Documento da Unipr.it su Genealogia della marginalità e della devianza. Il Pdf analizza l'evoluzione delle pratiche di trattamento dal Medioevo al XIX secolo, le figure dell'anormale e l'approccio fenomenologico alla pedagogia della devianza in Psicologia per l'Università.
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Definire il campo di una pedagogia della marginalità e della devianza è un compito teorico affatto semplice e lineare; le ragioni di tale difficoltà sono da ricercare in due ordini di complessità:
Per poter analizzare le implicazioni legate alla devianza è necessario inquadrare in che modo si è prodotta una trasformazione delle pratiche finalizzate al trattamento delle diversità e dei soggetti marginali, che a partire dalla fine del Medioevo hanno spostato l'attenzione di tali interventi sulla personalità individuale, fino all'emergere di una nuova consapevolezza scientifica costruita intorno alla categorizzazione patologica del soggetto anormale.
La lebbra costituisce il punto di applicazione delle pratiche sociali che sanciscono l'esclusione del lebbroso rigettandolo oltre i confini della città, il riconoscimento della follia prescrive la segregazione dell'insensato nello spazio confusivo dell'internamento delle grandi istituzioni ospedaliere che, a partire dalla metà del 1600, si trasformano nei luoghi elettivi per il trattamento degli alienati.
La diversità, attraverso la pratica dell'internamento, assume il volto della follia.
La possibilità di costringere assieme tante e differenti figure nello spazio coercitivo della reclusione e dell'internamento, è data dal cambiamento della percezione sociale intorno al rapporto tra povertà e lavoro e della conseguente codificazione morale dei comportamenti. La dimensione della diversità si colloca nell'orizzonte economico e morale della necessità del lavoro e della regolamentazione di quella popolazione inoperosa che costituisce un costante pericolo per l'ordinamento pubblico.
L'internato diviene in tal senso oggetto dell'investimento delle pratiche sociali in quanto soggetto morale e produttivo che rinvia alla problematizzazione dell'incapacità di lavorare e all'impossibilità di integrarsi nella comunità.
Il XVII e parte del XVIII secolo sono caratterizzati da un principio che possiamo riferire all'azione di un dispositivo di esclusione che è strettamente legato al modello di pratiche sociali emerso in rapporto al fenomeno della lebbra. Tale dispositivo opera principalmente sul piano della separazione e della distinzione di una massa di potenziali untori che vanno allontanati; è in gioco un principio di qualificazione e di esilio incentrato sul marchio che contraddistingue la diversità di tali soggetti.Nella logica di funzionamento del dispositivo di esclusione non è tanto l'individuo in sé a costituire l'oggetto del trattamento e dell'investimento delle pratiche sociali, quanto quella massa multiforme di potenziali sovvertitori dell'ordine che per analogia sono accomunabili ai lebbrosi e che pertanto è necessario separare dal corpo sociale per isolarli, rinchiuderli e segregarli, allontanando il pericolo del contagio.
A partire dal XVI secolo abbiamo un modello basato sul principio disciplinare dell'inclusione strettamente legato ai meccanismi e alle pratiche sociali connesse al fenomeno della peste. La città appestata pone in essere la necessità di una meticolosa differenziazione tra gli individui, che ne determina una rigida ripartizione dentro spazi definiti. È in gioco un meccanismo di incasellamento e di individualizzazione che rappresenta tutta la forza del modello disciplinare. Se il modello di controllo fondato sull'esclusione corrispondeva a un'idea di purezza del corpo sociale, entro cui la diversità veniva compresa in una logica di distinzione binaria che ne prescriveva la marginalizzazione sociale, questo secondo modello di controllo sociale articolato sulla base di un principio di inclusione, definisce la questione della diversità a partire dalla individualità stessa dei soggetti, della loro collocazione nella fitta trama di un potere che ne investe gli spazi, i tempi, il corpo stesso, misurandone la corrispondenza con i dettami normativi e disciplinari fissati a livello sociale.
Un modello si sovrappone all'altro, nel senso che in realtà essi non si escludono tra loro, per cui se il primo si rende indispensabile per differenziare i soggetti sulla base dello schema binario normalità e anormalità, il secondo rende praticabile quell'operazione di distribuzione e ripartizione delle diversità all'interno delle istituzioni preposte al trattamento specifico dell'anormalità che a partire dal XIX sec configurano lo sviluppo del potere disciplinare.
Genealogia dell'anormale attraverso le figure del mostro, dell'incorreggibile e dell'onanista. La centralità di queste figure è data dal rapporto che intrattengono sul piano dell'investimento del potere e del sapere, con le diverse istanze del controllo sociale, permettendo di osservare il progressivo e storico addentrarsi di problemi ed equivocità relative a ognuna di tali anomalie.
Il mostro occupa la scena come incarnazione dekk'illegittimità e della contraddizione della legge, poiché la prima legge che infrange è quella naturale. Si pone il problema di cercare il substrato di mostruosità che si trova dietro le piccole devianze, le piccole irregolarità che costellano la vita sociale diffusa. È attraverso la trasformazione del grande mostro nel pallido mostro quotidiano, rappresentato dall'anormale, che si rende praticabile l'interconnessione con le altre figure della diversità.
L'individuo da correggere rinvia alla codificazione del potere pedagogico-familiare e, in particolare, rimanda allo specifico quadro di riferimento rappresentato dallo spazio familiare come primo luogodi intervento correzionale. L'ambiguità di tale figura è data dalla regolarità con cui si presenta l'irregolare, in secondo luogo, ciò che definisce l'individuo da correggere è la sua incorreggibilità ovvero la sua resistenza.
Ruolo dell'incorreggibile nel XIX secolo come individuo attorno al quale si rende praticabile la ricostruzione di una genesi patologica che affonda le radici nell'infanzia e nell'adolescenza del soggetto deviante, favorendo in tal senso un'estensione del campo medico e psichiatrico all'ambito pedagogico-familiare.
L'onanista è il bambino masturbatore che caratterizza la chiusura di una circolarità di tipo disciplinare tra potere giuridico-politico, potere pedagogico-familiare e potere medico-sociale. Attorno all'onanista si riduce la configurazione dello spazio fino a occuparsi in modo stretto dell'individuo e del suo corpo.
Intorno alla metà del XIX sec viene compiendosi questo lungo processo di definizione della diversità, intesa come configurazione dell'individuo non conforme in quanto soggetto anormale.
Si avrà una teorizzazione scientifica intorno al soggetto in quanto specifico oggetto di studio delle scienze umane. L'elemento cardine che ha reso possibile la categorizzazione della diversità e della marginalità all'interno di uno specifico quadro scientifico, permettendo di abbandonare quelle categorie del tutto inservibili a spiegare i fenomeni della devianza nell'ottica del principio di causalità delineato dalle nuove scienze, è costituito dalla patologizzazione e, dunque, dalla possibilità di ricondurre l'origine di qualsiasi fenomeno deviante al comportamento anomalo in relazione alla personalità individuale: l'alternativa semantica si esplica attraverso la dialettica del binomio normalità-anormalità, solamente che da questo momento in avanti la marginalità entra in un ambito di coincidenza patologica tale per cui il soggetto anormale è sempre un soggetto malato.
Dal punto di vista giuridico vige l'intelligibilità dell'atto, cioè la possibilità di stabilire con una fondata certezza la ragione specifica dell'azione deviante e criminosa, una condizione che incontra il proprio limite esplicativo di fronte a fatti di cui non è possibile individuare una ragione direttamente connessa all'azione, tanto che il sistema penale deve ricorrere al sapere medico.
Ecco dunque il sapere medico-psichiatrico che si trova ad esercitare un potere che ne suggella la piena legittimazione scientifica, in quanto disciplina che per un verso è in grado di stabilire una verità razionale all'interno del campo delle condotte umane e nello stesso tempo è in gradi di fissare le verità sulla follia in quanto malattia connessa al campo sociale.
la presunta intelligibilità non può più limitasi all'atto criminoso in se stesso, ma va ricercata nella personalità del soggetto. Si apre poco a poco un campo all'interno del quale è possibile rintracciare elementi decisivi nella spiegazione di fatti e zioni apparentemente illogici: l'asse della ricerca non si volge più all'intelligibilità dell'atto, bensì alla rassomiglianza del soggetto al proprio atto.
Il meccanismo decisivo che permette di individuare e rendere visibile il campo di definizione della pedagogia del deviante, è rappresentato dall'intreccio discorsivo che il sapere giuridico e il sapere medico pongono in essere, nel momento in cui problematizzano la questione delle motivazioni e dell'interesse che spingono un soggetto a compiere un determinato reato; la ragione del crimine non va ricercata semplicemente nel compimento stesso dell'atto delinquenziale, quanto semmai nella somiglianza del criminale con il proprio crimine. Questo significa che ogni azione delittuosa è riconducibile alla personalità potenzialmente deviante del soggetto che se n'è reso protagonista.
La psichiatria per legittimarsi in quanto sapere medico istituzionalizzato, ricorre ad una doppia codificazione nei confronti del proprio oggetto disciplinare, cos' che la follia appare come malattia mentale, dunque come condizione patologica di cui si rende necessaria l'analisi; ma anche come pericolo, quindi come condizione di costante minaccia sociale che richiede un'azione preventiva di salvaguardia del bene comune. Questa doppia codificazione ha come effetto culturale la percezione diffusa di una vicinanza quanto mai significativa tra malattia e crimine, tanto che in presenza di condotte anomale da parte di un soggetto, è sempre necessario appurare la sua eventuale pericolosità sociale.
In secondo luogo si pone la questione del passaggio paradigmatico.
È una trasformazione che trova origine nella necessità di formulare nuove ipotesi esplicative relativamente a quelle situazioni criminose non riconducibili in forma chiara e definita al quadro razionale della corrispondenza giuridica tra diletto e interesse. Emergono in questa fase una serie di enunciati che permettono di riorganizzare le teorizzazioni della medicina alienista all'interno di un nuovo campo di definizione che ha nella nozione di istinto il proprio punto di accesso. Si produce in ambito psichiatrico l'emergenza di una teorizzazione che verte attorno alla questione dell'istinto, della pulsione, superando il limite del concetto di delirio e di alienazione mentale da cui restavano escluse gran parte delle condotte anormali.
Se i comportamenti anormali possono avere come principio esplicativo fondamentale un meccanismo interno all'individualità del soggetto, che si caratterizza come dimensione istintuale, è evidente che la problematica connessa agli atti non conformi dal punto di vista sociale si traduce nella ricerca delle condizioni di anormalità imputabili alla personalità patologica del soggetto stesso; la categoria della devianza entra a pieno titolo nel campo di indagine psichiatrico, offrendosi come contenitore semantico delle irregolarità patologiche che contraddistinguono la storia evolutiva di quegli individui dalla condotta socialmente atipica. La centratura è però totalmente spostata dal soggetto per ricercarne le deviazioni che possono costituire all'interno di una storia evolutiva personale gli elementi di rottura e di scatenamento della dimensione propriamente patologica; attraverso la nozione di istinto si compie definitivamente quell'intreccio concettuale che permette di