Documento dall'Università su Dispense Filosofia e Biologia: Antropologia Filosofica. Il Pdf esplora la filosofia e la biologia, concentrandosi sull'antropologia filosofica, l'origine del filosofare e la teoria evoluzionistica di Darwin, confrontando uomo e animali, utile per lo studio della Filosofia a livello universitario.
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Di solito, quando si parla di "filosofia", si pensa a quella materia scolastica o accademica che presenta, in maniera cronologicamente ordinata, le visioni del mondo (in tedesco Weltanschauungen) dei principali pensatori dell'occidente. Questa idea della filosofia come una sorta di storia del pensiero umano, di esposizione sistematica delle concezioni del mondo dei principali filosofi, considerati all'interno del rispettivo contesto storico-culturale, nasconde, però, il vero significato del termine "filosofia". Filosofare, infatti, significa originariamente e propriamente interrogare, "porre delle domande", "porsi delle domande".
Ricordiamo alcune delle domande tipicamente filosofiche che tutti prima o poi si pongono: Perché c'è qualcosa e non piuttosto il niente? Qual è il senso dell'esistenza? Che cos'è l'uomo? Come devo rapportarmi all'altro? Mi è lecito fare tutto ciò che sono in grado di fare? Sono libero di autodeterminarmi? O sono il mio corpo, la mia psiche, il mio ambiente a decidere per me? Che cos'è il vero? Che cos'è il bene? Che cos'è il bello? Che cos'è il giusto? La storia ha un significato? Che cosa c'è dopo la morte? Esiste Dio?
Chi si pone questo genere di domande, fa filosofia. Questo è il significato originario di "filosofia". In questo senso fare filosofia è qualcosa che (hanno fatto e) fanno tutti gli uomini, quando si pongono delle domande circa il mondo o la realtà che li circonda. Fare filosofia non è quindi niente di eccezionale: non è qualcosa di riservato a pochi che studiano a scuola o all'università (a una élite). Filosofare (interrogare, porsi domande) è proprio dell'uomo, è una dimensione universalmente umana.
Ma perché gli uomini ad un certo punto (o magari fin da bambini) si pongono delle domande? Gli uomini cominciano a porsi delle domande anzitutto di fronte alla enigmaticità, incomprensibilità e complessità della realtà, del mondo, dell'universo. Non a caso, già secondo Platone e Aristotele (i due principali pensatori greci del IV secolo a.C.), alla base del filosofare vi è il meravigliarsi, lo stupirsi (in greco thaumázein). L'uomo prova stupore di fronte al mondo così com'è e si interroga circa la sua ragione e il suo fondamento: "perché c'è in generale qualcosa? Che cosa c'è dietro i fenomeni? Perché viviamo?"
Gli uomini tuttavia, in secondo luogo, si pongono delle domande quando il mondo in cui si sono ritrovati ad esistere diventa problematico; quando il modo di concepire la vita (da loro tradizionalmente accettato come qualcosa di ovvio e scontato) appare scosso nelle sue fondamenta; quando entrano in crisi le certezze scientifiche, le fedi religiose, i valori morali, le norme sociali vigenti e dominanti nell'ambiente in cui vivono e sono cresciuti: certezze, fedi, valori e norme che li hanno in qualche modo sorretti e sostenuti fin dall'infanzia. In questo caso ciò che muove il filosofare è il dubbio (cfr. Cartesio) e, quindi, far filosofia equivale a problematizzare, mettere in dubbio, porre in discussione (in greco aporeîn: dubitare).
Alla base del filosofare vi può essere però, in terzo luogo, anche la coscienza o l'esperienza inquietante e tragica della sofferenza o della morte. La sofferenza e la morte sono esperienze-limite che scuotono l'esistenza nella sua apparente e consueta aproblematicità e spingono a riflettere su se stessi (cfr. Arthur Schopenhauer). Esse fanno nascere la domanda circa ciò che può dare senso alla vita e circa quello che nella vita deve essere visto come essenziale.
Un impulso decisivo a filosofare viene infine dalla necessità che ogni uomo ha di sopperire alla sua costitutiva "carenza istintuale" (Arnold Gehlen). Noi non siamo mossi e determinati dagli istinti, come gli animali, per cui dobbiamo decidere in maniera libera come comportarci, facendociguidare dall'esperienza e dalla ragione. La libertà di autodeterminazione, cioè la minore presenza di comportamenti istintualmente indotti, implica infatti una maggiore elasticità nel modo di configurare l'esistenza. L'uomo, essere istintualmente non determinato, ha quindi bisogno di riflettere costantemente in modo razionale su quale sia il comportamento (giusto o utile) da tenere nelle varie situazioni della vita " tanto più che l'uomo è un essere che tende a volere raggiungere sempre più di quel sarebbe giusto raggiungere.
Comunque: sia che alla base del filosofare vi sia l'esperienza dell'enigmaticità, dell'incomprensibilità, della complessità del reale, o la crisi delle certezze, delle fedi, delle convinzioni e dei valori tradizionali, o l'esperienza inquietante del soffrire e del morire, o la necessità di rimediare alla propria carenza istintuale, il filosofare è in ogni caso un andare in cerca di risposte (in greco zêteîn: ricercare; sképtesthai: indagare). Non a caso filosofia significa etimologicamente amore della sapienza (in greco sophía: sapienza; phileîn: amare).
Ma in che cosa sta la sapienza? Nel riuscire a comprendere la realtà. Ciò che caratterizza il filosofo (cioè colui che ama la sapienza) è dunque lo sforzo di far chiarezza o su se stesso o su un determinato aspetto della realtà o sulla realtà in quanto tale. Questo impegno per cercare di far chiarezza sull'uomo e sul mondo (che è ciò che caratterizza il filosofo) è il compito primario non solo di ogni individuo, ma anche di ogni epoca storica. Come tale il filosofare è un processo che non avrà mai fine.
Per filosofare, bisogna però seguire un metodo ben preciso, una via ben precisa (dal greco metá + hodós = via). Bisogna anzitutto osservare la realtà, rifarsi all'esperienza (in greco empeiría); in secondo luogo bisogna riflettere sulla realtà, ragionare, pensare (in greco dianoeîn); in terzo luogo bisogna saper argomentare, cioè addurre argomenti pro o contro una certa tesi (in ciò consiste la dialettica, il "dialogare": dialégesthai); in quarto luogo bisogna utilizzare il lógos, cioè il linguaggio quotidiano.
Porsi delle domande è qualcosa che tutti fanno (o possono fare). Certo: molti chiudono gli occhi di fronte ai problemi che pone la realtà, preferendo non porsi tante questioni. In questo caso si attengono a quello che pensano i più, conformandosi ai valori e alle convinzioni dominanti. Tuttavia porsi delle domande è qualcosa di pressoché ineludibile. L'uomo è, per così dire, condannato per natura a filosofare, a far filosofia.
Il fatto che ognuno sia in grado di porsi (e arrivi anche prima o poi a porsi) determinate questioni fa però sì che egli si senta anche legittimato a dire la propria in base alla sua esperienza. E in effetti il modo di essere (ovvero di configurare la sua vita) di ciascuno di noi dipende anche dal modo in cui rispondiamo a determinate domande. Noi non siamo solo spettatori, ma anche attori della nostra vita.
Tuttavia, quando uno si pone un certo problema, non è certo il primo a porselo. Non solo vi sono talune persone che sono esercitate a far filosofia, ma vi sono anche persone che si sono già poste prima di noi (in passato) certe questioni. Il filosofare ha dietro di sé una tradizione. E attraverso quello che altri uomini prima di noi hanno pensato, si crea una coscienza dei problemi che può servire da criterio di misura per il nostro interrogare. Ne consegue che, anche se ognuno di noi è competente a filosofare, far filosofia presenta livelli differenti di competenza: esiste un filosofare buono o cattivo, ingenuo o riflesso. Quindi, se è vero che ognuno può porre determinate domande e cercare di darvi una risposta, è però anche vero che è estremamente utile dialogare non solo con gli altri uomini in generale, ma soprattutto con gli addetti ai lavori (con i pensatori del presente e del passato).
Ora il dialogo con gli addetti ai lavori del presente (quelli che certi problemi hanno già studiato) può avvenire sul piano della oralità, mentre il dialogo con i pensatori del passato non può svolgersi che tramite la lettura di quello che essi ci hanno lasciato scritto. Si può insomma imparare a filosofare, entrando in dialogo con quello che altri nella storia dell'occidente hanno detto o scritto circa i problemi che ci poniamo. E a questo serve appunto lo studio della filosofia: a entrare in dialogo con quello che altri hanno detto circa i problemi che ci poniamo; a ritrovare nei filosofi del passato i problemi che ci poniamo al giorno d'oggi.
La filosofia, da un lato, mira a comprendere la realtà. In questo senso la filosofa è contemplazione, teoresi (in greco theôría: osservazione, contemplazione), come in Aristotele e in Hegel.
La filosofia, d'altro lato, mira anche a dare indicazioni su come vivere (su come condurre una vita buona), ovvero a dare risposta ai problemi esistenziali, quelli concernenti il senso dell'esistenza. In questo senso la filosofia è saggezza di vita (in greco phrónêsis; sôphrosýne: saggezza), edificazione, come in Socrate e in Kierkegaard.
La filosofia connette però spesso i due aspetti: essa cioè osserva e studia la realtà per dare indicazioni su come vivere nel modo migliore possibile. In questo modo la sapienza è fonte di saggezza e la saggezza si fonda sulla sapienza.
In origine il filosofo era una persona che si poneva i problemi più diversi e affrontava le questioni più diverse. Ad esempio, Aristotele (IV secolo a.C.) era al contempo un logico, un fisico, un biologo, un ontologo, uno psicologo, un teologo. Tuttavia l'aumento della quantità delle conoscenze ha portato, col tempo, alla necessità di avere specialisti per i singoli ambiti di studio. Gli specialisti sono, infatti, persone che si occupano solo di un ben preciso e determinato ambito conoscitivo. Si può quindi dire che le singole scienze siano nate per gemmazione dalla filosofia, cioè si siano rese autonome dalla filosofia quando l'aumento della quantità delle conoscenze ha reso necessaria una specializzazione della ricerca.
Le scienze hanno per oggetto un determinato aspetto o ambito del reale: la medicina si occupa del corpo umano; l'astronomia dei corpi celesti; la fisica delle leggi meccaniche, elettriche, termodinamiche; la chimica degli elementi e dei composti chimici.
Le scienze hanno inoltre un metodo loro proprio, fatto di analisi empirica (esperimenti) e di riduzione del qualitativo al quantitativo (matematizzazione del reale).
Le scienze si suddividono in: scienze formali (logica, matematica), scienze naturali (fisica, chimica, astronomia, medicina, biologia, ecc.) e scienze della cultura. Queste ultime si suddividono a loro volta in scienze dello spirito (che hanno per oggetto la storia, la religione, il linguaggio, l'arte) e scienze sociali ed economiche (che hanno per oggetto le strutture sociali ed economiche).
Che rapporto c'è fra filosofia e scienze?
Le scienze si occupano prevalentemente di un determinato ambito o settore della realtà, finendo spesso per frantumarlo in ambiti e settori sempre più particolari e specifici, al fine di conseguire conoscenze sempre più precise e puntuali.