Documento universitario sulla storia dell'antropologia di Ugo Fabietti. Il Pdf esplora la nascita della disciplina nel XIX secolo, analizzando prospettive critiche come l'antropologia dinamista, marxista e primitivista, con figure chiave e concetti fondamentali.
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Storia dell antropologia di ugo fabietti
Antropologia culturale (Sapienza - Università di Roma)
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Scaricato da Federico Consoli (f.consoli2001@gmail.com)STORIA DELL'ANTROPOLOGIA
Ugo Fabietti
Nel 1799 nacque a Parigi la Societè des Observateurs de l'homme ad opera di Jauffret,
professore di scienze naturali che raccolse attorno a sè un gruppo di intellettuali e scienziati
che si sentivano eredi dell'illuminismo; la società aveva lo scopo di paragonare costumi,
abitudini, linguaggio e industria dei diversi popoli; questi studiosi non era antropologi nel
senso moderno del termine, ma per la prima volta la studio dell'uomo acquisisce un metodo
scientifico del tutto nuovo, ovvero lo studio comparato delle società e delle culture.
Prima che l'antropologia nascesse come disciplina, per avere notizie sui "selvaggi"
dobbiamo rifarci sopratutto alla letteratura esotica e di viaggio ad opera di missionari,
esploratori, mercanti e soldati, in cui è però assente un metodo di indagine scientifico: tali
resoconti sono soprattutto mossi da atteggiamenti di moralismo, pregiudizio e meraviglia di
fronte a ciò che è "diverso".
Ci furono delle eccezioni come Jean de Lery, il quale pubblica nel 1578 un resoconto del
suo soggiorno presso i Tupi del Brasile riflettendo sulla natura dei loro costumi, e J.F.
Lafitau, che pubblica nel 1728 Costumi dei selvaggi americani comparati con quelli dei
tempi più antichi; fu scritta dopo anni di permanenza tra gli indiani Uroni e Irochesi (area
dei Grandi Laghi nel nord America); per questa indagine l'autore utilizza una specie di
metodo comparativo al fine di dimostrare che presso tutti i popoli era presente l'idea di un
essere superiore
Con Montaigne e Rousseau il discorso sui selvaggi è legato alla critica dei valori espressa
dalla società del tempo, e si lega a precise polemiche, come la religione, l'antischiavismo,
l'assolutismo monarchico; il "selvaggio" assume qui un ruolo ideologico preciso: egli
rappresenta metaforicamente tutti quei valori che nella società di allora erano ritenuti
scomparsi; per questo non si tratta di studi e considerazioni aventi valore scientifico, poichè
il "selvaggio"non viene mai considerato come soggetto sociale autonomo: i suoi usi e
costumi vengono indagati solo come oggetti di confronto atti ad alimentare le problematiche
ideologiche alle quali si cercava di dare risposte.
Quale fu il contesto che portò ad affrontare lo studio dell'uomo in termini scientifici?
Su queste basi e in questo contesto, venne fondata a Parigi nel 1799 la Societè des
Observateurs de l'Homme; di essa facevano parte scienziati, filosofi, naturalisti, medici,
viaggiatori, storici, geografi; lo scopo fu quello di osservare l'umanità nella sua
variabilità fisica, linguistica, geografica e sociale. Il fatto che lo studio dell'umanità
venisse considerato dal potere rivoluzionario socialmente utile, permise a Jauffret di dare
carattere istituzionale al progetto. Il programma scientifico proposto doveva consistere
essenzialmente in attività di ricerca e insegnamento che prevedeva:
Interessanti punti programmatici relativi all'attività della società (che tuttavia rimasero solo
intenzioni) sono contenuti in un saggio pubblicato nel 1800 da J.M. de Gerando intitolato
Considerazioni sui metodi da seguire nell'osservazione dei popoli selvaggi; l'idea centrale è
che lo studio dei selvaggi abbia lo scopo di conoscere le tappe della storia trascorsa
dell'umanità: questa prospettiva teorica, diffusa all'epoca, concepisce la storia dell'umanità
come un'ascesa per gradi, dagli stadi più bassi (rappresentati dalle popolazioni esotiche),
verso la civiltà. Tale studio doveva essere effettuato risiedendo tra queste popolazioni per un
periodo prolungato ed osservare e comparare i loro costumi per meglio conoscere l'uomo >
non si tratta quindi di uno studio finalizzato alla conoscenza specifica di un popolo, ma
inserito in un più ampio studio generale dell'uomo; il progetto filosofico retrostante riguarda
la conoscenza della natura umana; ma tale progetto doveva andare al di là dei confini della
società europea: il filosofo doveva farsi << viaggiatore>> > immagine poco distante
dall'antropologo moderno, che non solo viaggia, ma pensa, correlando i dati in una teoria.
La Societè venne sciolta nel 1805; il governo napoleonico prevedeva una subordinazione
della scienza alle esigenze dello stato, pertanto l'Istituto Nazionale venne chiuso e di
conseguenza cessò anche l'attività degli "osservatori".
Nel corso dei cinquant'anni seguenti il discorso sul selvaggio divenne sempre più marginale,
ed andò sempre più affermandosi la teoria della degenerazione del selvaggio, basata sulla
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Scaricato da Federico Consoli (f.consoli2001@gmail.com)filosofia di Joseph de Maistre. Costui affermava che la ragione illuminista era un atto di
superbia nei confronti del volere divino; l'idea del progresso è un atto di vanagloria e sfida
all'ordine voluto da Dio; l'unico atto di saggezza possibile è rappresentato dalla
subordinazione a Dio e ai garanti terreni del suo potere, ovvero la Chiesa e la monarchia; la
civiltà è vista come dono divino (negando così l'idea che ci fosse una progressione
dell'uomo dallo stato primitivo a quello civile), per cui chi non la possiede, ovvero il
selvaggio, è considerato emblema della degradazione umana, a cui egli è condannato a
causa del peccato originale, confermato oggettivamente dalla sua stessa condizione.
L'uomo è civile in quanto graziato da Dio; il selvaggio è macchiato dal peccato, dunque
non gli è stata concessa la grazia della civiltà.
In GB le tesi di de Maistre furono accolte e sviluppate dagli uomini di chiesa, specie dal
vescovo di Dublino Wathley: costui sosteneva che il progresso non poteva essere concepito
senza un esplicito intervento divino, e che i selvaggi potevano progredire solo se aiutati da
un'umanità già in possesso della civiltà, ottenuta per volere e grazia divina. Non si può
parlare di un pregresso autonomo dell'uomo, poiché dal giorno della creazione una parte di
umanità era progredita per grazie divina, l'altra invece era decaduta.
Le principali tesi del degenerazionismo erano confermate dalla stessa condizione di degrado
e inciviltà dei selvaggi e dal fatto che nessun popolo visitato a distanza di anni avesse dato
prova di un qualche progresso compiuto per suo conto; la presenza di qualche manufatto
considerato di livello superiore era certamente stato introdotto da un popolo di cultura
superiore.
La teoria della degenerazione poggiava sull'idea che la storia dell'uomo fosse delimitata in
un arco di tempo ridotto, a partire dalla data della creazione del mondo (4004 a.C.); essa
entrò in crisi quando l'Antico Testamento iniziò ad essere considerato come un testo storico.
Negli anni 50 dell'800 emerse anche una nuova visione della storia naturale e umana, grazie
alle teorie evoluzionistiche di Darwin; egli, dopo molti anni passati ad osservare specie
animali e vegetali, nell'Origine delle specie giunse alla conclusione che le forme di vita si
sarebbero trasformate in base ad un lento processo di mutazioni dovute al caso e alla
capacità degli esseri viventi di adattarsi all'ambiente circostante, riproducendo nella
discendenza quelle caratteristiche che lo consentono.
Negli anni della restaurazione, l'Europa è coinvolta in un grandissimo incremento della
produzione industriale e si espande enormemente in modo capitalistico; l'immagine della
società che ne scaturì fu quella di una società in rapido sviluppo, pensabile grazie al
concetto di progresso. Questa immagine progressiva della società veniva assicurata dalla
scienza e dalla sociologia: la prima puntava sul progresso materiale, la seconda su quello
sociale.
L'antropologia stessa fu condizionata dal progresso: la sua presenza nella società europea di
metà 800 dimostrava l'esistenza di un'evoluzione di tipo cumulativo (progresso > sviluppo
industriale e capitalistico > aumento e accumulo materiale e delle ricchezze) nella società
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Scaricato da Federico Consoli (f.consoli2001@gmail.com)umana che aveva raggiunto il suo culmine; lo sviluppo della società umana viene inteso
come un'insieme di leggi riguardanti l'incremento della produzione materiale ed
intellettuale che agiscono in maniera sempre più rapida e che determinano il passaggio da
uno stadio culturale inferiore ad uno superiore; le società in cui queste leggi agiscono ancora
lentamente sono inferiori: a seconda del grado di sviluppo derivante da tali leggi, le società
umane possono essere raggruppate gerarchicamente in stadi.
L'uniformismo è una teoria che riguarda l'invarianza delle leggi nel corso del tempo; fu
sviluppata dal geologo Lyett, il quale affermò che i processi che attualmente determinano i
movimenti della crosta terreste seguono le stesse leggi che avevano modellato l'attuale
superficie del globo; la teoria venne ripresa anche da Darwin: le specie evolvono
attualmente seguendo le stesse leggi che seguirono nel passato. I primi antropologi
utilizzarono questo concetto applicandolo alla storia dell'uomo: le leggi che determinano il
progresso e l'evoluzione materiale ed intellettuale della società sono le stesse oggi come nel
passato > i processi di trasformazione vengono naturalizzati e intesi come prodotto
autonomo dell'attività umana schiacciando l'ipotesi creazionistica.
Attraverso l'opera Prehistoric times John Lubbock fece circolare l'idea che la vita dei
primitivi europei fosse simile a quella dei selvaggi contemporanei; questo fatto portò ad
interpretare i reperti archeologici preistorici europei come misuratori di progresso, in cui era
visibile la cumulatività del progresso materiale. L'assunto dell'antropologia evoluzionista è
che esiste una via che porta dallo stadio selvaggio a quello civile (comprovato dai reperti
che misurano il grado di evoluzione): quanto più un popolo è organizzato dal punto di vista
economico, tecnologico e sociale, tanto più è avanti nella scala di sviluppo che porta alla
civiltà. Su queste basi i popoli primitivi e selvaggi di allora rappresentavano particolari stadi
dell'evoluzione dell'uomo, testimoniati dal livello di progresso dei manufatti.
La GB della Regina Vittoria (1837 - 1901) può essere considerata la culla dell'antropologia
moderna e fu durante il suo regno che la GB si impose come una potenza industriale,
coloniale, militare e politica; i successi ottenuti nei vari ambiti, specie in quello scientifico e
tecnologico diffusero una visione ottimistica e progressiva del divenire storico, che tuttavia
necessitava di essere confermata in maniera empirica, specie in relazione alla storia
dell'uomo. Fu compito dell'antropologia fornire queste risposte.
L'opera più celebre di Tylor è Cultura primitiva, pubblicata nel 1871, uno studio dedicato
alle idee religiose dallo stadio primitivo a quello moderno; l'opera si segnala poiché viene
data in apertura la prima vera definizione di cultura, concetto attorno al quale ruota l'intera
disciplina antropologica: la cultura, o civiltà, intesa nel suo senso etnografico più ampio, è
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