Documento sulla legislazione scolastica italiana per l'inclusione. Il Pdf, un estratto di un modulo didattico di Diritto per l'Università, ripercorre l'evoluzione normativa italiana, dalla Legge Casati del 1859 alla Buona Scuola, con un focus sull'inclusione.
Mostra di più25 pagine


Visualizza gratis il Pdf completo
Registrati per accedere all’intero documento e trasformarlo con l’AI.
È importante fare un breve excursus della legislazione inerente alla scuola italiana dalle sue origini (nel 1859) ad oggi per renderci conto della sua evoluzione, della progressiva acquisizione del diritto allo studio da parte di tutti i cittadini.
La scuola italiana fu delineata dalla Legge Casati nel 1859, con il decreto legislativo del 13 novembre 1859, n. 3725 del Regno di Sardegna, che fu recepita dall'appena nato stato italiano nel 1861 e rimase in vigore fino alla legge Coppino.
Il proposito delle Legge Casati era alfabetizzare la popolazione e rendere l'istruzione laica. A quei tempi, infatti, era la Chiesa, soprattutto attraverso i gesuiti, la depositaria dell'istruzione. Adesso ci si proponeva di creare un sapere laico che venisse trasmesso da maestri formati da una scuola triennale a cui si accedeva a 15 anni (i ragazzi) e a 16 anni (le ragazze) e che non aveva un vero e proprio titolo di scuola secondaria.
La scuola dava molta importanza all'istruzione secondaria e superiore e segnava una netta cesura tra chi seguiva l'istruzione classica (umanistica) e chi, invece, quella tecnica. Lo scopo della prima era quello di creare la futura classe dirigente, mentre quello della seconda era quello di creare la classe operaia specializzata.
La scuola della riforma Casati era così articolata:
Il fine ultimo della riforma Casati era quello di incrementare l'alfabetizzazione della popolazione e a tal fine fu sancito l'obbligo per il primo biennio di scuola elementare. Non era prevista, però, una vera e propria sanzione in caso vi si contravvenisse per cui molti disattendevano impuniti l'obbligo scolastico.
Così con la legge Coppino, 15 luglio 1877, n. 3961, si cercava di porre rimedio alla mancanza di indicazioni riguardo le sanzioni e le pene inflitte in caso di violazione dell'obbligo scolastico e, al contempo, estendeva la durata della scuola elementare a 5 anni.
Questa legge nasceva durante il governo della Sinistra storica e il suo taglio positivista e laico non piaceva alla Chiesa e alle famiglie cattoliche più intransigenti.
Vi era, inoltre, la volontà di creare dei nuovi cittadini attraverso lo studio dell'educazione civica.
Successivamente, la legge Orlando (1904) estendeva l'obbligo scolastico ai dodici anni e obbligava all'istruzione elementare anche gli adulti analfabeti.
Istituiva, inoltre, le scuole serali e festive nei comuni in cui era presente un'alta percentuale di analfabeti, estendeva l'obbligo scolastico dal 9º al 12º anno d'età (venne istituito il corso popolare per le classi quinta e sesta), confermava l'insegnamento della religione cattolica (con la legge Coppino era stata eliminata in quanto i maestri non potevano insegnare catechismo e storia sacra).
I Comuni erano autorizzati a deliberare le spese per l'assistenza scolastica e ad aiutare gli alunni più poveri; ciò insieme alla necessità di nuovi edifici scolastici comportava l'aumento da parte dello Stato di contributi dei mutui comunali.
Il numero degli iscritti cresceva anche grazie all'istituzione dei corsi serali a cui i datori di lavoro avevano obbligo di iscrivere gli adulti analfabeti o che alla leva militare erano ritenuti rivedibili o riformati.
La legge Daneo-Cedaro, del 4 giugno 1911, n. 487, trasformava l'istruzione elementare in un 30servizio Statale.
Fino ad allora, infatti, l'istruzione era a carico dei comuni e ciò determinava che nel mezzogiorno e in altre parti povere del paese, questi non avessero le risorse per istituire e mantenere le scuole disattendendo all'obbligo di alfabetizzazione della popolazione.
L'istruzione diventava, quindi, statale, ma con qualche limitazione riguardo i comuni capoluogo e quelli in cui l'analfabetismo era a livelli inferiori alla media nazionale.
Venivano introdotte delle innovazioni:
Sono stati, inoltre, istituiti il diario personale degli alunni e quello di classe.
La riforma Gentile, varata in Italia nel 1923, per essere compresa deve essere inscritta nel periodo storico in cui nacque.
Il periodo fascista ha influenzato pesantemente l'istituzione scuola, la quale fu mezzo di costruzione di una cultura totalitaria, elitaria e impegnata a formare un cittadino omologato.
La scuola in questo aveva un ruolo centrale, lo sviluppo dell'individuo era compito dello stato che se ne prendeva carico in maniera esclusiva dai 6 anni e lo restituiva formato alla famiglia a sedici anni.
Il cittadino fascista era formato attraverso la scuola, lo sport (Opera Nazionale del Dopolavoro) e le istituzioni di carattere assistenziale a cui si deve la Gioventù Italiana del Littorio (figli della lupa, balilla e avanguardisti).
La Gioventù Italiana del Littorio si occupava anche della preparazione sportiva e militare dei giovani (ai ragazzi veniva data una formazione militare, le ragazze invece frequentavano corsi che le preparavano alla vita domestica).
La scuola era destinata ai migliori, gli studi classici erano per l'élite, il resto studiava le materie scientifiche, invece chi non riusciva ad arrivare al liceo poteva, dopo la scuola elementare e la scuola media immettersi nel mondo del lavoro.
La riforma Gentile, infatti, elevava l'obbligo scolastico ai 14 anni e prevedeva tre anni di scuola materna (non obbligatoria), istituiva la scuola media (con un sistema a "doppio canale", per cui i più meritevoli, dopo un esame di cultura generale, accedevano all'istruzione superiore, gli altri si immettevano nel mondo del lavoro), nelle scuole elementari veniva di nuovo insegnata 31la religione cattolica, si studiavano per la prima volta i dialetti e le tradizioni (escluse quelle delle comunità minoritarie, slave o tedesche).
Per i primi cinque anni gli studenti frequentavano la scuola unitaria e, successivamente, potevano scegliere tra:
Solo i diplomati al liceo classico potevano iscriversi a tutte le facoltà, coloro che si erano diplomati al liceo scientifico, invece, potevano proseguire gli studi solo in facoltà tecnico- scientifiche.
Una delle novità introdotte da questa legge era il numero di esami necessario per il passaggio da un ciclo scolastico a un altro.
Per il liceo classico, ad esempio, erano previsti un esame di ammissione per il ginnasio, uno alla fine del secondo anno, un altro entro il quinto anno e un esame finale su tutte le materie dell'ultimo anno tenuto da docenti esterni alla scuola.
La cultura fascista ha avuto il suo culmine nella Carta della Scuola, presentata dal Ministro Bottai al Gran Consiglio del Fascismo il 19 gennaio 1939 e diventata legge il 15 febbraio 1939.
La scuola era totalmente sottomessa al potere militare, si accentuava l'inferiorità della donna e veniva operata un'ulteriore scissione tra mondo urbano e rurale.
Le scuole medie si distinguevano in urbane e rurali: le prime avevano indirizzo professionale, mentre le seconde erano ad indirizzo artigiano.
Alla base di questa norma vi era la necessità di preparare individui che potessero essere immessi rapidamente nel mondo del lavoro e potessero essere utili alla società in quel momento storico rispondendo alle necessità dello Stato.
La fine del periodo fascista ha sancito l'avvento della democrazia e anche la scuola ne ha giovato.
Il centro del processo educativo è divenuto il bambino inteso come alunno-persona e ciò ha comportato il considerare l'allievo come una persona completa; si è preso in considerazione il naturale globalismo dei primi anni e si è data più attenzione alle attività creative quali il disegno creative e la drammatizzazione.
32La prima vera riforma scolastica è stata promulgata nel 1962 e aboliva la struttura "a doppio canale" che era propria precedentemente della scuola media.
Il punto più alto del cambiamento della scuola nella direzione della democratizzazione sono stati, però, i decreti delegati del 1974, con cui si istituivano gli organi collegiali per consentire ai docenti, ai genitori e agli studenti di partecipare alla vita della scuola.
Questa spinta alla partecipazione attiva di nuovi protagonisti nell'istituzione scuola era il frutto delle lotte democratiche degli anni Settanta che arrivavano in Italia dopo avere imperversato in Europa e anche negli Sati Uniti.
I Decreti delegati venivano emanati dal governo il 30 maggio 1974 e successivamente convertiti in legge rendendo norma la nuova apertura alla società dell'Istruzione. Il corpo dei Decreti è composto da sei provvedimenti.
Nel 1985, con i nuovi programmi della scuola elementare, sono stati introdotti l'insegnamento modulare e le specializzazioni per area del corpo insegnante.
In Italia, dopo la riforma Gentile del 1923, l'assetto della scuola non ha subito modifiche sostanziali: abbiamo avuto l'istituzione della scuola media unificata (1962) e della scuola materna statale (1968), la riforma della scuola elementare (1990), ma sono stati sempre interventi che hanno lasciato immutato l'assetto generale.
Con la legge n. 59/1997 si è assistito, invece, a un cambio di scenario.
Si cambia anche l'impianto generale della scuola sviluppatosi intorno all'idea di matrice gentiliana che prevedeva una separazione netta tra formazione culturale e professionale.
La ricerca della modernizzazione è determinata dalla trasformazione economica-sociale dei paesi più progrediti e dalla richiesta delle nuove generazioni di una formazione più adeguata, ma, soprattutto, dalla necessità di recuperare una precisa identità culturale in seno alla globalizzazione.
Si cerca di riordinare l'intero sistema per adeguarlo alle nuove esigenze, per cui l'azione della scuola si caratterizza come orientamento e come superamento della selezione.
All'inizio del nuovo secolo si sono susseguite quattro tendenze riformatrici.
La prima in ordine di tempo è quella operata da Luigi Berlinguer e Tullio de Mauro che trova spazio nella L. n. 30/2000.
Questa legge è stata un poco controversa perché istituiva un segmento nuovo del percorso educativo: la scuola di base doveva durare sette anni, dai sei ai tredici anni del bambino, e prevedeva un biennio iniziale, un triennio centrale e un biennio finale.
Tale ciclo doveva sostituire gradualmente la scuola elementare e quella secondaria di primo grado, al termine del quale era previsto l'ultimo percorso educativo per gli studenti dai 13 ai 18 33