Documento da Università su La religione a Roma. Il Pdf esplora la religione romana, definendone il concetto e la sua pervasività nella società. Il Pdf, di livello universitario e materia Religione, analizza sacrifici pubblici, offerte e pratiche rituali, con riferimenti a fonti storiche.
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Il concetto di religione non è facile da definire. Spesso noi siamo condizionati dalla forma di religione tipica del cristianesimo e in generale dei culti moderni occidentali, ma queste sono solo varianti. Nelle società pagane più che di religione dovremmo quindi parlare di culti e culture. Quando ci accostiamo a religioni diverse non possiamo fare a meno di guardarle attraverso la lente interpretativa della nostra religione. es. i concetti di Politeismo e Monoteismo sono estranei al mondo greco-romano antico. In questo senso è meglio parlare di sistemi religiosi diversi: questo implica l'idea di complessità propria di questi mondi. Quello dei Romani è un sistema religioso estremamente difficile da cogliere per i moderni, non solo per la documentazione eterogenea e intermittente, ma anche perché i comportamenti, le credenze, le pratiche rituali che lo caratterizzano appaiono molto diverse da quelle delle grandi religioni contemporanei a cui siamo abituati. L'opera che, a giudizio degli stessi romani, rappresentava al meglio gli elementi costitutivi del sistema religioso romano era erano i 16 libri delle Antiquitates rerum divinarum di Varrone, grande critico della religione romana. Quest'opera andò perduta, ma possiamo leggere l'indice nel De civitate dei di Agostino. Il materiale era organizzato in cinque triadi di libri, ciascuna dedicata rispettivamente ad uno degli elementi del sistema religioso.
A parte qualche trattato specialistico, la maggior parte della nostra conoscenza della religione romana dipende da citazioni più o meno lunghe, accenni incompleti, allusioni fugaci fatte da storici, poeti o grammatici, in contesti che spesso hanno poco a che vedere con la religione. Le informazioni sono spesso decontestualizzate e per questo non sempre utili all'analisi del sistema religioso romano. Altre fonti molto importanti sono, ad esempio, alcune pagine della letteratura patristica fortemente critica nei confronti del paganesimo. Al di fuori delle fonti letterarie troviamo testi epigrafici, resti archeologici di piccole grandi dimensioni come oggetti votivi e scheletri, fonti iconografiche.
Non esiste un termine comune nelle lingue indoeuropee per indicare la nozione di "religione "perché nelle culture indoeuropee la "religione" non esiste come concetto a se stante. Non è, come nelle società moderne, una istituzione autonoma e separata dalle altre; in antichità, è piuttosto un'atmosfera che pervade ogni aspetto della vita sociale, che determina la psicologia collettiva e individuale. Partendo dall'etimologia della parola religio possiamo capire che neanche i Romani avevano le idee del tutto chiare a riguardo. Cicerone affermava che il termine derivasse dal verbo relegere (raccogliere, riunire). Aveva un'accezione positiva, soprattutto perché si contrapponeva al concetto di superstizione (malvista). Religio è ciò che si occupa della cura e del culto di quella natura superiore che definiamo divina. Cicerone parla di quella particolare forma di attenzione che gli uomini manifestano nei confronti degli dei e di tutto ciò che li riguarda, fatta soprattutto di azioni e parole, continuamente esposta al rischio dell'esagerazione e che, in quel caso, può sconfinare nella superstizione.
Un'altra interpretazione dell'etimologia di religio è quella di Servio, che la riconduce al verbo religare (legare, annodare). Secondo questa interpretazione, la religio sarebbe la paura del soprannaturale, percepita dal soggetto come qualcosa che "annoda" le sue facoltà mentali. La religio è uno scrupulus, un sospetto che induce a restare, a non agire e che alla fine può trasformarsi in "cappio". Da un lato, quindi, con l'interpretazione di Cicerone, il termine ha una connotazione positiva ed esprime l'idea della ripetizione; nel secondo caso indica un turbamento di natura psicologica che lo connota in senso negativo. Gli studiosi moderni si sono divisi fra queste due interpretazioni, senza riuscire finora a pervenire ad una tesi definitiva.
La religio è qualcosa che non è prudente disprezzare, perché quando questo accade non è il singolo, ma l'intera comunità ad essere esposta al pericolo dell'ira divina. Obbedire alle sue regole è un dovere civile e politico: ogni magistrato è tenuto a farlo per garantire il bene della res publica. 1 Emica: dal punto di vista dell'attore sociale, l'osservato, il nativo.La religio però è anche una sorta di inquietudine, di malessere psicologico collettivo, che affiora nell'animo del popolo quando si verifica un evento fuori dall'ordinario.
Da un lato quindi, la religio è il cultus deorum, l'insieme delle relazioni espresse attraverso un codice di regole, precise e codificate dalla tradizione, che la città mantiene con i suoi dei, sono le pratiche religiose; dall'altro rappresenta uno scrupolo religioso, una sorta di paura latente pronta a riemergere di fronte ad una qualche manifestazione di tipo sovrumano, o ritenuta tale.
Il termine indica sia le attività religiose svolte dagli uomini per coltivare il loro rapporto con le divinità, sia lo sgomento improvviso, il metus, che nasce dalla consapevolezza o dall'intuizione che tali attività non sono state praticate correttamente dalla comunità o da uno dei suoi membri. Il culto delle divinità è ritenuto in grado di produrre benefici concreti, ma allo stesso tempo via l'idea della paura per quello che potrebbe accadere se questo culto venisse trascurato o praticato male. Questi due significati di religio non sono quindi poi così tanto diversi. Entrambi poggiano sulla credenza che le divinità siano determinanti, nel bene e nel male, nella vita degli individui e delle comunità, e che attraverso le pratiche religiose esse possono essere indotte ad agire in un senso piuttosto che in un altro.
La religione romana è capace di intersecare e determinare ogni ambito della vita, a partire dalla politica. Lungo tutto il corso della millenaria storia di Roma, dall'età dei re fino al basso impero, il sacro ha sempre avuto un ruolo predominante sul politico, influenzandolo. A Roma non esisteva una differenza netta tra magistrati e sacerdoti, se non per quel che riguarda la competenza giuridica di certi atti religiosi e le mansioni rituali. Tutti i magistrati erano anche sacerdoti, poiché in alcune circostanze veniva loro richiesto di assumere funzione di carattere sacerdotale (es. sacrifici pubblici). Allo stesso tempo, i sacerdoti erano anche una sorta di magistrati, in quanto la loro autorità religiosa era in grado di condizionare la prassi politica. Provenendo dallo stesso livello sociale, quello dell'aristocrazia senatoria, gli interessi degli uni erano spesso simili a quelli degli altri. Per questo motivo magistrati e sacerdoti hanno governato quasi sempre di comune accordo la vita politica e religiosa del popolo romano.
Ogni manifestazione della politica era vincolata da una premessa di carattere religioso. Ogni attività di una certa importanza politica era introdotta da una consultazione augurale e/o garantita dalla pratica del sacrificio.
In origine diritto e religione costituivano un'unità unica indistinta. Lo ius civile nacque sulla base dello ius sacrum. Il complesso delle norme giuridiche che regolamentavano i rapporti tra i cives si è formato sul modello delle norme giuridiche che questi ultimi hanno istituito con i loro dei. Soltanto in tempi più recenti queste due sfere del diritto si separeranno.
Anche l'arte della guerra era in qualche modo condizionata dalla religione. Prima di una battaglia era consuetudine che il console consultasse il pullarius (sacerdote), il quale a sua volta interpretava la volontà divina esaminando il modo in cui mangiavano i polli sacri.
Il mondo romano era scandito dalla presenza degli dei. Esistevano dei per ogni cosa. Oltre alle divinità maggiori esistevano divinità minori, ciascuna con una mansione e un raggio d'azione ben definito. Le divinità avevano giorni e luoghi di culto precisi, propri sacerdoti, e propri fedeli.
Anche l'economia era influenzata dalla religione. La coltivazione della terra, ad esempio, prima di essere un atto produttivo è un atto religioso. Secondo il mito, sarebbero stati gli dei a donare agli uomini le arti agricole. Quando i Romani mettono a cultura i campi, non lo fanno soltanto per produrre il fabbisogno alimentare, ma in un certo senso anche per venerare gli dei, perché l'azione equivale a mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. La buona agricoltura è una forma di contraccambio necessaria a mantenere la relazione con la divinità in una situazione di reciprocità positiva. Diverse fonti ci restituiscono un'immagine della vita campestre come fortemente condizionato dalla pratica religiosa. Ogni attività agricola era accompagnata da un sacrificio (es. aratura, semina, mietitura, taglio dei rami).
La religione influenzava anche la lingua: molti dei termini fondamentali del vocabolario politico e sociale traggono origine dal linguaggio del sacrificio.
Per quanto riguarda invece la sfera della vita privata, la religione svolgeva anche qui un ruolo molto importante. La vita degli individui era dominata da credenze che ad oggi potremmo giudicare queste superstiziose, legate a segni, manifestazioni più o meno prodigiose, eventi sorprendenti o singolari. I Romani interpretavano queste cose come segni divini. La superstizione, per come la intendiamo noi, caratterizzava la società romana e ne rappresentava una sorta di punto di forza, poiché costringeva i suoi membri ad essere giusti, a mantenere la parola data, a rispettare le regole. Questa era una concezione condivisa anche dai Romani, chevedevano nella religione l'elemento fondante dello Stato. Essi non si sentivano superiori agli altri popoli se non nel campo della devozione religiosa. Molti erano convinti che da questo dipendesse anche il successo della città: se Romolo non avesse istituito gli auspici e Numa i sacrifici, la città non avrebbe mai potuto raggiungere una tale grandezza.
La religione romana era abbastanza elastica da prevedere la possibilità dell'integrazione di culti stranieri. Il Pantheon di Roma si ampliava con l'ampliarsi del dominio di Roma.
La religione romana è innanzitutto una religione politica nel senso etimologico del termine, cioè una religione profondamente radicata nella vita della polis e nella coscienza dei suoi cittadini. È fatta di partecipazione, comportamenti collettivi, prescrizioni condivise e si basa sul senso civico.
I Romani imparavano tutto quello che c'era da sapere sulla religione fra le mura domestiche, osservando i riti compiuti dal pater familias, e nei luoghi di culto della città, attraverso l'esperienza e la frequentazione delle festività pubbliche. Ogni atto religioso è praticato dall'individuo in quanto membro di una comunità, mai in quanto singolo.
Le parole e i gesti di cui si compone l'atto religioso hanno un senso per chi li compie e chi li guarda. I simboli funzionano perché chi li utilizza riconosce loro un determinato significato.
I riti costituiscono il nocciolo della religione romana, sono la prova tangibile della sua consistenza istituzionale e della religiosità di ciascuno, essendo una religione pubblica. In realtà, però, non esisteva un vero e proprio obbligo di partecipazione ai riti pubblici: i cittadini erano liberi di scegliere se intervenire o meno. Iniziarono ad esserci i primi obblighi solo a partire dall'epoca delle persecuzioni contro i cristiani, quando i cittadini dovevano accertare la loro adesione alla religione ufficiale. Anche per quel che riguarda il culto privato, l'iniziativa è lasciata al libero arbitrio del capo famiglia. Questi però sono aspetti religiosi secondari, che ci appaiono offuscati dalla pratica religiosa collettiva. Le manifestazioni di religiosità individuale, come ad esempio il culto bacchico, a volte erano sentite come pericolose per la civitas, perché sfuggendo al controllo pubblico mettevano in dubbio l'idea stessa di Stato. La religione romana era infatti tollerante nei confronti delle altre, ma quando la teologia, come nel caso del cristianesimo, implicava l'assunzione di un nuovo sistema di pensiero, inconciliabile con quello romano, la reazione poteva essere anche molto violenta.
Esistevano una serie di strumenti capace di captare l'umore, le intenzioni, i suggerimenti, la volontà divina. La scienza che se ne occupa è la divinazione. Con questo termine si indica l'insieme delle tecniche preposte alla decodificazione dei messaggi inviati all'uomo dalle divinità. Queste entravano in gioco in molte circostanze della vita pubblica e politica romana, per cui gli specialisti di questi saperi godevano di grande considerazione. Questi specialisti avevano ruolo attivo all'interno della società e della politica: formavano una sorta di "ministero degli affari divini e delle arti divinatorie", incaricato di indagare la volontà degli dei al fine di garantire il benessere della res publica.
Tutti gli strumenti a disposizione dei tecnici della divinazione romana si basano sul medesimo principio, ossia l'osservazione e l'interpretazione dei segni. possiamo distinguere in due categorie: