di fornire una prospettiva coerente delle diverse dimensioni della salute a livello biologico, individuale e sociale. In altre parole, questo sistema considera due tipi di fattori alla base del funzionamento di ogni individuo: quelli personali, che corrispondono agli attributi caratteristici di ogni persona (funzioni e strutture corporee) e quelli ambientali, che includono il contesto fisico e sociale e l'impatto dei comportamenti di ognuno. Si amplia la dimensione del modello individuale con una considerazione delle determinanti ambientali, le quali possono essere rappresentate da facilitatori o da barriere, anche se tale allargamento di prospettiva viene ritenuta troppo timida per l'adeguata lettura della situazione da parte degli autori che si rifanno al paradigma dei Disability Studies (Medeghini et al., 2014)
ICF. CLASSIFICAZIONE INTERNAZIONALE DEL FUNZIONAMENTO, DELLA DISABILITA' E DELLA SALUTE (OMS, 2001) L'affermarsi dei principi promossi dall'ICF mette in evidenza come il funzionamento e la disabilità della persona siano da concepire come una complessa interazione tra le condizioni di salute e i fattori ambientali, relativamente all'attività concreta dell'individuo e alla sua possibilità di partecipazione alla vita sociale. Un ambiente favorevole e accessibile, cioè privo di barriere e ricco di facilitatori, può consentire a un individuo di agire e partecipare nonostante la presenza di menomazioni delle proprie funzioni e strutture corporee
IL MODELLO DELLE CAPACITA' (CAPABILITY APPROACH) Formulato a metà degli anni Ottanta dall'economista e filosofo Amartya Sen, è stato promosso in numerosi ambiti, compreso quello dello sviluppo umano, della qualità della vita e del rafforzamento della libertà in tutte le persone, anche in situazione di disabilità. Il concetto di riferimento è rappresentato da un'idea di qualità della vita, lo "starbene" (well- being) di Sen (1993), che dipende non tanto dai mezzi che ogni individuo ha a disposizione, quanto piuttosto dalla capacità di trasformare tali disponibilità in concrete realizzazioni e risultati nella direzione che egli intende conseguire.
IL MODELLO DELLE CAPACITA' (CAPABILITY APPROACH) E' l'insieme di questi traguardi potenzialmente raggiungibili (spazio delle capacità o capability set) o effettivamente realizzati (spazio dei funzionamenti) che contribuisce, nel complesso, a determinare il benessere e la qualità della vita delle persone. L'enfasi viene posta sulla possibilità effettiva di scegliere quali azioni intraprendere, quali traguardi realizzare, quali piani di vita perseguire e in questa liberta risiede il concetto di giustizia (Sen, 2006; Nussbaum, 2006). Tale approccio è in grado di prendere in considerazione tutta l'ampia gamma di esperienze di disabilità, superando la limitata ottica basata sulla tipizzazione delle menomazioni. La prospettiva dell'approccio delle capability riesce così a tener conto dell'azione reciproca svolta dalle caratteristiche individuali e dalle restrizioni sociali e propone di misurare i risultati in termini di espansione delle opportunità di scelta e quindi delle libertà delle persone (Biggeri e Bellanca, 2010). Il superamento della disabilità non coincide con l'adeguamento a una "normalità", quanto piuttosto con l'ampliamento delle possibilità di scelta per l'individuo.
IL MODELLO DELLE CAPACITA' (CAPABILITY APPROACH) E' evidente il forte richiamo da parte del Capability Approach nel fatto che le persone con disabilità, come ogni altro essere umano, hanno diritto di scegliere come gestire la propria vita e sviluppare le proprie potenzialità. Gli interventi sociali devono essere diretti non solo a compensare lo svantaggio, ma anche a incrementare la capacità della persona di poter scegliere. Il superamento della disabilità non coincide con l'adeguamento a una normalità, ma con l'ampliamento delle possibilità di scelta per l'individuo, con la promozione della sua capacità di autodeterminazione, che corrisponde al diventare agente causale primario della propria vita.