Documento di Università sul ruolo del facilitatore nelle dinamiche istintive. Il Pdf, di Psicologia, esplora concetti come i confini di ruolo, la responsabilità dell'operatore e del cliente, l'atteggiamento del facilitatore e l'etica professionale, fornendo indicazioni su come impostare una sessione.
Mostra di più24 pagine


Visualizza gratis il Pdf completo
Registrati per accedere all’intero documento e trasformarlo con l’AI.
Il facilitatore è la figura che accompagna il cliente a guardare la sua tematica da una prospettiva diversa, così da poter mettere in campo possibilità prima invisibili ed imparare ad agire anziché reagire.
Accompagnare il cliente non significa camminare per lui, fornire le soluzioni che noi riteniamo le migliori per noi, avere una volontà personale e nemmeno compatirlo entrando a servizio dei suoi vuoti interiori.
Come vedremo, la cosa più importante del facilitatore è lo sguardo, il fatto che metta a disposizione una visuale più ampia perché "esterna" ed estranea alle convinzioni della persona che richiede la consulenza.
Se il facilitatore vuole che il cliente migliori per confermare la sua validità, per appagare il suo senso di responsabilità, per sentirsi affidabile o riempire qualsiasi altro vuoto, perderà quell'ampia prospettiva propria del suo ruolo.
Al tempo stesso, se prende per buona la prospettiva del cliente, se crede alle sue lamentele e lo compatisce in quel senso di impotenza che esso prova, è come se metaforicamente si trovasse dietro di lui, con la conseguenza di avere una visuale molto limitata ed anche in questo caso non poter svolgere a pieno la sua funzione.
Quindi si può dire che il primo compito del facilitatore è quello di allargare la prospettiva ed il secondo di accompagnare anche l'altro a farlo.
L'operatore occupa un posto tutto suo nella vita del cliente, non ha perciò bisogno di guadagnarsene uno sostituendo i genitori o delle loro funzioni.
Il ruolo dell'operatore è quello di adulto che incontra un altro adulto, di una persona completa che ne incontra un'altra e non c'è nessun bisognoso neppure se il cliente si percepisce tale e prova a trasferirci quest'immagine di sé.
L'altro viene da una famiglia, parlando a livello istintivo possiamo definirla il suo "branco" e per mantenere uno sguardo allargato è necessario tenere questo ben presente.
Non importa in che rapporto l'altro stia con i suoi genitori, se li adora o li odia, ne importa a livello morale come si sono comportati con lui, ma sono e rimangono simbolicamente sempre alle sue spalle. Visualizzare il cliente con i genitori alle spalle e sentirli lì, rispettando il loro ruolo senza volerlo sostituire ci permette di accompagnarlo a riconciliarsi con il suo passato.
Anche noi proveniamo da una famiglia, dove ci siamo formati diventando quelli che siamo su tutti i livelli del nostro essere ed acquisendo dei valori diversi da quelli altrui. Anche dietro di noi, quindi, sarà importante percepire la nostra famiglia, così da non chiedere all'altro di riempire i nostri vuoti e tenere per noi la nostra scala di valori e soluzioni.
Allargare lo sguardo non significa proporre all'altro una diversa interpretazione della sua situazione, specialmente se filtrata dal nostro vissuto o dalle morali, ma al contrario cogliere e mostrare le cose per come realmente sono, nella neutrale constatazione del legame tra causa ed effetto.
Parlo di neutrale perché si esca dal concetto che il cliente possa avere ragione o torto, fare la cosa giusta o commettere errori: la persona che abbiamo di fronte fa l'unica cosa che può fare per le visioni e le esperienze che ha.
È necessario tenere in considerazione, per noi come per gli altri, che la maggior parte dei comportamenti limitanti e che ci portano a restringere il nostro mondo e perdere possibilità di felicità, sono meccanismi di protezione dal dolore. Dietro ogni comportamento disfunzionale esiste quindi una ferita percepita come dolore mortale e sospendere quel comportamento significa incontrare quella sensazione da cui fuggiamo da sempre.
Comprendere questo ci permette di intuire come forzare le cose, chiedere all'altro di attuare comportamenti diversi, sia spesso un'ipocrisia, come dirgli: "cambia tu incontrando quel senso di morte, così io posso smettere di sentire dolore".
In effetti, quando vogliamo cambiare qualcosa di esterno, sia anche il dolore oppure i limiti che il cliente incontra nella sua vita, è perché vogliamo sfuggire a un disagio provato dentro.
Il facilitatore è prima di tutto un esempio ed è quindi fondamentale che sia lui per primo a non voler cambiare le situazioni quando prova dolore per esse, ma che rintracci dietro questa volontà il dolore da cui vorrebbe fuggire e lo affronti.
In sintesi il facilitatore: non consola, non sostiene il cliente contro qualcuno o qualcosa (una situazione o persino una malattia), non dà ragione e nemmeno torto, non giustifica, non dice né pensa dell'altro "poverino", non lo tratta come un bambino che ha bisogno di lui e soprattutto non lo vede così, non giudica il cliente per la differenza di valori o comportamenti, non giudica le persone e le situazioni che il cliente individua come origine del proprio dolore, non lo protegge, sostiene, motiva e conferma come farebbe un padre, non lo fa sentire pari, capito e complice come una sorella, non è amorevole, comprensivo e accogliente come una madre, ma semplicemente neutrale e tendente al semplice riconoscimento di ciò che è.
Il facilitatore non offre al cliente un modo più efficace di fuggire dal dolore rispetto a tutti quelli che ha tentato prima, piuttosto lo porta in modo comprensivo ad osservare l'evitamento e se richiesto lo accompagna esattamente davanti a tutto quello da cui è sempre fuggito.
È fondamentale che prima di tutto il facilitatore abbia fatto questa esperienza personalmente, perché solo così può comprendere le difficoltà di farlo senza giustificarle né banalizzarle. Accompagnare significa proprio questo: sentire il cliente mentre incontra sé stesso, percependo quel dolore che pensava potesse ucciderlo e riconoscere che invece è solo un'esperienza come qualsiasi altra.
Finché noi scappiamo, ritenendo il dolore brutto, è impossibile accompagnare l'altro, perché siamo i primi a voler fuggire ed al massimo spingeremo l'altro in funzione di una morale, del "si deve affrontare il dolore perché è giusto" oppure con l'intento preciso di cambiare l'esterno "se lo fai le cose cambiano".
Entrambe queste possibilità risultano inefficaci, in quanto mosse proprio dall'evitamento anziché dall'esplorazione.
Lo stesso gesto può essere mosso dall'integrazione o dal desiderio di escludere qualcosa e sarà proprio questo intento a fare la differenza tra azione efficace e non efficace. Finché vogliamo escludere qualcosa, nostro o dell'altro, per evitare di sentire dolore, qualsiasi azione ci riporterà all'emozione che vogliamo evitare.
La responsabilità dell'operatore è quella di mantenere un atteggiamento integro, ossia di non avere bisogno del cliente o che egli faccia qualcosa (sia pure guarire) affinché lui stia bene.
Integro significa intero e che per primo accoglie tutto ciò che è stato così com'è stato e tutte le emozioni che ha sperimentato in passato e vive nel presente senza volerle cambiare.
Ovviamente il viaggio verso l'integrità è lungo, ma la cosa importante è l'orientamento in quella direzione e non la corrispondenza esatta a quell'atteggiamento come fosse un'ideale da raggiungere per acquisire valore.
In effetti, integrità, significa anche che sei intero così e quindi non hai bisogno di raggiungere alcun ideale, perché il valore di un individuo ed il diritto di esistere (dignitas) sono assiomi.
Significa non spostare alcun bisogno sugli utenti, rendendosi conto se questo avviene e liberando l'altro da tale proiezione. Se l'obiettivo fosse non farlo, essendo praticamente impossibile, non saremmo pronti a rendercene conto quando avviene, invece è riconoscere queste richieste che ci permette di crescere da ogni sessione e tendere all'integrità.
Tutti questi bisogni possono manifestarsi anche in modo stratificato, in quanto qualsiasi necessità avvertiamo nei confronti dell'altro ne nasconde una nostra. In altre parole, quando vogliamo che l'altro stia meglio, oppure risolvergli delle situazioni, lo stiamo rendendo oggetto di una nostra dinamica di protezione e vogliamo cambiare la sua situazione per evitare il dolore che ci risveglia.
Chi è dentro queste dinamiche tende a non riconoscerle e viverle come senso di responsabilità nei confronti dell'utente. In realtà l'unica responsabilità dell'operatore è quella di riconoscere le dinamiche messe in campo e proporre di portare luce lì, accompagnando la persona a vedere come tali le proprie difese e quando se la sentirà anche ad incontrare il dolore rifiutato e riconciliarsi con quella parte di sé. Possiamo accompagnare l'altro solo fin dove c'è dato di arrivare e rispettare gli eventuali limiti posti dal cliente, comprendendo la paura di cui spesso nemmeno la persona è consapevole, è parte del nostro lavoro.
Farsi carico della persona che abbiamo di fronte è una cosa completamente diversa dall'assumersi le proprie responsabilità: è assumersi anche quelle dell'altro, trattandolo da bambino. Spesso lo facciamo inconsapevolmente, senza renderci conto di togliergli forza, perché abbiamo sin da piccoli imparato che tutto questo è un modo di amare. Si tratta in effetti di un'espressione dell'amore cieco, ossia quello che agisce per ideali e con gli occhi chiusi di fronte alle conseguenze.
La responsabilità del cliente è la stessa di sempre, ossia quella della sua vita e che solo lui può prendere in mano.
Finché non riconoscerà le sue difese o riterrà che i limiti che apportano siano inferiori ai vantaggi di averle, non potrà aprire spazi nuovi al suo destino. In tutto questo l'operatore non può aiutare, può solo sostenere la volontà del cliente di vedere cosa sta realmente accadendo nella sua vita, se questa volontà c'è davvero. Molte persone arriveranno con intenti tra i più disparati, ma diversi da questo. Ci sarà chi verrà in sessione per capire cosa cambiare di sé per cambiare gli altri, chi per eliminare delle cose che non gli piacciono, delle emozioni o per avere le istruzioni per gestire delle situazioni complicate, ma fondamentalmente la maggior parte cercherà inizialmente dal facilitatore una