Documento di Università sull'introduzione al metodo dell'osservazione. Il Pdf, utile per lo studio della Psicologia a livello universitario, esamina le differenze tra osservazione spontanea e metodologica, le tecniche diaristiche e la tecnica degli eventi critici.
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Differenza tra situazione osservativa e condizione osservativa La situazione osservativa è un'osservazione organizzata intenzionalmente attraverso una metodologia. Nella situazione osservativa, infatti, noi scegliamo chi, come e quando osservare, attraverso quali strumenti osservare, che tipo di obiettivi ci stiamo ponendo, quali sono i comportamenti che vogliamo andare a rilevare, e così via. Ben diversa è la condizione osservativa, che corrisponde a quella condizione naturale che appartiene a tutti noi che ci consente di percepire con gli occhi la realtà che ci circonda. Mentre la condizione osservativa è per sua natura non strutturata, la situazione osservativa è ben strutturata e metodologicamente definita.
Possiamo fare anche una distinzione tra guardare, vedere e osservare, perché: -GUARDARE significa volgere lo sguardo per vedere. -VEDERE significa percepire con gli occhi la realtà concreta (corrisponde alla condizione osservativa). -OSSERVARE significa esaminare, guardare con attenzione, considerare con cura, per interesse o per semplice curiosità, a occhio nudo (ad esempio con strumenti di tipo cartaceo) o con l'aiuto di strumenti (come la video-registrazione). Dunque l'osservare, rispetto al guardare, costituisce un atteggiamento più critico e scientifico.
Quali sono i limiti dell'osservazione spontanea? Non bisogna confondere l'osservazione come metodo con l'osservazione spontanea, perché questa presenta innumerevoli limiti. L'osservazione spontanea infatti spesso: -Ci porta a cogliere fenomeni macroscopici, vistosi, evidenti, che colpiscono maggiormente la nostra attenzione, come quando si tende a far caso solo ai comportamenti disturbanti e non ci si accorge di tutti gli atteggiamenti che invece costituiscono risorsa nel funzionamento del bambino. -Ci porta a generalizzazioni spesso errate, come quando si osserva un bambino picchiarne un altro e allora, senza preoccuparsi di accertarne l'aggressività o meno, si categorizza il bambino come "aggressivo". Servirsi invece di un'osservazione curata e guidata significherebbe in questo caso ripetere un tot. di volte l'osservazione per verificare se effettivamente il bambino è sempre aggressivo o no. -Ci porta stabilire collegamenti causali anche laddove non esistono (ad esempio vedo Tizio che tocca Caio e Caio che manifesta una certa aggressività, e allora dico che Caio è sempre aggressivo quando viene toccato).
2Aspetti storici: Origini ed evoluzione del metodo dell'osservazione Alla fine del '700 vi erano già delle forme di osservazione e registrazione dei comportamenti, specie dei comportamenti nuovi nelle persone e, in particolar modo, nei bambini. Stiamo parlando delle biografie infantili e dei diari dei genitori sui figli in cui venivano annoverati solo i comportamenti nuovi e gli indicatori di sviluppo. Tra le biografie più note vi è quella di Darwin sui primi anni di vita del figlio, dove vennero registrati i cambiamenti relativi ai comportamenti, alle emozioni, ai riflessi, allo sviluppo morale, etc.
Nel 1882, Preyer, un fisiologo tedesco, fece uno studio sul figlio con il metodo delle scienze naturali che inaugurò la moda dei diari sullo sviluppo dei propri figli. Queste nuove forme di indagine costituivano, in qualche modo, un'alternativa all'utilizzo del metodo sperimentale, quindi un interesse per la prima volta verso qualche cosa che potesse andare ad indagare lo sviluppo non per forza in laboratorio. Nell'800, infatti, gli studi più rigorosi rispetto, ad esempio, a memoria e percezione, venivano condotti come esperimenti, dunque c'era un vero e proprio controllo di tutte le variabili.
Ma è nei primi del '900, con l'avvio delle prime teorie sullo sviluppo, e in particolar modo negli anni '50, che comincia a svilupparsi un maggiore interesse per il metodo dell'osservazione. Nell'ambito delle prime teorie dello sviluppo (con Piaget, Bruner, Vygotskij ... ), infatti, si avvertiva la necessità di trovare un metodo per studiare lo sviluppo dei bambini nella loro prima fase di vita, ovvero in quella fase in cui il bambino ancora non sa esprimersi, non sa utilizzare il verbale, non sa né leggere né scrivere. Dunque, non potendo intervistare direttamente il bambino e volendosi avvalere di un metodo diverso da quello sperimentale/laboratoriale (in cui si fanno fare prove al soggetto e si tengono sotto controllo le variabili), i teorici dello sviluppo attribuirono particolare importanza all'osservazione come metodo per studiare ciò che accadeva nello sviluppo linguistico, cognitivo, emotivo della prima infanzia. Tuttavia, anche se si cominciava ad utilizzare sempre di più il metodo dell'osservazione (soprattutto attraverso forme narrative), l'osservazione, negli anni '50, nell'ambito delle scienze umane, non era riconosciuta come approccio metodologico forte, come scienza. Bisogna considerare, infatti, che quelli erano gli anni del positivismo, ovvero gli anni in cui le scienze lavoravano secondo il paradigma dell'oggettività assoluta, secondo la ricerca della conoscenza attraverso il controllo di tutto. Dunque è chiaro che tutto ciò che veniva dall'osservazione sfuggiva ai criteri di scientificità che venivano riconosciuti in quel periodo.
Il metodo dell'osservazione, nello specifico, veniva considerato debole: -perché nell'osservazione non si potevano controllare tutte le variabili; 3-perché il fatto che si dovessero osservare comportamenti umani, e non fenomeni naturali, faceva dell'osservazione un ambito estremamente complesso; -perché si riteneva che tutto fosse in balìa della soggettività dell'osservatore.
In ogni caso, l'attenzione e l'importanza attribuita all'osservazione, a poco a poco, cambiò. L'osservazione, infatti, nel primo cinquantennio del '900, non veniva utilizzata più soltanto nell'ambito della psicologia dello sviluppo. L'osservazione divenne una scelta metodologica anche in ambito psicodinamico e clinico, per quanto riguarda ad esempio tutti gli studi sul legame di attaccamento e sulla prima relazione precoce madre-figlio, e in ambito psicoterapeutico, poiché attraverso l'osservazione dei comportamenti si estrapolavano le caratteristiche dell'inconscio che definivano la persona. E tutto ciò non poteva essere rintracciato in altro modo.
Inoltre, lo sviluppo, negli anni, di approcci teorici diversi, come ad esempio l'approccio etologico (approccio che andava a studiare il comportamento soprattutto animale e successivamente quello umano negli ambienti naturali di appartenenza), portò sempre più alla rivalutazione dell'osservazione come metodo funzionale. Proprio con l'approccio etologico, si cominciò a sottolineare quanto solo il metodo dell'osservazione consentiva di andare a rilevare i micro-comportamenti degli animali e delle persone nell'ambiente naturale, dove per ambiente naturale si intende un ambiente che non ha subito manipolazioni da parte dell'operatore. Si tratta di un ambiente che rimaneva escluso dall'ambito di ricerca, perché col paradigma imperante nel periodo del XIX secolo, si conduceva la ricerca solo in contesti laboratoriali col controllo delle variabili.
Quali sono stati i paradigmi che hanno caratterizzato l'osservazione scientifica? L'osservazione scientifica nasce nell'ambito delle scienze fisiche, solo successivamente viene utilizzata anche nell'ambito delle scienze umane per studiare il comportamento umano. Ecco perché si può dire che l'evoluzione del metodo dell'osservazione è andata di pari passo con quella che è stata l'evoluzione dei paradigmi scientifici.
Inizialmente, nel XIX secolo, l'osservazione era guidata dal paradigma imperante in quel periodo, e cioè dal paradigma dell'oggettivismo. Questo paradigma, completamente diverso da quello contemporaneo (paradigma del soggettivismo o fenomenologico), focalizzava l'attenzione sull'oggetto reale e richiedeva il distanziamento dell'osservatore dal fenomeno che stava osservando. Solo attraverso questo distanziamento, solo attraverso lo sguardo trasparente, neutro, indipendente dell'osservatore, si poteva cogliere il fenomeno così com'era nella sua realtà. Il paradigma dell'oggettivismo si fondava su due postulati importanti, propri delle 4scienze di quel tempo: il riduzionismo e la quantificazione. Dunque, assumere il paradigma dell'oggettivismo significava parcellizzare/frammentare i fenomeni in elementi semplici e quantificare ciò che si stava osservando (dargli una misura, un peso). Pertanto, il fenomeno veniva considerato nella sua essenzialità e non nella sua globalità.
A fine 800, però, un po' in tutti gli ambiti scientifici, si ebbero grandi cambiamenti dovuti alla nascita di nuove prospettive e modelli di lettura. Infatti, al paradigma dell'oggettivismo subentrò, via via, un paradigma opposto, quello del soggettivismo, e da qui si sviluppò il pensiero contemporaneo. Con il paradigma del soggettivismo l'attenzione rispetto all'osservazione non è più tanto rivolta all'oggetto reale, a qualcosa che bisogna solo fotografare: l'attenzione per la prima volta si sposta sull'osservatore e sulla sua soggettività, dunque sull'osservatore inteso come sistema dinamico. Allo stesso tempo si focalizza l'attenzione anche sull'oggetto dell'osservazione, non più considerato come oggetto statico/fisso, ma anch'esso come sistema, come un insieme di elementi in interazione tra di loro. Per osservatore come sistema dinamico e complesso si intende l'osservatore come risultato delle variabili personali e intrapsichiche dinamiche in connessione tra loro. Quindi si comincia a sottolineare come l'osservatore non può essere qualcosa di asettico, distaccato e indipendente dall'oggetto. Al contrario, l'osservatore, in quanto sistema, è portatore di valori, di idee, pensieri, stili cognitivi, modelli di lettura, etc. Si comincia a sottolineare quanto lo sguardo trasparente attraverso cui fotografare la realtà è soltanto un miraggio. Infatti non è vero che è già tutto scritto e che si tratta solo di leggerlo, perché ciò che osserviamo non è la natura in sé stessa, ma la natura esposta ai nostri metodi di indagine, all'interpretazione di ciò che ci appare. L'osservatore in questo senso diventa colui che orienta il processo di conoscenza, colui che gestisce la conoscenza del reale, perché sceglie l'area da focalizzare, sceglie il modello, definisce le procedure, e poi perché analizza e interpreta i dati alla luce del modello. La stessa etimologia della parola "osservazione" ci porta a queste considerazioni, perché viene da "ob" che significa "di fronte" e da "servo" che significa guardiano del bestiame. L'osservatore è colui che sta di fronte a guardare il bestiame, ma il bestiame assume un'identità di gregge solo perché c'è un guardiano, senza di lui si avrebbero soltanto elementi sparsi: in altre parole, il filtro/ modello viene scelto e assunto dall'osservatore, non se lo sceglie ciò che viene osservato. È importante sottolineare che, chiaramente, nella soggettività dell'osservatore deve esserci rigore, altrimenti non si potrebbe parlare di metodo scientifico.
A dare oggettività all'osservazione sono: 5