Capitolo Primo: un campo di studi transdisciplinare sulla cultura visiva

Documento sui "visual cultural studies" e la "Bildwissenschaft", analizzando il ruolo del cinema e della fotografia. Il Pdf, utile per studenti universitari, esplora le origini e lo sviluppo di queste discipline, evidenziando l'importanza della dimensione culturale delle immagini e della visione, con un focus sui contributi di autori come Balázs, Moholy-Nagy ed Epstein.

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CAPITOLO PRIMO
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Anteprima

UN CAMPO DI STUDI TRANSDISCIPLINARE

  • Le affermazioni dei visual cultural studies angloamericana e della Bildwissenschaft tedesca, si collocano intorno agli anni Novanta.
  • Ma le origini del concetto di "cultura visuale" possono essere rintracciate prima.
  • Anni Venti del secolo scorso.
  • B. Balazs e Laszlo Moholy-Nagy, utilizzano i termini "visuelle Kultur", "optische Kultur" e "Schaukultur" (cultura visuale, cultura ottica e cultura della visione) per descrivere le trasformazioni prodotte dalla fotografia e cinema.

    Entrambi dei media ottici in grado di ridefinire le coordinate del visibile e il rapporto tra immagine e parole, visione e lettura, esperienza visiva e sapere concettuale.

  • Vent'anni dopo J. Epstein ricorre al termine "culture visuelle" per spiegare come il cinema ha cambiato la nostra visione della realtà.
    • In quanto macchina con la capacità di ripensare la realtà secondo la prospettiva della propria identità tecnica.
    • Il cinema ha condizionato la cultura e il clima mentale dell'epoca.
  • Nei paragrafi successivi analizzeremo il senso che Balazs, Moholy-Nagy ed Epstein attribuiscono ai concetti sopra citati.
    • Per poi concentrarsi sul modo in cui l'espressione "visual culture" è stata usata tra gli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta da M. Baxandall e S. Alpers.
    • Ricostruiremo i diversi fattori che hanno fatto nascere il visual culture studies e Bildwissenschaft, per precisare i presupposti teorici e gli strumenti che caratterizzano questi studi.

Le origini del concetto di "cultura visuale"

  • B. Balazs, L'uomo visibile (1924); celebra l'avvento di una nuova "cultura visuale" fondata sul primato dell'immagine sulla parola, del gesto sul concetto, della dimensione concreta e sensibile del reale.
    • In realtà è un ritorno a una condizione che precede il primato della parola e del pensiero astratto promosso dalla stampa.
    • Il cinema promuove lo sviluppo di una cultura radicalmente diversa da quella fondata sulla parola scritta e orale.
    • Le immagini cinematografiche registrano e restituiscono sullo schermo l'immediata e simultanea visibilità delle cose.
    • In un film non vi è alcun significato che debba essere cercato al di là, in quanto queste non si lasciano attraversare come le parole.
    • Il cinema svela una nuova regione visibile, una regione rispetto alla quale lo spettatore si trova in una nuova condizione di prossimità con le cose.
    • La distanza che tradizionalmente caratterizzava la posizione dello spettatore viene meno, lo spettatore viene quindi accompagnato dalla cinepresa nel mezzo delle cose.
    • Un nuovo modo di vedere, una nuova posizione, un riavvicinamento capace di eliminare il filtro indebolente delle parole e concetti.
  1. La nuova "cultura visuale" introdotta dal cinema è una vera e propria "Weltanschauung", che esprime una tensione verso una rinnovata esperienza mediata.

    La "cultura visuale" promossa dal cinema è la capacità di esibire visivamente e immediatamente questa penetrazione.

    • Il cinema è un medium capace di produrre una forma di immediatezza.
    • L'uomo rappresentato sullo schermo è un "uomo della cultura visuale".
    • Si esprime attraverso un linguaggio della mimica e dei gesti. Un linguaggio internazionale, completo e universale; la madrelingua dell'umanità.
  • Làszlò Moholy-Nagy usa nei suoi scritti le espressioni "cultura ottica" e "cultura della visione", per parlare del modo in cui fotografia e cinema trasforma le coordinate del visibile, portando alla luce dei fenomeni non visibili.
    • Distingue tra "uso riproduttivo" e "uso produttivo" dei media ottici.
    • Se usati in modo "produttivo", pittura, fotografia e cinema sarebbero stati in grado di modificare profondamente il campo visivo.
    • La luce artificiale, come un medium di espressione plastica: una materia estesa, diffusa, malleabile che poteva essere organizzata nello spazio attraverso diverse forme di "configurazione ottica".
    • L'uomo moderno sarebbe stato sottoposto a una vera e propria educazione dello sguardo che aveva come obbiettivo quello di aiutarlo a adattarsi.
    • L'arte come una vera macina di sensi, capace di affinare la vista e plasmare il sensorio umano.
  • A metà degli anni Quaranta c'è J. Epstein con L'intelligence d'une machine, nel quale il cinema viene presentato come un vero e proprio dispositivo filosofico.
    • Il cinema è uno strumento capace di modificare profondamente il campo della creazione e la cultura nel suo insieme.
    • La cultura intesa come il clima mentale dell'epoca.
    • Ha rivoluzionato il nostro modo di vedere, aiutandoci a penetrare il movimento e il ritmo delle cose.
    • Spingendoci a considerare il ondo come una realtà dinamica, fluida, mobile, caratterizzata da una:
      1. Variabilità di tutte le relazioni nello spazio e nel tempo.
      2. Relatività di tutte le misure.
      3. Instabilità di tutti i punti di riferimento.

      La nuova concezione di cultura visuale introdotta dal cinema opposta a ogni concezione della realtà fondata sull'idea di un mondo stabile e solido, su valori fissi e su forme espressive rigide e pietrificate.

    • Il movimento colto e rappresentato nel cinema non è solo fisico, ma anche psichico: il movimento delle emozioni.
    • Il cinema sostituisce una conoscenza fondata su immagini sature di emozioni, segni drammatici e continuano a vivere lungamente di vita propria.
    • Il cinema determina nella cultura dei primi decenni del XX secolo, una svolta verso un primato del visivo sul verbale.
    • Il concetto di visual culture ricompare tra metà degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.
  • Baxandall in Pittura ed esperienze sociali nell'Italia del Quattrocento, cerca di mostrare la correlazione fra lo stile pittorico di una cultura e le capacità visive.

    Si si interroga sulla correlazione fra storia delle immagini e storia dei modi di vedere, sul rapporto tra immagini artistiche e immagini non-artistiche.

    • Capacità visive che si formano nell'esperienza quotidiana che gli individui sperimentano all'interno degli ambiti di vita sociale.
    • Le immagini che consideriamo artistiche non possono essere studiate come oggetti autonomi rispetto al contesto esperienziale in cui si colloca la loro produzione.
    • Il concetto di visual culture non viene impiegato da Baxandall per descrivere una cultura caratterizzata da un primato.
    • Sottolinea l'importanza di ricondurre gli stili pittorici di un qualunque periodo storico propri di una determinata società.

Bisogna considerare 2 diverse visioni:

  1. Fisiologia: a-storica e invariabile.
  2. Psicologica-cognitiva: variabile sia da un individuo a individuo sia storicamente.
  • Ognuno elabora i dati dell'occhio servendosi di strumenti differenti.
  • S. Alpers in Arte del descrivere. Scienza e pittura nel Seicento olandese, sostiene che l'arte olandese del Seicento è un'arte essenzialmente descrittiva.
    • Il suo realismo non è finalizzato alla narrazione di azioni significative, mira a una descrizione minuziosa e dettagliata, fotografica, del mondo visibile.
    • Il punto di vista dell'osservatore appare casuale e il realismo descrittivo conferisce alle immagini un ruolo cartografico.
    • Il contesto in cui si formano le immagini e sedimenta determinate abitudini percettive e aspettative nei confronti del visibile e del ruolo delle immagini.

    Visual culture come studi di storia dell'arte, finalizzato a una migliore comprensione di tali immagini artistiche.

  • La nascita del visual culture studies e Bildwissenschaft, si fondano su una messa in discussione del primato delle immagini artistiche.
    • Anche sulla necessità di distinguere nettamente tra il valore artistico di un'immagine e la sua rilevanza all'interno di un determinato contesto culturale.

"Visual culture studies" e "Bildwissenschaft": "pictorial" e "icon turn"

  • Visual culture studies e Bildwissenschaft sono i nomi che hanno assunto i due vasti campi di ricerca transdisciplinari, che si sono affermati nel contesto angloamericano e tedesco.
    • Tra questi campi di ricerca ci sono importanti analogie e differenze.
    • Tra le analogie c'è senz'altro che i visual cultural studies e Bildwissenschaft sono campi di studio nati come reazione ad una serie di eventi trasformativi.
    • All'inizio degli anni Novanta nell'ambito della icono-sfera, la sfera costituita dall'immagine che circolano, succedono delle cose:
      1. Con l'avvento di Internet, la diffusione delle tecnologie è più semplice. Accesso ai software per la produzione, riproduzione, manipolazione, archiviazione, trasmissione e condivisione di immagini.
        • Flusso iconico incessante.
        • Rapida diffusione dei computer fissi e portatili, con programmi per l'elaborazione dell'immagini.

        Un pubblico più vasto è in grado di accedere a tecnologie capaci di produrre, elaborare e condividere immagini in modo rapido e immediato.

      2. L'ampia diffusione di immagini prima sconosciute diventa parte dell'immaginario collettivo.
        • Attivando un immaginario che è stato rapidamente ripreso dal cinema e dalle serie televisive.
      3. I media diventano globali rendendo visibili, in diretta, eventi storici dotati di un forte impatto politico.
  • Il numero sempre crescente di immagini in circolazione e la comparsa di nuove immagini, ha un forte interesse.
    • Per il ruolo del visivo e della visione all'interno di discipline che non avevano tradizionalmente considerato le immagini come uno dei loro principali oggetti di studio.
  • I campi di studio del visual culture e della Bildwissenschaft, come tentativo di ridurre a un terreno comune questo interesse per le immagini e la visione.
    • Integrato prospettive di ricerca capaci di mettere in luce la complessità dei processi culturali e la natura storicamente, socialmente, politicamente e affettivamente situata di ogni forma di produzione o ricezione di immagini.
  • I cultural studies nascono negli anni Cinquanta in Inghilterra, nel Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham (1964).
    • Mettere alla luce tutta la complessità e la conflittualità delle dinamiche di produzione e ricezione di ogni produzione simbolica.
    • Hanno trasmesso un'attenzione per la dimensione politica della ricerca accademica, e la tendenza a mettere in discussione distinzioni e canoni precostruiti.
  • Femminist studies hanno posto l'accento fin dagli anni 70' sulla natura sempre affettivamente e sessualmente orientata dello sguardo rivolto alle immagini.
    • Sul modo in cui determinate ideologie riescano a codificare le proprie gerarchie, orientamenti e fantasie erotiche.
    • L. Mulvey ha mostrato come il fascino del cinema classico hollywoodiano si sia fondato storicamente sulla distinzione netta tra due posizioni.
      1. La posizione attiva: di chi guarda lo spettacolo.
      2. La posizione passiva: di chi è parte dello spettacolo ed è guardato.
  • Postcolonial studies, hanno contribuito a mostrare la natura culturalmente, socialmente e politicamente determinata dalla rappresentazione che il mondo occidentale si è fatto delle culture.
    • Le immagini prodotte concentrano in se tensioni che le rendono documenti del desiderio di differenziazione, affermazione e dominio.
    • Si mostrano dei costrutti culturali.
  • Considerate insieme (cultural studies, femminist studies e postcolonial studies) hanno trasmesso ai visual culture studies angloamericani:
    • L'importanza di considerare il ruolo culturale delle immagini come terreno dinamico e conflittuale.
    • Il diritto dello spettatore non come univoco ne come sovrastorico, ma determinato.
    • C'è una visione sempre situata e policentrica, una re-pluralizzazione dello sguardo.

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