Documento di Pedagogia Generale che esplora i campi di indagine, l'apprendimento e il Positivismo. Il Pdf, utile per lo studio universitario in Psicologia, analizza i contributi di Frobel e l'attivismo pedagogico di John Dewey, offrendo una chiara struttura discorsiva.
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La Pedagogia è la scienza umana che studia l'educazione e la formazione dell'uomo nella sua interezza ovvero lo studio dell'uomo nel suo intero ciclo di vita. Non si occupa esclusivamente dei bambini e dell'infanzia, ma anche di adolescenti, giovani, adulti (andragogia), anziani (geragogia), e disabili (pedagogia speciale) ovvero di tutte le fasi della vita. L'elemento che diede un forte impulso alla pedagogia fu, nel corso del 19º secolo, la progressiva autonomia delle discipline umanistiche e sociali (come la psicologia e la sociologia) rispetto alla comune matrice filosofica. Queste discipline tesero sempre più, soprattutto attraverso l'adozione di metodi sperimentali di ricerca, ad assumere una veste autonoma e scientifica. Uno dei punti più alti della riflessione sulla pedagogia come scienza si ebbe tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento con John Dewey: egli riteneva che la pedagogia e la pratica educativa potevano acquisire elementi di scientificità utilizzando, per la soluzione dei problemi educativi, risultati e metodi propri di altre scienze, in primo luogo la psicologia e la sociologia.
Tornando al discorso sulla pedagogia come scienza, i suoi campi di indagine sono: l'educazione, l'istruzione e la formazione. Il termine educazione secondo alcuni deriva dal verbo latino educère (cioè «trarre fuori, "tirar fuori" o "tirar fuori ciò che sta dentro"); secondo altri deriverebbe dal verbo latino educare ("trarre fuori, allevare"). In ogni caso, l'educazione è l'attività, influenzata nei diversi periodi storici dalle varie culture, volta allo sviluppo e alla formazione di conoscenze e facoltà mentali, sociali e comportamentali in un individuo. Il termine è spesso ritenuto complementare a insegnamento o istruzione anche se quest'ultima tende ad indicare metodologie più spiccatamente "trasmissive" dei saperi. Tuttavia, sebbene le strategie possano essere parte di un percorso educativo, il significato di educazione è più ampio e mirante ad estrapolare e potenziare anche qualità e competenze inespresse. Se dal punto di vista etimologico il significato della parola appare chiaro, nella lingua italiana il suo utilizzo, rispetto a termini come istruzione o formazione, è talvolta equivoco anche in testi normativi e pedagogici. L'attuazione in termini pedagogici dell'educazione, dell'istruzione e quindi della formazione intesa anche come termine che racchiude e completa il significato degli altri due momenti, risulta possibile solo perché siamo dotati di alcune capacità specifiche come quella di apprendere, di memorizzare e di riuscire a catalizzare la nostra attenzione.
L'apprendimento, secondo la definizione proposta dallo psicologo Ernest Hilgard (1971), è un processo intellettivo attraverso cui l'individuo acquisisce conoscenze sul mondo che, successivamente, utilizza per strutturare e orientare il proprio comportamento in modo duraturo. L'apprendimento può essere il risultato di processi spontanei, come avviene nei bambini, ad esempio con il linguaggio, o può essere indotto e guidato mediante un intervento esterno di insegnamento.
L'apprendimento è causato da una serie di fattori che possono o favorirlo o creare delle condizioni sfavorevoli alla sua corretta realizzazione.
Ma perché si apprende?
Chiamiamo intrinseche le motivazioni nei casi A, B, C e D; estrinseche le motivazioni prevalenti nei casi E-F. La scuola è essenzialmente un ambiente artificiale, pertanto i primi due fattori sono poco controllabili. Restano gli altri quattro. A partire dalla formazione primaria, l'educazione scolastica fa perno sui punti C, D, E ed F, ma ogni maestra sa bene che è il fattore curiosità quello che contribuisce in modo più immediato all'apprendimento "di qualità".
Alla luce degli studi cui si è accennato, l'apprendimento è attualmente considerato un processo che avviene lungo tutto l'arco della vita e in tutti i luoghi in cui si vive, sebbene la scuola rivesta ancora un ruolo importantissimo nel fornire agli studenti gli strumenti per apprendere. I contesti entro cui si realizza l'apprendimento si distinguono in: formale, non formale e informale. Per contesto formale di apprendimento intendiamo le istituzioni scolastiche e i centri di formazione anche di tipo professionale che prevedono il rilascio di una qualifica/certificazione al termine del percorso, i contesti non formali ineriscono invece, ai luoghi di lavoro, associazioni giovanili, sindacati etc. La conclusione dei percorsi formativi all'interno dei contesti non formali di apprendimento, non prevede il rilascio di qualifiche o certificazioni, tuttavia questo non rappresenta in alcun modo indice di un apprendimento meno significativo rispetto a quello realizzato all'interno dei contesti formali. Infine, definiamo contesto informale di apprendimento, la vita quotidiana. Un apprendimento di tipo significativo è realizzabile solo se l'allievo è posto al centro del processo di istruzione, educazione e formazione, secondo quanto delineato e descritto dai riferimenti pedagogici che derivano dall'attivismo. L'allievo occupa all'interno della scuola contemporanea, una posizione attiva e non passiva rispetto ai saperi. Secondo quanto descritto anche dai principali teorici della psicologia costruttivista, l'allievo è co- costruttore della sua conoscenza oltre ad essere parte integrante e non passiva del processo di istruzione/apprendimento, esperirà se stesso dentro e fuori la scuola e ricorderà meglio quanto appreso. La scuola contemporanea pone la sua attenzione non più solo sulla mera trasmissione dei saperi (conoscenze), ma bensì si propone di sviluppare nei suoi discenti, abilità e competenze predisponendo ambienti di apprendimento che offrano stimoli ed occasioni per apprendere. Un ambiente di apprendimento per definirsi significativo deve essere: attivo, collaborativo, conversazionale, riflessivo, contestualizzato, intenzionale e costruttivo.
La realizzazione dell'apprendimento in termini pratici, non sarebbe pensabile se non fossimo anche dotati di una capacità importantissima ossia quella di memorizzare e ricordare i contenuti appresi. La memoria è la capacità, comune a molti organismi, di conservare traccia più o meno completa e duratura degli stimoli esterni sperimentati e delle relative risposte. In particolare, con riferimento all'uomo (nel quale tale funzione raggiunge la più elevata organizzazione), il termine indica sia la capacità di ritenere traccia di informazioni relative a eventi, immagini, sensazioni, idee, ecc. di cui si sia avuto esperienza e di rievocarle quando lo stimolo originario sia cessato riconoscendole come stati di coscienza trascorsi, sia i contenuti stessi dell'esperienza in quanto sono rievocati, sia l'insieme dei meccanismi psicologici e neurofisiologici che permettono di registrare e successivamente di richiamare informazioni. La memoria è un magazzino all'interno del quale l'individuo può conservare tracce della propria esperienza passata, cui attingere per riuscire ad affrontare situazioni di vita presente e futura. Atkinson e Shiffrin (1968) postularono l'esistenza di tre tipi di memoria: memoria sensoriale, memoria a breve termine (MBT) e memoria a lungo termine (MLT).
Altro elemento a supporto dell'apprendimento è sicuramente la motivazione, intesa come lo stato interiore che rende conto del perché un soggetto sceglie di intraprendere o meno un'azione finalizzata al raggiungimento di un determinato scopo o obiettivo. I meccanismi di motivazione primaria sono fondamentalmente di tipo fisiologico, ad esempio fame, sete, etc., mentre i meccanismi di motivazione secondaria sono di tipo psicologico-cognitivo, ad esempio le ideologie, i valori etici e religiosi, i modelli sociali, etc. È molto raro che una certa condotta sia il risultato diretto ed esclusivo di una sola spinta motivazionale; in genere, si tratta di una concatenazione di motivazioni. La motivazione può essere definita come un processo di attivazione dell'organismo finalizzato alla realizzazione di un determinato scopo in relazione alle condizioni ambientali. Da tale processo dipende l'avvio, l'intensità e la cessazione di una condotta da parte del soggetto.
Il percorso verso l'affermazione della Pedagogia come scienza, passa attraverso una serie di importanti evoluzioni teoriche e storiche che a partire dal diciassettesimo secolo hanno definito i principali paradigmi pedagogici a cui ci riferiamo dal punto di vista didattico e metodologico.
La filosofia si è da sempre interessata al tema della conoscenza. Secondo l'empirismo, la conoscenza fonda le sue basi esclusivamente nell'esperienza. Tale indirizzo filosofico nasce in Inghilterra nel corso del Seicento. Diversi gli studiosi che ne condivisero gli assunti. Tra questi spicca in particolar modo John Locke, (1632-1704), medico e filosofo inglese, considerato il padre fondatore della corrente. Terminata l'università, scelse la carriera medica, che però non praticò mai pienamente, in quanto dopo un incontro fortuito con Lord Ashley seguì quest'ultimo come suo medico personale a Londra, dove fu anche suo consigliere personale e precettore per il nipote; potè, così, seguire da vicino i vivaci cambiamenti che avvennero in quegli anni sulla scena politica inglese e a maturare al contempo il suo pensiero filosofico, politico e pedagogico. Egli parte dall'idea che lo stato di natura dell'uomo è caratterizzato da libertà e uguaglianza, regolato da una legge naturale e razionale volta ad assicurare la difesa della persona, della libertà e degli averi. Per meglio garantire i loro diritti naturali, gli uomini si accordano per riunirsi in società. Le diverse forme di governo si basano comunque sull'accordo degli individui per il raggiungimento di un bene comune, e perciò l'autorità massima parte e resta sempre nelle mani del popolo. Lo Stato è garante della conservazione della società e della libertà dell'uomo. Nel suo Saggio sull'intelletto Locke riprende il tema della conoscenza caro ai pedagogisti precedenti e s'interroga sui poteri e sui limiti dell'intelletto umano giungendo a vedere la mente non come passiva ma come base, con le sue operazioni di analisi ed elaborazione, della conoscenza dell'uomo e del suo agire. Considera la conoscenza determinata dall'esperienza, descrivendo la mente dell'uomo come una sorta di vaso vuoto (tabula rasa) che viene man mano riempito grazie ai processi di apprendimento. L'uomo acquisisce la prime nozioni ed idee fin dalla nascita, attraverso i sensi. In seguito, crescendo, l'uomo conosce il mondo facendone esperienza diretta. Non esistono dunque idee, principi e conoscenze innate nella mente umana (posizione opposta al razionalismo Cartesiano) e basandosi sull'osservazione dell'attività mentale dei bambini, degli idioti o dei selvaggi, Locke dimostra che il contenuto della mente è determinato interamente dall'esperienza: sulla base di essa possono operare le facoltà mentali (cioè la capacità di comporre relazioni ed effettuare astrazioni), grazie alle quali si sviluppa e si accresce poi la conoscenza. Secondo questo filone di pensiero che nega l'esistenza di conoscenze innate, Locke giudica non sostenibile anche la posizione che prevede l'esistenza di norme morali innate, in quanto la stessa volontà ha radice nel pensiero, che, come si è visto, è basato sull'esperienza pratica. Ugualmente anche l'idea di Dio non può essere considerata innata e l'uomo possiede la facoltà intellettiva per arrivare da solo - sempre tramite osservazione ed esperienza - a tale conoscenza. La conoscenza è quindi concepita da Locke come scoperta personale: il processo per la sua acquisizione parte dall'esperienza diretta, che può essere interna o esterna al soggetto, e prosegue poi, tramite associazioni e astrazioni fino a giungere al raggiungimento di idee complesse o principi generali.