Tradizione manoscritta della Commedia: metodo e prassi in centocinquant'anni di ricerca

Documento di Università sulla tradizione manoscritta della Commedia: metodo e prassi in centocinquant'anni di ricerca. Il Pdf esplora la storia della filologia dantesca, analizzando i metodi di collazione e classificazione dei manoscritti della Commedia, con contributi di studiosi come Witte e Negroni, per la materia di Letteratura.

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Viel
Sulla tradizione manoscritta della Commedia: metodo e prassi in centocinquant’anni di ricerca
Dante morì nel 1321 e da poco scomparso, le copie del poema si diffusero come un’onda di piena.
La grande fatica, a oggi irresoluta, che s’accompagna al testo della Commedia è quella della filologia
nel districare la complessa trama della tradizione dell’opera. Per fare ciò è utile ripercorrere i maggiori
interventi di razionalizzazione e di analisi stemmatica succedutosi nel corso di molti decenni. Si
daranno rilievo ad alcune problematiche di spicco: il problema dell’organicità dei rapporti tra i testimoni
a seconda delle porzioni di testo considerate e il problema della dimostrazione dell’archetipo.
1. Sulla tradizione: stratigrafia dei rapporti genetici della Commedia
1.1 I primordi
Le prime stampe del poema si limitavano a riprodurre alcuni esemplari a penna. Così leditio princeps si
basava prevalentemente su Lo, e gli incunaboli successivi su altri singoli esemplari, seguiti più o meno
fedelmente.
Tra questi è da menzionare l’edizione Aldina del Bembo, che si basò su Vai, pur alterandolo con congetture
e ritocchi vari -> tale testo assurse a indiscusso punto di riferimento per tutte le altre edizioni antiche: costituì
la vulgata.
Anche l’edizione dell’Accademia della Crusca adottò il Dante bembiano come testo base; ma di esso furono
rifiutate 465 lezioni collazionando circa cento manoscritti fiorentini, le cui varianti furono riportate in un
apparato senza commento.
Si trattò, com’è noto, del primo tentativo di edizione filologica, seppur portata avanti con criter troppo
empirici per dar luogo a risultati in qualche modo affidabili.
1.2 La stagione tedesca e anglosassone
Karl Witte
Witte fu dantista per passione.
Il suo approccio, scientifico e logico, sempre teso al dato oggettivo, in cui si riconosceva una rigorosa
matrice filosofica e matematica, pot applicarsi con eccezionali frutti ai problemi dell’ecdotica.
Fu il primo a comprendere l’importanza del ricorso ai manoscritti per fissare il testo del poema dantesco, e
fu il primo a iniziare una collazione, integrale e completa, dei codici danteschi, non in una sola zona
geografica, bensì in vari luoghi, anche fuor d’Italia.
Dopo aver dato alle stampe numerosissimi saggi di critica dantesca, coronò il suo impegno con la
pubblicazione della sua edizione della Commedia.
Nella Introduzione il dantista tedesco dopo una minuziosa rassegna dei limiti delle precedenti edizioni
non nasconde l’arbitrarietà della sua scelta finale di basare il testo su quattro codici soltanto.
Egli afferma “una edizione che pretende di essere critica deve fondarsi sulla sola autorità dei codici
manoscritti”.
Witte conferisce autorevolezza solo ai testi manoscritti, e non più alle edizioni passate, o al testo della
vulgata, o a quello della Crusca.
Come arrivare alla scelta dei manoscritti autorevoli?
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Quale metodo adottare?
Lo studioso chiarisce con fermezza che raccogliere tutta la varia lectio collazionando ogni testimone
da capo a fondo “richiederebbe delle spese immense
Ritiene, inoltre, che riuscire a distinguere la corretta lezione in tale congerie di varianti sarebbe
impossibile.
La necessità di giungere agli «autorevoli», e dunque ai capostipiti, è fondamentale, perch su di essi
andrebbe proficuamente a fondarsi l’edizione critica. Il Witte apre dunque la strada all’applicazione
del metodo lachmanniano, mirando all’individuazione delle famiglie dei manoscritti.
Ma il problema è proprio il metodo di trascelta di tali manoscritti = lui dice che la sola antichità non può
essere il criterio che ci guida nella scelta dei testi da confrontarsi a preferenza di tutti gli altri.
Witte afferma: se dunque non basta nemmeno la data apposta ai codici, per riconoscere quelli che meritano
di esser prescelti come i pi corretti e pi autentici, il critico non potrà far a meno di far passar in rivista tutti
quei tanti e tanti testi a penna sparsi per le librerie d’Europa. Supponendo che per determinare il carattere e
il pregio di un testo, basti l’accurato esame di una parte di esso, cominciai questo lavoro trentacinque anni
or sono, e scelsi per campione il terzo canto dell’Inferno.
Witte collazionò 407 manoscritti per tutto il terzo canto dell’Inferno, rinunciando all’idea di pervenire
ad un albero genealogico.
La scelta dei capostipiti si rivelava difficile su basi scientifiche e oggettive. Egli concluse selezionando
alcuni loci critici e procedette a selezionare i codici che invece delle lezioni secondarie e facili, danno
regolarmente le primitive”.
Per questa via egli giunse a trascegliere un manipolo di codici, dei quali decise però di usarne solo quattro,
con criteri non proprio ecdotici:
- LauSC,
- Vat,
- Berl,
- il codice Sermoneta Caetani (Bat. 375).
Per quanto questa metodologia riveli il profondo acume del Witte, al nostro occhio moderno non può sfuggire
la fallacia che s’annida nel criterio d’utilizzare varianti critiche per l’individuazione dei capostipiti: così
trascelte, esse sono banalizzazioni o lectiones faciliores, per loro natura spesso poligenetiche, e dunque non
probanti ai fini della ricostruzione genetica.
Nicolò Barozzi
Una prima reazione, in campo italiano, al lavoro del Witte venne da Nicolò Barozzi, il quale pubblicò,
con la collaborazione di Rinaldo Fulin e Francesco Gregoretti, un ampio lavoro sui manoscritti
danteschi conservati a Venezia.
L’impostazione del lavoro è quella di collazionare le varianti dei codici esaminati partendo da un testo base,
che nel caso specifico consiste di quattro edizioni:
- quella del Biagioli
- quella del Tommaseo
- quella del Foscolo
- la Fraticelliana

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Sulla tradizione manoscritta della Commedia: metodo e prassi in centocinquant'anni di ricerca

Viel Sulla tradizione manoscritta della Commedia: metodo e prassi in centocinquant'anni di ricerca Dante morì nel 1321 e da poco scomparso, le copie del poema si diffusero come un'onda di piena. La grande fatica, a oggi irresoluta, che s'accompagna al testo della Commedia è quella della filologia nel districare la complessa trama della tradizione dell'opera. Per fare ciò è utile ripercorrere i maggiori interventi di razionalizzazione e di analisi stemmatica succedutosi nel corso di molti decenni. Si daranno rilievo ad alcune problematiche di spicco: il problema dell'organicità dei rapporti tra i testimoni a seconda delle porzioni di testo considerate e il problema della dimostrazione dell'archetipo.

Stratigrafia dei rapporti genetici della Commedia

  1. Sulla tradizione: stratigrafia dei rapporti genetici della Commedia

I primordi della tradizione

1.1 I primordi Le prime stampe del poema si limitavano a riprodurre alcuni esemplari a penna. Così l'editio princeps si basava prevalentemente su Lo, e gli incunaboli successivi su altri singoli esemplari, seguiti più o meno fedelmente. Tra questi è da menzionare l'edizione Aldina del Bembo, che si basò su Vai, pur alterandolo con congetture e ritocchi vari -> tale testo assurse a indiscusso punto di riferimento per tutte le altre edizioni antiche: costituì la vulgata. Anche l'edizione dell'Accademia della Crusca adottò il Dante bembiano come testo base; ma di esso furono rifiutate 465 lezioni collazionando circa cento manoscritti fiorentini, le cui varianti furono riportate in un apparato senza commento. Si trattò, com'è noto, del primo tentativo di edizione filologica, seppur portata avanti con criterî troppo empirici per dar luogo a risultati in qualche modo affidabili.

La stagione tedesca e anglosassone

1.2 La stagione tedesca e anglosassone

Karl Witte e l'ecdotica

Karl Witte Witte fu dantista per passione. Il suo approccio, scientifico e logico, sempre teso al dato oggettivo, in cui si riconosceva una rigorosa matrice filosofica e matematica, poté applicarsi con eccezionali frutti ai problemi dell'ecdotica. Fu il primo a comprendere l'importanza del ricorso ai manoscritti per fissare il testo del poema dantesco, e fu il primo a iniziare una collazione, integrale e completa, dei codici danteschi, non in una sola zona geografica, bensì in vari luoghi, anche fuor d'Italia. Dopo aver dato alle stampe numerosissimi saggi di critica dantesca, coronò il suo impegno con la pubblicazione della sua edizione della Commedia. Nella Introduzione il dantista tedesco - dopo una minuziosa rassegna dei limiti delle precedenti edizioni - non nasconde l'arbitrarietà della sua scelta finale di basare il testo su quattro codici soltanto. Egli afferma "una edizione che pretende di essere critica deve fondarsi sulla sola autorità dei codici manoscritti". Witte conferisce autorevolezza solo ai testi manoscritti, e non più alle edizioni passate, o al testo della vulgata, o a quello della Crusca.

Scelta dei manoscritti autorevoli

Come arrivare alla scelta dei manoscritti autorevoli? 1Quale metodo adottare? Lo studioso chiarisce con fermezza che raccogliere tutta la varia lectio collazionando ogni testimone da capo a fondo "richiederebbe delle spese immense" Ritiene, inoltre, che riuscire a distinguere la corretta lezione in tale congerie di varianti sarebbe impossibile. La necessità di giungere agli «autorevoli», e dunque ai capostipiti, è fondamentale, perché su di essi andrebbe proficuamente a fondarsi l'edizione critica. Il Witte apre dunque la strada all'applicazione del metodo lachmanniano, mirando all'individuazione delle famiglie dei manoscritti. Ma il problema è proprio il metodo di trascelta di tali manoscritti = lui dice che la sola antichità non può essere il criterio che ci guida nella scelta dei testi da confrontarsi a preferenza di tutti gli altri. Witte afferma: "se dunque non basta nemmeno la data apposta ai codici, per riconoscere quelli che meritano di esser prescelti come i più corretti e più autentici, il critico non potrà far a meno di far passar in rivista tutti quei tanti e tanti testi a penna sparsi per le librerie d'Europa. Supponendo che per determinare il carattere e il pregio di un testo, basti l'accurato esame di una parte di esso, cominciai questo lavoro trentacinque anni or sono, e scelsi per campione il terzo canto dell'Inferno. Witte collazionò 407 manoscritti per tutto il terzo canto dell'Inferno, rinunciando all'idea di pervenire ad un albero genealogico. La scelta dei capostipiti si rivelava difficile su basi scientifiche e oggettive. Egli concluse selezionando alcuni loci critici e procedette a selezionare i codici che "invece delle lezioni secondarie e facili, danno regolarmente le primitive". Per questa via egli giunse a trascegliere un manipolo di codici, dei quali decise però di usarne solo quattro, con criteri non proprio ecdotici:

  • LauSC,
  • Vat,
  • Berl,
  • il codice Sermoneta Caetani (Bat. 375).

Per quanto questa metodologia riveli il profondo acume del Witte, al nostro occhio moderno non può sfuggire la fallacia che s'annida nel criterio d'utilizzare varianti critiche per l'individuazione dei capostipiti: così trascelte, esse sono banalizzazioni o lectiones faciliores, per loro natura spesso poligenetiche, e dunque non probanti ai fini della ricostruzione genetica.

Nicolò Barozzi e i manoscritti danteschi

Nicolò Barozzi Una prima reazione, in campo italiano, al lavoro del Witte venne da Nicolò Barozzi, il quale pubblicò, con la collaborazione di Rinaldo Fulin e Francesco Gregoretti, un ampio lavoro sui manoscritti danteschi conservati a Venezia. L'impostazione del lavoro è quella di collazionare le varianti dei codici esaminati partendo da un testo base, che nel caso specifico consiste di quattro edizioni:

  • quella del Biagioli
  • quella del Tommaseo
  • quella del Foscolo
  • la Fraticelliana

2Gregoretti dichiara di non aver tralasciato l'ultima pubblicazione del Witte, della quale però contesta il risultato: egli venne meno al suo intento, non per propria colpa, ma perché l'assunto di fissare definitivamente il testo della Divina Commedia sopra quattro soli codici era in sé stesso impossibile. Tuttavia, la dimostrazione di un valido metodo alternativo manca al lavoro del Barozzi, il quale presenta una serie di 50 loci del Poema, i cui criteri di trascelta non sono manifesti, di cui registra le varianti nei codici Veneziani raffrontate con le edizioni prese a confronto e con il testo critico del Witte.

Mussafia e la classificazione dei codici

Mussafia Egli pubblicò un saggio dove, sulla base di alcuni esempi tratti dalla sua analisi di due codici della Commedia, esprimeva la necessità di:

  • bene determinare la relazione, in che i singoli codici stanno fra loro,
  • classificarli secondo le loro affinità,
  • formatene altrettante famiglie, di ciascuna d'esse ricercare il più antico rappresentante, come chi dicesse il capostipite

La contestazione di fondo mossa al Witte è che, pur avendo scelto 4 testimoni tra i migliori, non ha illustrato il rapporto genetico tra di essi, di modo che non è certo che spettino ciascuno ad una diversa famiglia, né che in quelle che appartengono abbiano il primo luogo. L'impostazione del problema come vien offerta dal grande filologo porta ad una sola conclusione: rassegnarsi ad operare una recensio e una collatio completa: esaminare da un capo all'altro il maggior numero possibile di manoscritti, e darne relazione esatta e completa, cosicché a mano a mano riesca metterne in chiaro la vicendevole relazione. L'autore stesso presenta un esempio di tale impegno, consistente nell'offrire la collazione delle varianti dei testimoni:

  • egli sceglie il Witte come base, ed annota tutti i luoghi in cui i due codici da lui esaminati deviano da quel testo
  • L'auspicio del Mussafia era limpidissimo e correttissimo, e se fin d'allora si fosse seguìto il suo metodo, ora saremmo certamente in possesso dell'intera collazione dei testimoni diretti e indiretti dell'oceanica tradizione del poema.

Ernesto Monaci e il metodo di sfoltimento

Ernesto Monaci Monaci fu fondatore della scuola romana Scoraggiato dalla mole di lavoro che avrebbe richiesto una collatio completa dei codici, escogitò un metodo per sfoltire la tradizione, individuando le famiglie senza dover procedere a spogli integrali. Il suo ragionamento partiva dalla constatazione che un numero ristretto di varianti è sufficiente per determinare le principali famiglie dei codici, e poi, un'indagine più approfondita servirà per perfezionare la loro articolazione, per dividerle in "sezioni" e "sottosezioni". Ritenne e propose, dunque, che si potesse proficuamente procedere ad una verifica dei raggruppamenti in base ad alcuni «punti critici», ossia lezioni del testo della Commedia che risultassero afflitte da varianti non già fonetiche, grafiche o morfologiche, bensì lessicali e sintattiche, e dunque "forti".

Edward Moore e lo studio filologico

3Edward Moore Moore fu il primo a fornire alla comunità scientifica un'edizione del poema fondata su un ampio sistematico e razionale spoglio integrale di molti manoscritti. Egli pubblicò i risultati del suo studio in un volume imprescindibile della letteratura filologica dantesca: i Contributi. Si trattava di una collazione integrale di diciassette codici conservati nelle biblioteche inglesi per tutto l'Inferno, e di un'indagine con l'ausilio di 180 loci selecti per le rimanenti due cantiche. Il modus operandi dell'accademico inglese fu improntato ad una severa sistematicità che determinò un alto livello di affidabilità scientifica al risultato finale del suo lavoro, rappresentando un grande salto di qualità rispetto a tutti i suoi predecessori. Si può credo a buon diritto affermare che il primo moderno studio filologico della tradizione della Commedia si debba alla sua penna, e che la prima affidabile edizione scientifica con apparato di varianti, almeno per quanto riguarda l'Inferno, sia proprio il Dante oxfordiano. Moore offre un'interpretazione delle dinamiche di copia che sarà poi in seguito confermata dagli studiosi. Innanzi tutto, nota la precocità e la rapidità della diffusione del testo, e il valore e l'interesse che suscitava nei copisti = questi erano quindi portati a intervenire maggiormente sulle lezioni, che talora non comprendevano, emendando di frequente. Nella concezione del Moore le difficoltà della tradizione, individuabili nel ricorso all'emendatio ope ingenii o alla contaminazione, sino alla semplice banalizzazione delle lezioni, sono causate da un complesso intreccio di elementi anche interni al poema: la lingua, la sintassi e il contenuto storico e filosofico.

Conclusioni metodologiche di Moore

Moore trae alcune conclusioni sul rispetto metodologico

  • Anzitutto osserva che l'antichità di un testimone non è garanzia della bontà del testo tradito. Sono quindi presi in considerazione due metodi:
  1. Quello della classificazione dei manoscritti per loci selecti
  2. Quello di una collazione integrale del testo di tutti i codici

Il primo è rigettato dal Moore, che sposa il secondo Ma questo solo in linea di principio dal momento che lo studioso mostra di rendersi subito conto che la stato della tradizione, così contaminato, impedisce la costruzione di un albero genealogico dei codici, sicché un'intera collazione risulterebbe alfine inutile, se attuata a questo scopo. Ciò che è utile è il discernimento delle famiglie o dei gruppi di codici, attuabile anche con l'ausilio di loci puntuali Per l'elaborazione di tale metodo il Moore prende le mosse dal lavoro di Witte che, come abbiamo visto, partì da un tentativo di collazione completa, per poi limitarsi all'individuazione dei quattro codici su cui poggiò la sua edizione, servendosi di una indagine a campione su alcune varianti erronee Moore propone un modus operandi che pervenga ad una lista di loci determinata non aprioristicamente, ma in una continua dialettica tra l'opera di collazione e l'opera di classificazione. Egli sostenne che, con il suo discernimento, il filologo deve saper trascegliere i punti critici individuando la lezione erronea nella messe di varianti, secondo i criteri: 4

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