Documento da eCampus Università su La Rivoluzione Industriale inglese. Il Pdf analizza le cause e le interpretazioni storiografiche di questo periodo, con un focus sui fattori economici e sociali, utile per gli studenti universitari di Economia.
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Corso di Laurea: Insegnamento: Numero lezione: Titolo: Economia
QUESTO TESTO E' UNA SINTESI DI QUANTO DETTO NELL'AUDIOLEZIONE CONTENUTA IN QUESTA SESSIONE
Con questa lezione inizia il secondo nucleo tematico interamente dedicato alle trasformazioni che avvennero in Inghilterra tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, definite storicamente "Rivoluzione Industriale". L'obiettivo di questo ciclo di lezioni è quello di capire quale sia stato il percorso solcato dal paese pioniere che portò ad una trasformazione strutturale. Come si ricorderà, per trasformazione strutturale si intende una serie di avvenimenti che fecero sì che la popolazione "migrasse" da occupazioni agricole a quelle industriali.
La prima lezione di questo nucleo è dedicata alla contestualizzazione del fenomeno e all'evidenziazione del dibattito storiografico che lungamente si è concentrato su diverse interpretazioni. La diversità di interpretazione dipende non tanto sulla ricostruzione dei fatti, quanto sul significato storico che si vuole dare al fenomeno: alcuni hanno accentuato l'aspetto tecnico industriale, altri l'aspetto culturale e così via.
Cominciamo cercando una valida definizione del sintagma "rivoluzione industriale". Le definizioni sono innumerevoli, tante quante sono stati gli storici che si sono occupati di questo periodo storico.
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Thomas Ashton, uno dei più grandi storici che ha compiuto analitiche ricerche sull'argomento, ha definito la rivoluzione industriale come un mutamento rapido e radicale delle strutture economiche avvenuto in Inghilterra tra il 1760 e il 1830.
Sebbene si sia giunti ad accettare la "rivoluzione industriale" come un fenomeno storico di ampia portata, non è mancato chi (in particolare Rondo Cameron) abbia osservato come il sintagma in questione sia impreciso e fuorviante. Impreciso perché solitamente il termine "rivoluzione" si usa per indicare dei fatti precisi che hanno apportato dei cambiamenti immediati per la società. Invece in questo caso si parla di "rivoluzione" per descrivere dei mutamenti maturati in circa 70 anni (tutt'altro che un fenomeno repentino). Fuorviante soprattutto perché la definizione indica un cambiamento "industriale", lasciando credere che la natura del cambiamento sia solo tecnica (la nascita delle fabbriche), mentre si trattò di trasformazioni economiche, sociali e culturali. Anche la datazione, ovvero l'individuazione degli estremi cronologici entro cui si sarebbe maturata la trasformazione, è stata oggetto di dibattito, a seconda dell'aspetto che si intendeva privilegiare: mutamento tecnologico, crescita economica, innovazione organizzativa, sviluppo dei mercati, aspetti demografici ecc. Studi recenti sono giunti alla conclusione che il periodo storico indicato da Ashton corrisponde ad una fase di cambiamenti socioeconomici e politici radicali, tali da giustificare il concetto di "rivoluzione industriale", da intendere, però, non nel senso letterale. Inoltre è stato messo in evidenza come lo sviluppo economico britannico dell'epoca sia stato parte di uno sviluppo globale nel quale gli interessi inglesi svolsero un ruolo sia attivo che reattivo.
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La rivoluzione industriale, espressione imprecisa e fuorviante, viene utilizzata come convenzione storiografica per descrivere un insieme di cambiamenti che contribuirono ad originare il capitalismo industriale. In questa sezione saranno prese in considerazione le diverse interpretazioni storiografiche. Ripercorrerle servirà a comprendere la complessità dell'argomento. Queste diverse posizioni si interrogano su un medesimo problema: la rivoluzione industriale può essere considerata una cesura storica?
Le prime interpretazioni descrivono cambiamenti tecnologici rivoluzionari nell'industria e innovazioni economiche, accompagnate da trasformazioni radicali nella società e nei rapporti sociali.
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Negli anni 1920-30 si affermarono le interpretazioni gradualiste o evolutive, interpretazioni, cioè, che miravano ad affermare come i cambiamenti fossero stati lenti e frutto di un'evoluzione di lungo periodo.
Tra le due guerre si affermarono le interpretazioni cicliche che respingevano l'idea che la rivoluzione industriale fosse un avvenimento unico nel suo genere, ma che fosse solo una caratteristica del ciclo economico espansivo. Schumpeter, si ricorderà, interessato alle onde lunghe dello sviluppo, si concentrò sulle innovazioni come motori primi della crescita e del cambiamento. Poiché vi erano stati anche in seguito altri cambiamenti tecnologici, Schumpeter negava alla rivoluzione industriale l'unicità della sua discontinuità storica.
Dopo il 1945 si ritornò ad una definizione più ampia di rivoluzione industriale che fosse in grado di cogliere i cambiamenti economici, culturali e sociali. Per cogliere la complessità del fenomeno oltre agli studi classici sulle trasformazioni demografiche, agricole e industriali si sono aggiunte anche altre analisi: sul ruolo degli imprenditori, sull'inventiva, sulla variazione dell'indebitamento pubblico, sulla modifica della struttura per età della popolazione, sul ruolo del dissenso religioso ecc.
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Negli anni '60 gli studi dell'esperienza inglese hanno risposto all'esigenza di creare dei modelli teorici di crescita che potessero assistere le economie del terzo mondo.
Lo studio del caso inglese, come si è detto, servì come base per elaborare delle teorie sulla crescita economica. In termini molto semplici si riteneva che capire a fondo gli elementi che furono essenziali per il cambiamento inglese e ricrearli nei paesi sottosviluppati potesse assicurare un'analoga crescita economica. Nelle prossime lezioni, invece, sarà evidente che ogni "rivoluzione industriale", ogni tentativo di emulazione fu sostanzialmente diverso dal caso inglese, che quindi può essere considerato unico e irripetibile.
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Chi ha approfondito studi di età moderna sa bene come nel Settecento vi fossero due paesi che si contendevano il primato economico: l'Inghilterra e l'Olanda. Entrambi erano potenze commerciali, dominavano i mari ed erano spesso in conflitto tra loro. Sembrava addirittura che l'Olanda fosse economicamente più avanzata rispetto all'Inghilterra, eppure la rivoluzione industriale si avviò proprio in quest'ultima. Gli storici allora si sono interrogati: perché la rivoluzione industriale maturò proprio in Inghilterra? Cosa aveva in più rispetto all'Olanda o alla Francia (che rappresentava il paese politicamente più potente d'Europa)? Non sempre è possibile trovare una risposta che sia sicuramente quella giusta, specialmente ad una domanda come questa.
A tal proposito seguiremo l'analisi di Paul Bairoch, che ripercorre le principali posizioni storiografiche e le sottopone a critica. Il primo aspetto considerato è relativo al ruolo svolto dalla religione praticata in Inghilterra e dalla mentalità della popolazione, quindi il riferimento è a fattori culturali. Tesi: L'Inghilterra fu favorita dall'adesione al protestantesimo, favorevole all'attività economica, allo spirito di iniziativa e all'accumulazione di capitale. Critiche: L'impatto del protestantesimo, specie rispetto al cattolicesimo, fu un elemento positivo, però la tesi non è convincente in quanto: 1) vi erano altri paesi protestanti che però non si svilupparono subito; 2) alcune zone cattoliche, come il Belgio, furono dinamiche quanto l'Inghilterra 3) non è assolutamente
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