La guerra civile tra Cesare e Pompeo: il passaggio del Rubicone

Documento dall'Università degli Studi di Padova sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, il dado è tratto. Il Pdf, di Storia per l'Università, esplora le fasi iniziali del conflitto, la fuga di Pompeo e l'avanzata di Cesare, basandosi su fonti storiche e lo sguardo di Cicerone.

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15 pagine

Fezzi, Il dado è tratto
Storia Romana
Università degli Studi di Padova (UNIPD)
14 pag.
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Il dado è tratto- Cesare e la resa di
Roma
Introduzione
Rubicone
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Lo sguardo di Cicerone
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Anteprima

Introduzione al Rubicone

Sembra che Cesare fosse molto incerto, I'11 o il 12 gennaio del 49, in merito al passaggio del Rubicone. Svetonio è la nostra fonte più attendibile. La celebre frase il dado è tratto in realtà probabilmente voleva essere "si getti il dado", segno dell'imprevedibilita di ciò che sarebbe successo dopo che Cesare avesse varcato il confine tra la Gallia Cisalpina, provincia che governava, e la terra Italia. Cesare sfidava il divieto di condurre eserciti fuori dalla propria provincia e un ultimatum del senato che gli chiedeva di sciogliere le truppe. Cesare voleva occupare Rimini, primo municipium della terra Italia e ambiva al consolato e varcando il Rubicone, con una o forse mezza legione, scatenò la guerra civile.

Un difficile incarico per Gneo Pompeo Magno

Ad inizio anno il senato aveva affidato a Gneo Pompeo Magno l'incarico di difendere Roma da Cesare, considerato ormai un nemico, senza però farlo dittatore, gli mancava quindi l'autorità per difendere al meglio l'Urbe. Pompeo era stato un cardine della vita politica di Roma, aveva liberato in meno di 4 mesi il Mediterraneo dai Pirati, aveva allargato incredibilmente i confini orientali di Roma, aumentandone a dismisura le entrate fiscali ed era riuscito a gestire gli approvvigionamento granari di Roma, ormai gratuiti, ma nel 60 aveva stretto il primo triumvirato con Crasso e lo stesso Cesare, e per questo il senato non era disposto a dargli troppo potere. Questo, insieme ad una serie di altri errori portò alla sconfitta dei repubblicani, sebbene preponderanti, il 17 marzo del 45 a Munda.

Il rapido collasso e la fuga da Roma

Soli 60 giorni dopo il passaggio del Rubicone Cesare cinse d'assedio Brindisi, Pompeo si rifugiò allora con tutti i fideles, senatori e magistrati nei Balcani. In meno di 90 giorni Cesare entra a Roma. Il 17 gennaio Pompeo aveva ingiunto a magistrati e senatori di abbandonare Roma, pena l'essere considerati complici del nemico. Cesare nella Guerra civile mostra come questo sia il rovesciamento di ogni ordine divino e umano. Lucano lo giustifica, da repubblicano, col terrore, che porta anche Pompeo a fuggire. L'ordine sconvolge molti repubblicani alleati di Pompeo e anche l'opinione pubblica, in quanto contrario alla tradizione romana. Dalle fonti emerge chiaramente il panico e il terrore della popolazione, che si immagina Cesare al capo di orde barbariche. Pompeo decide però per una seconda e altrettanto stupefacente ritirata, nei Balcani, per ritornare con forze soverchianti date dalle legioni spagnole, orientali + alleati e dal controllo dei mari.

Lo sguardo di Cicerone

Se lo sguardo di Cesare, attraverso i suoi commentari, è diventato quello predominante, e quello di Pompeo risulta assente, abbiamo la visione di Cicerone, che è stata spesso ritenuta miope e costantemente accecata, ma dobbiamo valutare che nulla stava avvenendo secondo piani predefiniti e la corrispondenza può dunque essere preziosa, soprattutto quella a Attico del 49. Cicerone manteneva rapporti con entrambi i contendenti e fu indeciso su quale causa sposare e in questo ci fornisce molte ricche informazioni, a patto di considerare gli ovvi tentennamenti e le informazioni spesso non esattamente corrette.

La scena e i protagonisti

Il cuore (troppo) grande della Res Publica

La Res Publica si identificava con Roma, città nella quale si riuniva il senato, i comizi, risiedevano i principali magistrati, affluiva una mole immensa di persone, attirate dalle distribuzioni granarie e quindi la difesa dell'Urbe era una priorità assoluta.

Roma: una città sempre difesa

Molte erano state le spedizioni di nemici verso l'Urbe, soprattutto nell'età arcaica, quando era piccola e circondata da nemici, basta pensare all'episodio mitico delle Sabine e a quando Tarquinio il Superbo mette d'assedio Roma con Porsenna, dopo essere stato cacciato nel 509. Più volte armate ostili, attirate dalla lotta tra patrizi e plebei giunsero sotto le mura di Roma, ma alla fine gli abitanti si unirono ogni volta nella sua difesa. Nel 390 Brenno, alla guida dei Celti assedia la città, che viene ripresa da Camillo. Nel 211 Annibale pose il campo a sole 3 miglia da Roma, e l'esercito fu richiamato da Capua. Anche quando Roma fu attaccata da Romani essa fu sempre difesa. Coriolano nel 488 minacciava Roma, i consoli prepararono la difesa e i cittadini li aiutarono attivamente. Dai Gracchi la violenza entra fortemente nella lotte tra optimates e populares. Nell'88 Silla marcia su Roma con 6 legioni perché Mario gli aveva fatto togliere il comando della spedizione contro Mitridate. Alla conquista non seguirono saccheggi, ma la pena di morte per gli sconfitti. L'anno dopo Mario e Cinna presero per fame la città, che fu saccheggiata e funestata dalle vendette. Nell'82 Silla marcia nuovamente su Roma, ma poi i mariani si preparano con i Sanniti ad attaccare la città, ma Crasso e Silla riuscirono a vincere.

Pompeo: formazione ed egemonia di un "carnefice adolescente"

Pompeo fu molto amato dal popolo, grazie ai suoi successi militari, che gli aprirono una carriera incredibile, che lo condusse al consolato senza aver coperto altre magistrature e prima dell'età legale. Il padre era diventato console dopo aver espugnato Ascoli nella guerra sociale nell'89, ottenendo anche un trionfo. Dopo la morte del padre, Pompeo si ritira nel Piceno, riappare a sostegno di Silla, con 3 legioni reclutate nel Piceno. Ventiquattrenne, ottenne da Silla il comando dell'impresa contro i pirati, dove si distinse particolarmente e ottenne il titolo di carnefice adolescente, sebbene non ebbe un grande ruolo nelle proscrizioni. A questo punto non scioglie le truppe che lo acclamano imperator, ottiene da Silla il titolo di Magno e un trionfo, il primo per un non senatore. Nel 77 Pompeo comandava truppe nel Nord della penisola e nella Cisalpina e riuscì a bloccare la terra Italia, dove Lepido, ostile a Silla, minacciava i sillani. Ancora una volta, dopo aver vinto Lepido, Pompeo non sciolse l'esercito e ottenne di essere mandato dal senato contro Sertorio, fedele di Mario, in Spagna. La svolta fu l'uccisione a tradimento di Sertorio nel 73 o nel 72 e Pompeo poté continuare a guidare il suo esercito per la rivolta degli schiavi di Spartaco, che Crasso cercava di domare, con successo, ma 5000 rivoltosi furono intercettati e sconfitti da Pompeo. I due si presentarono quindi in armi alle porte di Roma e ottennero il consolato, con una dispensa per Pompeo che non aveva avuto carriera. Pompeo e Crasso smantellarono definitivamente l'ordinamento sillano, restaurando i tribuni della plebe, ma Crasso era molto più popolare all'interno del senato di Pompeo, che non amava la politica romana.

Cesare: un patrizio all'ombra di Pompeo

Cesare era della gens Iulia, nota famiglia patrizia, ma nipote di Mario, costretto neanche ventenne a sfuggire alle persecuzioni sillane. Iniziò a distinguersi in oriente e non accettò di partecipare alla rivolta di Lepido, distinguendosi invece come populares. Dopo un nuovo soggiorno in Oriente divenne pontefice e , nel 70, questore. Rivendicò l'heritage mariano, per ottenere il consenso dei populares. Venne poi mandato in Spagna Ulteriore, dove seppe farsi benvolere dal popolo romano. Nel 67 i pirati minacciavano i trasporti e le comunicazioni, rendendo impossibile l'afflusso di grano. Il tribuno Aulo Gabinio propose allora un incarico straordinario, senza fare il nome esplicito di Pompeo. Il popolo era entusiasta, non il senato, solo Cesare appoggio l'istituzione di un comando per 3 anni a Pompeo su tutto il mediterraneo e il mar nero, con autorità pari ai governatori delle province, larghi crediti e forze terrestri e navali. Il senato cercò in tutti i modi di frenare la proposta, ma il popolo la fece approvare e Pompeo accettò patriotticamente. I risultati furono straordinari, prima nel Mediterraneo centrale e occidentale, poi in Oriente, con incredibile efficienza e una precisa divisione in aree di analisi. Nel 66 Manilio avanzò una proposta, sostenuta da Cesare, per risolvere la difficile situazione contro Mitridate, che stava avendo grandi successi nel Ponto, dato che Lucullo, avversato da cavalieri e populares, subiva ammutinamenti delle truppe, fomentate da Clodio. Manilio propose di dare il comando supremo delle truppe in loco a Pompeo con libertà assoluta. Anche Cicerone era d'accordo. Pompeo accettò, bloccò la costa e affamò Mitridate. Si temeva Pompeo marciasse su Roma al suo ritorno, invece congedo le truppe e ottenne il terzo trionfo.

Tra congiure e scandali

Nella feccia di Romolo

A Roma covava il malcontento, Crasso iniziò a prestare denaro a diversi uomini politici, tra cui Cesare stesso. Una prima congiura del 65, ordita da Crasso e Cesare, probabilmente non ebbe mai luogo, mentre altri due problemi rendevano teso l'ambiente romano, l'annessione dell'Egitto e la cittadinanza romana per i transpadani, sostenuti da Crasso ma osteggiati dal collega Catulo. Cesare e Crasso sostennero Catilina per le elezioni consolari del 64. Il primato fu di Cicerone, homo novus e noto oratore, ma non inviso agli optimates. Cesare ottenne l'elezione al pontificato Massimo, mentre Catilina perde nuovamente le elezioni e fallisce il tentativo di Catone di far rivedere le elezioni in quanto Murena, difeso da Cicerone, avrebbe fatto largo uso dell'ambitus. Nel frattempo si preparava la rivolta a Fiesole e allora I'8 novembre Cicerone pronunciò la prima catilinaria. Infine sfrutto gli allobrogi, cui Catilina aveva chiesto sostegno, per scoprire il nome dei congiurati e farli arrestare. Svelato il piano di incendiare Roma, la plebe si allontanò dalla congiura. Cesare e Crasso furono invece dichiarati non coinvolti da Cicerone stesso. Momento chiave è il 5 dicembre, quando Cicerone fa mettere a morte i congiurati. Cesare si oppose ma la proposta passò, col sostegno di Catone e segnò un guadagno di popolarità. In questo contesto il senato si oppose al richiamo di Pompeo.

Il pontefice e uno scandalo religioso

Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre del 62 si tenevano i Damia, in casa di Cesare e Clodio entrò mascherato da donna, ma fu scoperto e sottoposto a giudizio. Cicerone testimoniò contro l'alibi di Clodio, che però con i soldi di Crasso corruppe la giuria, e si gridò alla scandalo, ma qualcos'altro attrasse maggiormente l'attenzione.

L'avvento del primo triumvirato

Un trionfo memorabile e i primi vagiti di un mostro a tre teste

Nel 61 Pompeo rientrava da trionfatore a Roma, ma il senato boicotto le sue proposte, nonostante avesse enormemente arricchito Roma, ovvero la distribuzione di terre per i veterani e la ratifica delle due nuove provincie. Gli optimates e anche Crasso si opponevano e lo stallo venne risolto grazie a Cesare. Egli infatti si era insediato in Spagna Ulteriore e aveva accumulato conquiste e denaro, ottenendo un trionfo, che lo portò a Roma col suo esercito. Cesare voleva candidarsi console per l'anno 60, chiese quindi di candidarsi in assenza, ma la proposta fu rifiutata, rinuncio allora al trionfo e, sostenuto da Pompeo e Crasso ottiene l'elezione con ampio margine, mentre il senato per tutelarsi aveva assegnato provincie di poca importanza per l'anno venturo, boschi e campi della terra Italia. L'alleanza fra Pompeo e Cesare era necessaria, e Pompeo sposa la figlia di Cesare Giulia.

Un consolato popolare

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