Documento di Università su Morfologia e Sintassi. Il Pdf esplora la morfologia e la sintassi della lingua italiana, analizzando le parti del discorso, i processi di grammaticalizzazione e lessicalizzazione, i tempi verbali e le parti invariabili del discorso, utile per lo studio di Lingue.
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Rispetto alle altre lingue, l'italiano nel tempo è cambiato meno profondamente. Le differenze tra italiano antico e moderno risultano più evidenti sul piano sintattico. Una tradizione grammaticale fortemente normativa ha influenzato a lungo in Italia l'uso scritto censurando e stigmatizzando alcune strutture usate nel parlato, relegate a status di varietà diastratica bassa. Ad esempio, il pronome obliquo lui/lei veniva considerato grammaticale già nel Quattrocento da Leon Battista Alberti. Tale uso, a partire da Prose della volgar lingua di Bembo, è stato censurato dalle grammatiche fino al Novecento. Per tale motivazione, fino a qualche decennio fa l'uso di lui/lei in funzione di soggetto nello scritto era considerato errore. Possiamo osservare le differenze tra italiano antico (fiorentino) e italiano odierno:
La morfologia è lo studio della struttura interna delle parole, della loro forma e dei cambiamenti che subiscono per assumere valori e funzioni diverse. Analizzando la parola libri distinguiamo due segmenti, la radice libr- che dà il significato e la desinenza -i che indica la marca di numero: ognuno di questi segmenti costituisce un morfema, cioè la più piccola unità dotata di significato. Il morfema può veicolare un significato lessicale, si parla quindi di morfemi lessicali che costituiscono un sistema aperto, o informazione grammaticali come il numero, il genere, la persona, si parla quindi di morfemi grammaticali che costituiscono un gruppo chiuso. Il morfema può essere costituito da un solo elemento o più elementi; può essere libero (la parola coincide con il morfema), semilibero (come le parole grammaticali che si combinano con altre parole) o legato ad altri morfemi (la -e di molti plurali femminili). Il morfema -i di libr-i è un morfema flessionale in quanto indica il numero; mentre si tratta di morfema derivativo quando abbiamo di suffissi alterativi. La morfologia flessionale riguarda la flessione, cioè la modificazione delle forme in relazione alle diverse funzioni grammaticali, e si può estendere ad aspetti che riguardano il rapporto con altri elementi della frase. L'italiano è in parte una lingua flessiva perché alla flessione demanda lacune funzioni, mentre per altre ricorre a elementi esterni. Lo studio di somiglianze e diversità tra le lingue col fine di classificarle in "tipi" distinti contrassegnati da un insieme di similarità si chiama "tipologia linguistica". Nella tipologia morfologica si riconoscono lingue isolanti, agglutinanti, polisintetiche e flessive; queste ultime possono essere analitiche e sintetiche. Si dicono "analitiche" le lingue che ricorrono ad elementi esterni per esprimere rapporti sintattici (particelle, verbi ausiliari), mentre "sintetiche" quelle che si avvalgono di elementi interni (desinenze). Le lingue possono presentare elementi sia analitici che sintetici, come per esempio fa l'italiano.
Un morfema che può assumere diverse che non determinano cambiamenti nel suo significato si chiama allomorfo; le trasformazioni di morfemi grammaticali possono dipendere da condizioni fonetiche, ad esempio la consonante occlusiva velare che diventa affricata palatale (amico al plurale amici) o la nasale del prefisso -in (indicibile) che si può assimilare parzialmente o completamente (impossibile, illegale). Allomorfi come quelli del verbo vincere, uno in consonante velare e uno in palatale (vinc-o vinc-i) sono "condizionati", mentre in altri casi possono essere "non condizionati" o "liberi" (perduto e perso). Si parla di "polimorfismo", cioè la presenza di doppioni nella lingua italiana, quando due o più forme dello stesso paradigma svolgono le stesse funzioni con lo stesso significato, come per esempio devo e debbo, sepolto e seppellito, perso e perduto. Si parla di "suppletivismo" quando per una stessa forma grammaticale si ha la presenza di due o più morfemi non fonologicamente derivabili l'uno dall'altro ed etimologicamente provenienti da forme distinte (and- e vad- nel paradigma di andare, son- e fu- di essere, peggiore-pessimo nei gradi dell'aggettivo cattivo).
L'esposizione si mantiene secondo le parti del discorso o classi di parole o categorie lessicali, tipiche del sistema morfologico di derivazione greca e latina. In italiano si considerano nove parti del discorso, con l'aggettivo separato dal nome e il participio inglobato nel verbo: cinque variabili (nome, articolo, aggettivo, pronome, verbo) e quattro variabili (avverbio, preposizione, congiunzione, interiezione).
I criteri di classificazione delle classi di parole sono diversi:
Il processo di grammaticalizzazione è il fenomeno per cui forme linguistiche libere perdono gradualmente l'autonomia fonologica e il significato lessicale, fino a diventare forme legate con valore grammaticale, ad esempio causa e via che sono diventati a causa di e per via di. Un altro esempio è la formazione del futuro nelle lingue romanze formata dall'infinito del verbo+HABEO. La lessicalizzazione è il processo per cui nuove unità linguistiche, precedentemente senza valore lessicale, vengono a far parte del lessico: forme e strutture grammaticali possono dare origine a parole nuove e autonome come nel caso di affresco, dalla locuzione a fresco. Molto frequente è la lessicalizzazione degli alterati (o idiomatizzazione), come nel caso della parola locandina in cui il suffisso -ina si è lessicalizzato, e non significa 'piccola locanda'. Per formare un alterato, si utilizza un suffisso diverso da quello usato, come in fior-ell-ino.
Nella morfologia del nome entrano in gioco due tipi di flessione: il numero (singolare e plurale) e il genere (maschile e femminile). I nomi vengono distinti in base alle proprietà del referente: si hanno quindi nomi comuni e propri, individuali e collettivi, concreti e astratti, numerabili e non ecc. I nomi possono anche distinguersi per l'aspetto morfologico.
I nomi dell'italiano si distinguono in sei classi. Alle prime due, le più produttive, appartengono i nomi maschili e femminili. Alla sesta classe degli invariabili, ormai crescente, appartengono monosillabi forti (re), parole ossitone (virtù), nomi in -ie (serie), vari nomi in -a (cinema, mascara), cultismi di origine greca in -i (genesi), termini derivabili da accorciamenti (foto) e sigle (DNA). Oscillano tra la prima classe e la sesta degli invariabili anche alcuni composti (agriturismo); rientrano tra gli invariabili molti prestiti (bar). Alla terza classe appartengono come produttivi i derivati in -tore/trice e -zione. Poco produttiva è la quarta lasse con i derivati in -ista e i grecismi in -a come teorema, mentre è improduttiva la quinta a cui appartengono nomi maschili in -o, detti anche "sovrabbondanti", spesso dal neutro latino, con plurale doppio, in -i e -a ma dai significati diversi come in braccia-bracci. Difettano dal singolare vari sostantivi come forbici, occhiali, nozze, condoglianze, redini, mentre difettano dal plurale i nomi di alcune festività religiose, i nomi di materia non numerabile, i nomi collettivi come legna, frutta, bestiame, fogliame. Il ricorso a basi distinte per il plurale è raro (uomo/uomini, dio/dei, tempio/templi).
Per segnalare il genere entrano in gioco diversi determinanti (articolo, pronomi, attributi). Questi rafforzano la marca del femminile o del maschile, ma possono anche risultare decisivi come nel caso degli invariabili. Per persone in genere c'è corrispondenza tra il genere naturale e il genere grammaticale; per gli animali si abbina spesso maschio/femmina: una pantera maschio, un pavone femmina. Per le persone esistono anche nomi di genere maschile che indicano attività o ruoli propri di donne: il soprano, nomi di genere femminile che indicano genericamente una persona che solitamente è un uomo: la sentinella. Quanto agli animali molti nomi non variano nel genere, come la volpe. Il passaggio di un nome da un genere all'altro si definisce mozione. Per i cosiddetti "nomi mobili", quelli che hanno la stessa radice sia per il maschile che per il femminile, il passaggio dal primo al secondo termine si realizza con cambio di morfema finale (operaio>operaia) o di suffisso (operatore>operatrice), e con aggiunta di suffisso (leone>leonessa). Per quanto riguarda le professioni, i nomi di mestiere e di carica, esiste una grande variabilità: avvocato/avvocatessa, avvocato/ avvocato donna o la forma con determinante e accordo femminile ad esempio la ministro. Si entra qui nel tema del sessismo della lingua italiana che discriminerebbe le donne, adottando sempre forme maschili, il genere maschile, cariche maschili. Alcuni femminili tanto diffusi, come la sindaca oppure la ministra, non hanno ancora attecchito del tutto, anche se le forme con desinenza ambigenere sono più accettate.
Gli aggettivi si dividono in qualificativi e determinativi (o pronominali: possessivi, dimostrativi ecc.). Gli aggettivi qualificativi appartengono a due classi principali: la prima ha quattro uscite (bello, bella, belli, belle), la seconda due (illustre, illustri); altri aggettivi si distribuiscono tra: