Documento dall'Università Cattolica del Sacro Cuore su Cultura Visuale libro. Il Pdf esplora il concetto di Cultura Visuale, le sue origini e l'evoluzione nel contesto delle Arti Visive Moderne e Contemporanee, con focus su fenomenologia e ontologia, utile per l'università in Arte.
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Visual culture studies e bildwissenschaft nascono a metà degli anni 90, il concetto di cultura visuale nasce invece attorno agli anni 20 del secolo scorso. Bela Balazs e Laszlo Moholy-Nagy utilizzano nei loro scritti i termini tedeschi visuelle kultur, optische kulture e schaukultur per descrivere le trasformazioni epocali prodotte da fotografia e cinema considerati come media ottici capaci di ridefinire le coordinate del visibile e il rapporto tra immagini e parole, visione e lettura, esperienza visiva e sapere concettuale. Jean Epstein fa riferimento al termine francese culture visuelle per spiegare come il cinema abbia cambiato la nostra visione della realtà. Il cinema ha condizionato profondamente la cultura e il clima mentale dell'epoca, agendo sulla memoria e sull'immaginazione di un pubblico esposto per la prima volta allo spettacolo di un mondo dinamico, fluido, instabile, in costante trasformazione.
L'uomo visibile, di Bela Balazs, celebra l'avvento di una nuova cultura visuale fondato sul primato dell'immagine sulla parola, del gesto sul concetto, e su una riscoperta della dimensione concreta e sensibile del reale. È in realtà un ritorno a una condizione che precede il primato della parola e del pensiero astratto promosso dall'invenzione della stampa. Il cinema promuove lo sviluppo di una cultura radicalmente diversa da quella fondata sulla parola scritta e orale. Mentre i segni verbali rimandano a una realtà collocata al di là, dietro di essi, le immagini cinematografiche registrano e restituiscono sullo schermo l'immediata e simultanea visibilità delle cose le une accanto alle altre. Il cinema svela una nuova regione del visibile, una regione rispetto alla quale lo spettatore si trova in una posizione di prossimità rispetto alle cose. La distanza che tradizionalmente caratterizzava la posizione dello spettatore nei confronti della pittura viene meno; quindi, lo spettatore non si trova più di fronte a un mondo chiuso in sé, bensì viene accompagnato dalla cinepresa nel mezzo delle cose. Una nuova regione del visibile, capace di eliminare il filtro astraente e atrofizzante delle parole e dei concetti. È una vera e propria weltanschauung (visione del mondo) che esprime una tensione verso una rinnovata esperienza immediata, non-verbale e non-concettuale della realtà. La cultura visuale promossa dal cinema è la capacità di esibire visivamente e immediatamente questa penetrazione. Il cinema è un medium capace di produrre una forma di immediatezza. L'uomo rappresentato sullo schermo è un uomo della cultura visuale che si esprime attraverso un linguaggio della mimica e dei gesti che è un linguaggio internazionale, completo e universale. Gli attori e le attrici degli anni 20 vengono quindi considerati come interpreti esemplari di un nuovo linguaggio gestuale capace di oltrepassare tutte le barriere sociali e nazionali. Il corpo diventa un vero e proprio medium sensibile dell'anima. Laszlo Moholy-Nagy usa nei suoi scritti le espressioni cultura ottica e cultura della visione per parlare del modo in cui fotografia e cinema stavano trasformando le coordinate del visibile, portando alla luce fenomeni prima inaccessibili all'occhio umano. Moholy-Nagy distingue nettamente tra un uso riproduttivo, tradizionale, convenzionale ripetitivo, e un uso produttivo, innovativo, sperimentale, creativo dei media ottici. Se usati in modo produttivo pittura, fotografia e cinema sarebbero stati in grado di modificare profondamente il campo visivo. La luce doveva essere considerata come un medium di espressione plastica che poteva essere artificialmente organizzata nello spazio attraverso diverse forme di configurazione ottica. L'obbiettivo delle nuove forme di configurazione ottica avrebbe dovuto essere quello di dar vita a una nuova cultura della luce, una ristrutturazione del campo visivo che avrebbe fatto emergere nuovi fenomeni e nuove forme. This document is available free of charge on studocu Scaricato da Andrea Lazzari (lazzari.andrea216@gmail.com)Nel confronto con queste nuove forme visibili l'uomo moderno sarebbe stato sottoposto a una vera e propria educazione dello sguardo che aveva come obbiettivo quello di aiutarlo a adattarsi alla cultura ottica della nostra epoca, sviluppando una vera e propria nuova visione. Troviamo infine in Jean Epstein un uso del termine cultura visuale che è particolarmente interessante. Il cinema viene presentato come n vero e proprio dispositivo filosofico. Epstein era convinto che il cinema fosse uno strumento capace di modificare profondamente non solo il campo della creazione artistica ma anche la cultura nel suo insieme: una cultura intesa come quei modi di pensare più semplici e comuni che determinano il clima mentale di un'epoca. Così come gli occhiali e il microscopio hanno saputo rivelare aspetti dell'universo prima sconosciuti, anche il cinema in quanto apparecchio finalizzato alla registrazione e rappresentazione del movimento ha rivoluzionato i nostri modi di vedere, aiutandoci a penetrare il movimento e il ritmo delle cose e spingendoci a considerare il mondo come una realtà dinamica, fluida, mobile, caratterizzata da una variabilità di tutte le relazioni nello spazio e nel tempo, da una relatività di tutte le misure e da una instabilità di tutti i punti di riferimento. La nuova cultura visuale introdotta dal cinema è diametralmente opposta a ogni concezione di realtà fondata sull'idea di un mondo stabile e solido, di valori fissi e su forme espressive rigide e pietrificate, incapaci di cogliere quella mobilità perpetua che il cinema sa rendere in modo così efficace. Baxandall impiega i concetti di cultura visuale nel celebre studio Pittura ed esperienze sociali nell'Italia del 400. Lo scopo del libro è quello di mostrare la correlazione esistente fra lo stile pittorico proprio di una determinata cultura e di una determinata società e le capacità visive che si sviluppano e si consolidano nella vita quotidiana di tale società. Capacità visive che hanno un'origine vernacolare, in quanto si formano nell'esperienza quotidiana che gli individui sperimentano all'interno dei diversi ambiti della vita sociale, religiosa e commerciale. Le immagini che oggi consideriamo come artistiche non possono essere studiati come oggetti autonomi rispetto al contesto esperienziale più ampio in cui si collocano la loro produzione e la loro fruizione. Compito dello storico deve essere quello di individuare i documenti grazie ai quali poter ricondurre lo stile pittorico che si manifesta nelle immagini artistiche di un determinato periodo a un contesto più ampio delle forme di vita che costituiscono lo stile cognitivo di questo stesso periodo. I documenti menzionati da Baxandall mostrano chiaramente le difficoltà insite nel tentativo di ricostruire il period eye di una determinata epoca storica. Baxandall sottolinea l'importanza di ricondurre gli stili pittorici di un qualunque periodo storico all'insieme delle abitudini percettive e degli stili di visione e di conoscenza propria della società all'interno della quale circolano determinate immagini. Alla radice vi è la convinzione che sia possibile distinguere due diverse dimensioni del vedere: una fisiologica, a-storica, e invariabile, e una psicologico-cognitiva, variabile sia da individuo a individuo sia storicamente. Il modo in cui le immagini artistiche di una determinata epoca storica vengono prodotte e osservate è dunque in stretta correlazione con le abitudini percettive e lo stile conoscitivo che ogni individuo acquisisce attraverso l'esperienza. L'espressione cultura visuale viene usata da Svetlana Alpers nel suo Arte del vedere, scienza e pittura nel 600 olandese. L'autrice sostiene che a differenza dell'arte rinascimentale italiana, quella del 600 olandese è un'arte essenzialmente descrittiva e non narrativa. L'arte seicentesca olandese presenta dei tratti per molti versi opposti: il pov dell'osservatore non è assegnato in modo univoca, la collocazione della cornice appare casuale e il realismo descrittivo conferisce alle immagini un ruolo quasi cartografico. La corretta interpretazione di un'arte così lontana da quel paradigma rinascimentale sembra possibile soltanto ricorrendo a categorie interpretative diverse da quelle tradizionali impiegate nella storiografia Scaricato da Andrea Lazzari (lazzari.andrea216@gmail.com)artistica di taglio formalista e iconografico. Una tale tradizione non può essere spiegata né in termini di analisi formale ne andando alla ricerca delle fonti letterarie. La pittura olandese deve essere compresa facendo riferimento al contesto più ampio che la circonda: il contesto culturale e sociale in cui si collocano la produzione, la circolazione e la fruizione di immagini artistiche e non-artistiche; il contesto in cui si formano e sedimentano determinate abitudini percettive determinate aspettative nei confronti del visibile e del ruolo delle immagini. Il riferimento alla cultura visuale risponde all'esigenza di riformulare i compiti, gli schemi interpretativi e le categorie di una disciplina (pittura) di cui cominciavano a sottolineare i limiti. Sembrano voler riorientare la storia dell'arte verso una più ampia storia culturale delle immagini e dello sguardo. La nascita e la rapida affermazione dei visual culture studies angloamericani e della blidwassenschaft tedesca si fondano invece su una messa in discussione del primato delle immagini artistiche e sulla necessità di distinguere nettamente tra il valore artistico di un'immagine e la sua rilevanza all'interno di un determinato contesto culturale.
Visual culture studies e bildwassenschaft sono i nomi che hanno assunto i due vasti campi di ricerca transdisciplinari che si sono affermati nel contesto accademico angloamericano e in quello dei paesi di lingua tedesca. Sia i visual culture studies sia la bildwassenschaft sono campi di studio nati come reazione ad una serie di importanti trasformazioni che si sono verificate dall'inizio degli anni 90 in ambito dell'iconosfera: quella sfera costituita dall'insieme delle immagini che circolano in un determinato contesto culturale, delle tecnologie con cui esse vengono prodotte, elaborate, trasmesse e archiviate e dagli usi sociali di cui queste stesse immagini sono oggetto. Con l'avvento di Internet, la progressiva diffusione delle tecnologie digitali e il sempre più facile accesso a software e dispositivi per la produzione, riproduzione, manipolazione, archiviazione, trasmissione e condivisione di immagini, il semplice numero di immagini in circolazione è aumentato vertiginosamente, ha trasformato la nostra esperienza quotidiana. La graduale convergenza di media prima distinti dal punto di vista sia formale sia tecnologico, verso dispositivi multiuso caratterizzati da interfaccia semplici e intuitive hanno fatto si che un pubblico sempre più vasto fosse in grado di accedere a tecnologie capaci di produrre, elaborare e condividere immagini in modo rapido e immediato. Media sempre più globali hanno reso visibili, in diretta, eventi storici dotati di un forte impatto politico, sociale ed emotivo (la caduta del muro di Berlino 1989). Il numero sempre crescenti di immagini in circolazione e la comparsa di nuove immagini prima sconosciute hanno poi determinato un forte interesse per il campo del visivo e della visione all'interno di discipline che non avevano tradizionalmente considerato le immagini come uno dei loro principali oggetti di studio (storia- documentario). Gli studi dei visual culture studies e della bildwassenschaft si sono sviluppati intorno ala metà degli anni 90 come tentavo di ricondurre a un terreno per quanto possibile comune questo diffuso interesse per il significato delle immagini e della visione, caratterizzato da tematiche che attraversano diverse discipline. I visual culture studies angloamericani hanno integrato prospettive di ricerca capaci di mettere in luce la complessità dei processi culturali e la natura sempre storicamente, socialmente. Politicamente e affettivamente situa in ogni forma di produzione o di ricezione delle immagini. I cultural studies hanno contribuito a mettere in luce tutta la complessità delle dinamiche di produzione e ricezione di ogni produzione simbolica. I cultural studies hanno poi trasmesso ai visual culture studies un'attenzione per la dimensione schiettamente politica della ricerca accademica, e la tendenza a mettere in discussione distinzioni e canoni precostituiti al fine di indurre nell'orizzonte degli oggetti degni di analisi anche le forme culturali più popolari e di massa. This document is available free of charge on studocu Scaricato da Andrea Lazzari (lazzari.andrea216@gmail.com)