Filosofia della Comunicazione: argomentazione, retorica e atti linguistici

Documento di Filosofia della Comunicazione che esamina argomentazione, retorica e atti linguistici. Il Pdf, di livello universitario e materia Filosofia, approfondisce le teorie di Platone, Aristotele e il panorama francese, includendo i contributi di Gadamer e il modello di Petty e Cacioppo.

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Filosofia della Comunicazione
In senso logico, argomentare significa arrivare a una conclusione in modo rigoroso,
attraverso una sequenza di premesse che descrivono determinate situazione. Quando
arriviamo necessariamente ad una conclusione, si tratta di deduzione (dal generale al
particolare). Se un argomento è probabile, si tratta di induzione (dal particolare al generale).
Un argomento logico è costituito solo da affermazioni, che saranno vere o false (nessuna
domanda).
Nella storia della teoria dell’argomentazione si sono occupate, oltre alla logica, anche la
retorica e la dialettica, mettendo al centro non la dimostrazione, ma la persuasione e lo
scambio di idee ragionevoli. Dunque, logica, retorica e dialettica sono le discipline che nella
grecia antica studiano tre diverse forme di argomentazione.
La tensione a persuadere è un “istinto” spontaneo, che si vede anche nei bambini e forse in
altri animali. Una differenza caratteristica degli esseri umani adulti è l’uso della parola. Le
parole, però, non si limitano a trasmettere informazioni, a dichiarare stati di cose: molto spesso
le parole “fanno”cose, creano eventi e situazioni: teoria degli atti linguistici, che rappresenta
una rottura con l’approccio logicista.
Atti linguistici
La filosofia del linguaggio novecentesco è nata con uno specifico interesse per la descrizione
del mondo, come si vede nella centralità del concetto di vero o falso, o delle condizioni di
verità. E’ dunque un interesse in sintonia con l’interesse della logica, che nasce nello stesso
momento (in alcuni autori, quali Frege, Russell e Wittgenstein).
In particolare, Wittgenstein è uno dei padri della filosofia del linguaggio, ma è anche il
protagonista più eclatante della svolta verso una diversa concezione del linguaggio.
Non a caso si parla di un primo e secondo Wittgenstein. Il secondo Wittgenstein ispira la teoria
degli atti linguistici, che sarà sviluppata pienamente da Austin e Searle. Austin ci dirà che il
“dire” è anche un “fare”.
Un esempio di atto di linguistico è l’espressione “Vi dichiaro marito e moglie”, questo perché
rappresenta un vero e proprio atto performativo, il quale può essere felice (le condizioni sono
come devono essere, e quindi riuscito) oppure infelice (non riuscito). Altri esempi: “Ti
perdono”; “Dichiaro guerra all’Ucraina”; “La seduta è aperta”; “GIuro fedeltà alla Repubblica”.
La teoria degli atti linguistici, sviluppata in pieno ‘900, ci ricorda che le parole hanno un potere,
quello di trasmettere informazioni da una mente all’altra, di persuadere e addirittura di fare
cose, di cambiare il mondo. Tutto questo potere posseduto dalle parole. era conosciuto già
da Aristotele e dalla prospettiva retorica del linguaggio.
Retorica delle origini
La retorica delle origini, è un insieme di aspetti riconducibili a 5 momenti, rappresentati
dall’acronimo IDEAM:
- Inventio: consiste nella ricerca degli argomenti e delle prove da utilizzare per,
idealmente, arrivare a una dimostrazione.
- Dispositio: ossia l’ordine di presentazione più efficace degli argomenti.
- Elocutio: l’elaborazione linguistica, in questa fase vi è individuazione delle figure
retoriche (metafore, chiasmi…)
- Actio: come presentare effettivamente l’argomento, anche a livello di gestualità. si
include quindi anche la recitazione.
- Memoria: tema su cui ragionano maggiormente i latini, e consiste nell’elaborazione
delle mnemotecniche utilizzate dai grandi retori nei loro discorsi.
Queste sono le 5 fasi di un unico processo: la retorica. Con il passare dei secoli, la retorica
fu esposta ad una suddivisione specialistica dei saperi.
La retorica delle origini, mira alla razionalità, dunque la persuasione deve essere razionale
per essere efficace e onesta, lasciando però spazio anche all’elemento emotivo, senza
eccedere, poiché se esso prevale si ha una persuasione manipolatoria (cattiva).
Con l’iper specializzazione della retorica, concentrata quindi sulla sola elocutio, la retorica ha
assunto progressivamente il significato di inutile orpello, luogo dell’emotività, e
progressivamente di malafede; dall’altra parte la filosofia del linguaggio ha perso il contatto
con le emozioni e con la considerazione del contesto, cercando solo la razionalità, l’unica
eccezione è rappresentata dall’ermeneutica.
Platone
Platone è stato il primo grande nemico della retorica con la sua polemica anti sofista,
presente nei due dialoghi Fedro e Gorgia.
Platone sostiene che la filosofia è dialettica, essa mira alla verità, mentre i sofisti non hanno
come obiettivo la verità, ma la mera persuasione, dunque la credenza, non il sapere autentico.
Egli dunque, lascia uno spazio a un espressione argomentativa dialettica.
- Nel Gorgia (scritto giovanile): la retorica non è un sapere sistematico insegnabile per
poter formare buoni cittadini, ma è uno strumento pratico, una forma di lusinga che
mira al piacere e non al bene, che porta a credere, non a sapere. Viceversa la
dialettica, cuore della filosofia, produce sapere ed è persuasiva, ma non perché
lusinga, ma perché il sapere è di fatto persuasivo.
- Nel Fedro: secondo Platone esiste un buon retore, ma è solo e unicamente il dialettico,
perché solo lui conosce la verità e la distingue da opinione verosimile (doxa =
opinione). La retorica allora torna ad avere un ruolo, ma lo fa al prezzo di annullare sè
stessa, sottomettendosi alla dialettica (dispositio). La dialettica è una retorica buona, il
resto è da evitare. Pur nella sua versione “ristretta”, la retorica ha per lungo tempo
conservato un suo prestigio, divenendo parte della formazione intellettuale civile e
religiosa.
Nel medioevo è parte importante della formazione della persona, anche se ancillare e
“sospetta”, mentre nell’Umanesimo e nel Rinascimento vive una fortuna legata alla riscoperta
dei classici.
ARISTOTELE
A differenza di Platone, Aristotele, non è un nemico della retorica:
La retorica che analizza nella sua opera “retorica”, non è solo una tecnica atta a persuadere,
ma è una disciplina teorica, che mira alla comprensione del perché un argomento è
persuasivo, dunque emergono due nozioni fondamentali:

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Filosofia della Comunicazione

In senso logico, argomentare significa arrivare a una conclusione in modo rigoroso, attraverso una sequenza di premesse che descrivono determinate situazione. Quando arriviamo necessariamente ad una conclusione, si tratta di deduzione (dal generale al particolare). Se un argomento è probabile, si tratta di induzione (dal particolare al generale). Un argomento logico è costituito solo da affermazioni, che saranno vere o false (nessuna domanda).

Nella storia della teoria dell'argomentazione si sono occupate, oltre alla logica, anche la retorica e la dialettica, mettendo al centro non la dimostrazione, ma la persuasione e lo scambio di idee ragionevoli. Dunque, logica, retorica e dialettica sono le discipline che nella grecia antica studiano tre diverse forme di argomentazione.

La tensione a persuadere è un "istinto" spontaneo, che si vede anche nei bambini e forse in altri animali. Una differenza caratteristica degli esseri umani adulti è l'uso della parola. Le parole, però, non si limitano a trasmettere informazioni, a dichiarare stati di cose: molto spesso le parole "fanno"cose, creano eventi e situazioni: teoria degli atti linguistici, che rappresenta una rottura con l'approccio logicista.

Atti linguistici

La filosofia del linguaggio novecentesco è nata con uno specifico interesse per la descrizione del mondo, come si vede nella centralità del concetto di vero o falso, o delle condizioni di verità. E' dunque un interesse in sintonia con l'interesse della logica, che nasce nello stesso momento (in alcuni autori, quali Frege, Russell e Wittgenstein).

In particolare, Wittgenstein è uno dei padri della filosofia del linguaggio, ma è anche il protagonista più eclatante della svolta verso una diversa concezione del linguaggio. Non a caso si parla di un primo e secondo Wittgenstein. Il secondo Wittgenstein ispira la teoria degli atti linguistici, che sarà sviluppata pienamente da Austin e Searle. Austin ci dirà che il "dire" è anche un "fare".

Un esempio di atto di linguistico è l'espressione "Vi dichiaro marito e moglie", questo perché rappresenta un vero e proprio atto performativo, il quale può essere felice (le condizioni sono come devono essere, e quindi riuscito) oppure infelice (non riuscito). Altri esempi: "Ti perdono"; "Dichiaro guerra all'Ucraina"; "La seduta è aperta"; "Gluro fedeltà alla Repubblica".

La teoria degli atti linguistici, sviluppata in pieno '900, ci ricorda che le parole hanno un potere, quello di trasmettere informazioni da una mente all'altra, di persuadere e addirittura di fare cose, di cambiare il mondo. Tutto questo potere posseduto dalle parole. era conosciuto già da Aristotele e dalla prospettiva retorica del linguaggio.

Retorica delle origini

La retorica delle origini, è un insieme di aspetti riconducibili a 5 momenti, rappresentati dall'acronimo IDEAM:

  • Inventio: consiste nella ricerca degli argomenti e delle prove da utilizzare per, idealmente, arrivare a una dimostrazione.
  • Dispositio: ossia l'ordine di presentazione più efficace degli argomenti.
  • Elocutio: l'elaborazione linguistica, in questa fase vi è individuazione delle figure retoriche (metafore, chiasmi ... )
  • Actio: come presentare effettivamente l'argomento, anche a livello di gestualità. si include quindi anche la recitazione.
  • Memoria: tema su cui ragionano maggiormente i latini, e consiste nell'elaborazione delle mnemotecniche utilizzate dai grandi retori nei loro discorsi.

Queste sono le 5 fasi di un unico processo: la retorica. Con il passare dei secoli, la retorica fu esposta ad una suddivisione specialistica dei saperi.

La retorica delle origini, mira alla razionalità, dunque la persuasione deve essere razionale per essere efficace e onesta, lasciando però spazio anche all'elemento emotivo, senza eccedere, poiché se esso prevale si ha una persuasione manipolatoria (cattiva).

Con l'iper specializzazione della retorica, concentrata quindi sulla sola elocutio, la retorica ha assunto progressivamente il significato di inutile orpello, luogo dell'emotività, e progressivamente di malafede; dall'altra parte la filosofia del linguaggio ha perso il contatto con le emozioni e con la considerazione del contesto, cercando solo la razionalità, l'unica eccezione è rappresentata dall'ermeneutica.

Platone

Platone è stato il primo grande nemico della retorica con la sua polemica anti sofista, presente nei due dialoghi Fedro e Gorgia.

Platone sostiene che la filosofia è dialettica, essa mira alla verità, mentre i sofisti non hanno come obiettivo la verità, ma la mera persuasione, dunque la credenza, non il sapere autentico. Egli dunque, lascia uno spazio a un espressione argomentativa dialettica.

  • Nel Gorgia (scritto giovanile): la retorica non è un sapere sistematico insegnabile per poter formare buoni cittadini, ma è uno strumento pratico, una forma di lusinga che mira al piacere e non al bene, che porta a credere, non a sapere. Viceversa la dialettica, cuore della filosofia, produce sapere ed è persuasiva, ma non perché lusinga, ma perché il sapere è di fatto persuasivo.
  • Nel Fedro: secondo Platone esiste un buon retore, ma è solo e unicamente il dialettico, perché solo lui conosce la verità e la distingue da opinione verosimile (doxa = opinione). La retorica allora torna ad avere un ruolo, ma lo fa al prezzo di annullare sè stessa, sottomettendosi alla dialettica (dispositio). La dialettica è una retorica buona, il resto è da evitare. Pur nella sua versione "ristretta", la retorica ha per lungo tempo conservato un suo prestigio, divenendo parte della formazione intellettuale civile e religiosa.

Nel medioevo è parte importante della formazione della persona, anche se ancillare e "sospetta", mentre nell'Umanesimo e nel Rinascimento vive una fortuna legata alla riscoperta dei classici.

Aristotele

A differenza di Platone, Aristotele, non è un nemico della retorica: La retorica che analizza nella sua opera "retorica", non è solo una tecnica atta a persuadere, ma è una disciplina teorica, che mira alla comprensione del perché un argomento è persuasivo, dunque emergono due nozioni fondamentali:

  • Verità per lo più: esistono due tipi di conoscenza, quella necessaria e quella perlopiù, quest'ultima corrisponde al senso comune parlato in pubblico, e quindi alle conoscenze possibili ma non necessarie, ma questo non significa che siano rozze o approssimative. La verità per lo più è quella retorica, che mira all'adesione del pubblico, e l'esito non è deciso in partenza, devono esserci almeno 2 conclusioni possibili e l'accesso alla verità è possibile, ma non ovvio.
  • Intreccio tra conoscenza e piacere: La natura emotiva è vista in modo positivo da Aristotele. Il piacere deriva in buona parte del riuscire ad anticipare autonomamente le conclusioni di un ragionamento. Piacevolezza e facilità di apprendimento sono intimamente legate (Apprendo e ne ho piacere). Il piacere è dato in particolare dalle figure retoriche, specialmente dalla metafora, la quale per essere efficace deve essere chiara, piacevole, un po' esotica. Ragionare è piacevole, ma anche l'imitazione e l'immaginazione hanno un valore.

Lorenzo Valla

Egli sostiene che la retorica permette di dare luce alla nuda realtà dialettica. Valla riconosce che la retorica permette di abbellire gli argomenti filosofici della dialettica, e di conseguenza si rifiuta di operare una scissione tra il ragionevole e il bello in quanto sono due dimensioni complementari. Tuttavia, secondo la visione di Valla, la retorica è un valore aggiunto, il nucleo dell'efficacia vero e proprio sta nella dialettica, la retorica è utile a migliorare la comunicazione. Il passo avanzato da Valla in favore della retorica, è quindi parziale. Valla si avvicina all'epoca delle origini quando si rifiuta di scindere la dimensione critica e persuasiva.Anche in questa visione molto benevola, però, la retorica resta ancillare, serve a rendere efficace (dare luce, appunto) un discorso la cui razionalità dipende da altro.

Pietro Ramo

Nel rinascimento troviamo però anche la figura di Pietro Ramo, logico del 500 che nonostante elogi Aristotele sotto il punto di vista della teoria della logica, lo critica dal punto di vista della retorica, egli infatti, ribadisce il primato dell'inventio e della dispositio, ossia della dialettica, e difende l'unicità del metodo conoscitivo, sostenendo che esiste un unico procedimento razionale il quale si può applicare a diversi tipi di oggetti contingenti e necessari. La direzione dunque è verso il declino della retorica.

Cartesio

Cartesio sostiene che la filosofia deve respingere l'elocutio e che debba essere solitaria. Egli mette in primo piano le idee chiare e distinte, le quali si trovano solo nella mente, non nei libri. La ricerca della verità è una ricerca completamente intra-personale e solitaria.

Le uniche scienze a cui possiamo fare riferimento sono la matematica, la geometria e logica (scienze deduttive). Cartesio vede la filosofia come una logica.

Hobbes

Hobbes fu uno dei massimi esponenti dell'empirismo, in opposizione al razionalismo cartesiano. Egli fu maestro di retorica del conte Devonshire e traduttore di parti della Retorica di Aristotele e di un compendio di retorica.

Secondo Hobbes, la retorica è l'arte del parlare elegante, classificando tropi e figure, fornendo esempi, dunque, non dà nessun valore conoscitivo alla retorica (grande strumento retorico, insegna a parlare bene).Non diversamente da Cartesio, Hobbes vede la scienza come disciplina fondata su un metodo razionale e universale, e concepisce il ragionamento come un calcolo, nel quale i termini non si allontanano mai dal significato letterale

La retorica è sempre più intesa come strumento di sopraffazione e di eccitazione delle passioni, che non porta a nessuna conoscenza: allontanarsi dal significato letterale diventa pericoloso, per questo in filosofia non si fa utilizzo delle figure retoriche, afferma Hobbes. La sua visione emerge particolarmente nell'opera De cive, la quale è concorde con la visione di Locke. Emerge nel De Cive anche il grande disprezzo hobbesiano per le metafore, da lui chiamate "Ignes Fatui".

Possiamo forse pensare che l'astio di Hobbes per la retorica sia legato alla sua idea di stato assoluto (retorica come fonte di possibili seduzioni per il Leviatano).

Kant

Kant all'interno della critica della ragion pura, elabora una distinzione tra credenze con status di convinzione (credenza vera per chiunque sia razionale) e persuasione (credenza con una validità privata, limitata al soggetto).

Kant sostiene che solo la convinzione può essere comunicata, poiché ha fondamento oggettivo e razionale, a differenza delle credenze soggettive, ne segue che la retorica, in quanto arte di persuadere, si serve della debolezza umana per propri scopi, abbindola con una bella apparenza togliendo la libertà e corrompendo gli animi.

Anche quando corrompe di cose giuste, la retorica è esecrabile, poiché è fondata sulle emozioni, sulla ricerca di piacere e non sulla ragione. Qui si impone la morale kantiana, secondo cui un'azione per essere buona deve essere tale in sé stessa, essere universalizzabile. In Kant è evidente la massima opposizione tra verità e piacere.

Positivismo e Romanticismo nell'800

La prospettiva positivista pone la verità e la razionalità in posizione centrale, ne segue l'immediata svalutazione dell'opinione, del verosimile, e di tutto ciò che è legato alla retorica. La prospettiva del Romanticismo, è più complessa, infatti sostiene che l'arte è frutto del genio, il quale è spontaneo e sregolato.

È presente un Rovesciamento totale rispetto al positivismo, è infatti presente una ribellione verso la logica, tuttavia la retorica secondo il romanticismo diventa un freno alla sua libertà, paradossalamente, diventa una catena, perché il genio vuole essere ancora più libero e creativo.

Quando iniziano a cambiare le cose? Primo Novecento

La visione sulla retorica inizia a cambiare molto lentamente a partire dall'inizio del 900, infatti la grande guerra distrugge ogni certezza, specialmente a Vienna, che a quell'epoca era un centro intellettuale importante.

Inizia una profonda crisi, gli intellettuali ebrei sono costretti all'esilio, come tutti gli ebrei, e la comunità di scienziati-umanisti che aveva caratterizzato l'inizio del 900 si disperde definitivamente.

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