L'origine del conflitto israelo-palestinese: Dichiarazione Balfour e Risoluzione 181

Documento sull'origine del conflitto. Il Pdf esplora le radici del conflitto israelo-palestinese, analizzando la Dichiarazione Balfour, la Risoluzione 181 e il problema dei profughi, un argomento di Storia per l'Università.

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Lorigine del conflitto
Israele vs Palestina, un conflitto lungo 60 anni
L’ascesa al potere di Hamas è solamente l’ultimo episodio di un conflitto che si
protrae da più di un secolo.
Il problema israelo-palestinese ha origine verso la fine del XIX°secolo con la nascita
del moderno concetto di Sionismo all’interno degli scritti programmatici di Moses
Hess, Judah Alkalai, Hirsch Kalischer e Theodore Hertzl. L’ondata di pogroms nella
Russia zarista di Alessandro II (1881) e il crescente antisemitismo che si andava
diffondendo in Europa, i cui emblemi furono l’”affaire Dreyfus (1896) e la
pubblicazione del falso Protocolli dei savi anziani di Sion”, aveva spinto questi
intellettuali a formulare il suddetto concetto. Il sionismo proclamava la necessità
di fondare uno stato completamente ebraico e rivendicava i suoi “diritti storici”
ed esclusivi sul territorio palestinese, abitato all’epoca da popolazioni
musulmane, druse e cristiane. Fu il giornalista ungherese Hertzl a fondare il
Movimento sionista e ad indire il primo congresso mondiale nel 1897, mentre nel
frattempo iniziava l’immigrazione ebraica in territorio palestinese,provocando
dissapori con la popolazione locale.
Dichiarazione Balfour
La prima guerra mondiale cambiò completamente lo scenario geopolitico del
Medio Oriente, con la caduta del millenario Impero Ottomano e la creazione di
mandati francesi e inglesi in tutta l’area. Il primo vero successo del movimento
sionista fu ottenuto grazie alla celebre Dichiarazione Balfour”, in cui gli inglesi,
mandatari in Palestina, si impegnavano nella “costruzione di un focolare ebraico”
nell’area e allo stesso tempo nella salvaguardia dei diritti della popolazione
araba. La contraddizione insita nel duplice impegno della Gran Bretagna era
evidente e si scontrava con la volontà di autodeterminazione nazionale (ispirata
proprio dagli Alleati durante la guerra con i 14 punti del presidente
statunitense Wilson) di entrambe le popolazioni. L’afflusso di immigranti ebrei e
la realtà di un governo imperialista straniero provocarono un risveglio
nazionalista degli arabi palestinesi, la cui società si polarizzò proprio in quegli
anni. Da un lato vi era la fazione capeggiata dal clan degli Husseini che
richiedeva la fine del Mandato inglese, l’istituzione di uno stato arabo e la
cessazione dell’immigrazione ebraica. Dall’altro vi era la cosiddetta
“Opposizione” dominata da un clan aristocratico di Gerusalemme, i Nashashibi,
che adottava una linea decisamente più morbida nei confronti dell’yishuv. Il
culmine di questa frattura socio-politica venne toccato negli anni 1936-39, con
una serie di rivolte e atti terroristici conclusisi con la sostanziale scomparsa delle
forze dell’Opposizione, anche se, in realtà, ad essere veramente sconfitta fu tutta
la società palestinese, poiché questa profonda frattura aprì la strada alla disfatta
del 1948.
Mentre gli inglesi cercavano di sedare la rivolta (volevano un Medio Oriente
tranquillo vista la minaccia nazista in Europa), venne alla luce la prima proposta
di spartizione della Palestina, promossa da Lord Peel ma subito respinta dall’AHC
(Alto comitato arabo). Fallita questa proposta, Whitehall per accattivarsi tutto il
mondo arabo alla vigilia del secondo conflitto mondiale, pubblicò il Libro
Bianco”sulla Palestina (1939): qui pose grossi limiti all’immigrazione ebraica,
vietando l’acquisto di terreni all’yishuv e promettendo l’indipendenza politica
entro dieci anni ai palestinesi.
Risoluzione 181
Ancora una volta fu il conflitto mondiale a cambiare lo scenario politico
palestinese, rendendo la situazione sempre più sfavorevole per gli arabi. Furono
diverse e varie le ragioni per cui Whitehall (e quindi la Gran Bretagna) affidò la
risoluzione di questo insanabile conflitto all’assemblea delle Nazioni Unite, che il
29 novembre 1947 approvò un piano di spartizione (risoluzione 181) che
prevedeva il 55% del territorio affidato agli ebrei, il 40% agli arabi e la zona di
Gerusalemme posta sotto controllo internazionale. Innanzitutto giocarono a
favore di questa risoluzione e della causa ebraica, le pressioni politico-morali
esercitate dall’Olocausto e dal crescente coinvolgimento americano a favore del
sionismo, che rendevano ormai inevitabile la creazione di uno stato ebraico.
Da non sottovalutare poi la campagna moralmente e politicamente
imbarazzante di Londra, prima e dopo il conflitto, con il divieto d’immigrazione
illegale di ebrei (nonostante il genocidio perpetrato dai nazisti), e con l’elevato
costo economico della lotta contro il terrorismo ebraico ad opera dei revisionisti
dell’IZL (Irgun) e del LHI (Combattenti per la libertà di Israele). Infine l’immagine
dei palestinesi si era macchiata con la rivolta del ’36-’39, e soprattutto con

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L'origine del conflitto israelo-palestinese

Israele vs Palestina, un conflitto lungo 60 anni L'ascesa al potere di Hamas è solamente l'ultimo episodio di un conflitto che si protrae da più di un secolo. Il problema israelo-palestinese ha origine verso la fine del XIXºsecolo con la nascita del moderno concetto di Sionismo all'interno degli scritti programmatici di Moses Hess, Judah Alkalai, Hirsch Kalischer e Theodore Hertzl. L'ondata di pogroms nella Russia zarista di Alessandro II (1881) e il crescente antisemitismo che si andava diffondendo in Europa, i cui emblemi furono l'affaire Dreyfus" (1896) e la pubblicazione del falso "Protocolli dei savi anziani di Sion", aveva spinto questi intellettuali a formulare il suddetto concetto. Il sionismo proclamava la necessità di fondare uno stato completamente ebraico e rivendicava i suoi "diritti storici" ed esclusivi sul territorio palestinese, abitato all'epoca da popolazioni musulmane, druse e cristiane. Fu il giornalista ungherese Hertzl a fondare il Movimento sionista e ad indire il primo congresso mondiale nel 1897, mentre nel frattempo iniziava l'immigrazione ebraica in territorio palestinese,provocando dissapori con la popolazione locale.

Dichiarazione Balfour e il contesto geopolitico

La prima guerra mondiale cambiò completamente lo scenario geopolitico del Medio Oriente, con la caduta del millenario Impero Ottomano e la creazione di mandati francesi e inglesi in tutta l'area. Il primo vero successo del movimento sionista fu ottenuto grazie alla celebre "Dichiarazione Balfour", in cui gli inglesi, mandatari in Palestina, si impegnavano nella "costruzione di un focolare ebraico" nell'area e allo stesso tempo nella salvaguardia dei diritti della popolazione araba. La contraddizione insita nel duplice impegno della Gran Bretagna era evidente e si scontrava con la volontà di autodeterminazione nazionale (ispirata proprio dagli Alleati durante la guerra con i "14 punti" del presidente statunitense Wilson) di entrambe le popolazioni. L'afflusso di immigranti ebrei ela realtà di un governo imperialista straniero provocarono un risveglio nazionalista degli arabi palestinesi, la cui società si polarizzò proprio in quegli anni. Da un lato vi era la fazione capeggiata dal clan degli Husseini che richiedeva la fine del Mandato inglese, l'istituzione di uno stato arabo e la cessazione dell'immigrazione ebraica. Dall'altro vi era la cosiddetta "Opposizione" dominata da un clan aristocratico di Gerusalemme, i Nashashibi, che adottava una linea decisamente più morbida nei confronti dell'yishuv. Il culmine di questa frattura socio-politica venne toccato negli anni 1936-39, con una serie di rivolte e atti terroristici conclusisi con la sostanziale scomparsa delle forze dell'Opposizione, anche se, in realtà, ad essere veramente sconfitta fu tutta la società palestinese, poiché questa profonda frattura aprì la strada alla disfatta del 1948.

Mentre gli inglesi cercavano di sedare la rivolta (volevano un Medio Oriente tranquillo vista la minaccia nazista in Europa), venne alla luce la prima proposta di spartizione della Palestina, promossa da Lord Peel ma subito respinta dall'AHC (Alto comitato arabo). Fallita questa proposta, Whitehall per accattivarsi tutto il mondo arabo alla vigilia del secondo conflitto mondiale, pubblicò il "Libro Bianco"sulla Palestina (1939): qui pose grossi limiti all'immigrazione ebraica, vietando l'acquisto di terreni all'yishuv e promettendo l'indipendenza politica entro dieci anni ai palestinesi.

Risoluzione 181 e le sue conseguenze

Ancora una volta fu il conflitto mondiale a cambiare lo scenario politico palestinese, rendendo la situazione sempre più sfavorevole per gli arabi. Furono diverse e varie le ragioni per cui Whitehall (e quindi la Gran Bretagna) affidò la risoluzione di questo insanabile conflitto all'assemblea delle Nazioni Unite, che il 29 novembre 1947 approvò un piano di spartizione (risoluzione 181) che prevedeva il 55% del territorio affidato agli ebrei, il 40% agli arabie la zona di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale. Innanzitutto giocarono a favore di questa risoluzione e della causa ebraica, le pressioni politico-morali esercitate dall'Olocausto e dal crescente coinvolgimento americano a favore del sionismo, che rendevano ormai inevitabile la creazione di uno stato ebraico.

Da non sottovalutare poi la campagna moralmente e politicamente imbarazzante di Londra, prima e dopo il conflitto, con il divieto d'immigrazione illegale di ebrei (nonostante il genocidio perpetrato dai nazisti), e con l'elevato costo economico della lotta contro il terrorismo ebraico ad opera dei revisionisti dell'IZL (Irgun) e del LHI (Combattenti per la libertà di Israele). Infine l'immagine dei palestinesi si era macchiata con la rivolta del '36-'39, e soprattutto conl'appoggio ai nazisti durante la guerra (Husseini fu esiliato in Egitto); l'yishuv invece aveva arricchito la sua esperienza in campo militare e rafforzato la sua economia.

L'yishuv accolse con gioia la risoluzione mentre invece l'AHC la respinse con decisione, ritenendola iniqua e innescando un'ondata di disordini. L'ALA (Esercito di liberazione arabo) sostenuto da migliaia di volontari provenienti dal mondo arabo, iniziò presto a scontrarsi con l'Haganah e le altre formazioni militari ebraiche. Quello che sembrava un semplice "remake" dei fatti del '36-'39 si trasformò ben presto in una vera e propria guerra civile, anche a causa dell'annuncio del ritiro inglese e della fine del Mandato entro il 15 maggio del 1948.

L'unica preoccupazione dell'Haganah era quella di un possibile coinvolgimento inglese e un'eventuale invasione degli stati arabi confinanti, poiché la loro superiorità militare e logistica era netta nei confronti dei palestinesi. In più l'yishuv funzionava come "uno stato nello stato" e sarebbe stato in grado di divenire appunto uno stato nel giro di poche settimane, grazie anche alla sua guida politica decisa ed esperta (il Mapai con David Ben Gurion); la società palestinese era invece lacerata e disorganizzata, l'unico ente funzionante (l'AHC) andava ad intermittenza ed era divenuto praticamente inefficiente dopo la parziale fuga del ceto medio: emblematico il fatto che negli anni 1948-'49 la causa palestinese fu sostenuta presso le Nazioni Unite dagli altri stati arabi e non dai palestinesi stessi.

Quando divenne chiaro che gli inglesi non sarebbero intervenuti in alcun modo, l'Haganah cambiò radicalmente la sua strategia da difensiva a offensiva, con l'obiettivo di arrivare alla fatidica data del 15 maggio (in cui fu proclamata la nascita dello stato ebraico di Israele) con le linee di comunicazione interne e i confini sicuri,"ripuliti" dai nemici palestinesi, per affrontare al meglio l'inevitabile invasione degli stati arabi confinanti.

Il problema dei profughi

Fu proprio questa guerra a dare vita al problema più grave e opprimente che ancora oggi non accenna a trovare una soluzione: il problema dei profughi. Durante la guerra circa 700.000-800.000 arabi furono espulsi o comunque abbandonarono le loro abitazioni, cercando rifugio nei paesi confinanti o in altri luoghi della Palestina stessa. Il concetto di "trasferimento" era legato indissolubilmente al sionismo sin dalla sua nascita, in quanto la creazione di uno stato ebraico sarebbe stato impossibile, o quantomeno difficoltosa, su un territorio a maggioranza araba. Questo concetto rimase celato nella mente di molti leader dell'yishuv fino agli anni trenta, in quanto un trasferimento massiccio era considerato moralmente poco accettabile e politicamente pericoloso. Ma fuappunto in questi anni che la tesi iniziò ad essere sostenuta ad alta voce da molti dirigenti dell'yishuv a causa di alcuni cambiamenti socio-politici in corso.

Innanzitutto il risveglio nazionalista palestinese, sfociato in rivolte e disordini, dimostrò come un'ampia minoranza araba avrebbe minacciato l'esistenza stessa del neonato Stato ebraico dal suo interno (la cosiddetta "quinta colonna"); successivamente la seconda guerra mondiale e l'Olocausto resero poi l'immigrazione ebraica più imponente e impellente, quindi gli ebrei necessitavano di più terre e case, da sottrarre naturalmente agli arabi. Anche in Occidente questa ipotesi ebbe dei sostenitori, come Lord Peel, che nella sua prima proposta di spartizione incluse una clausola che prevedeva un trasferimento di popolazione (nel caso greco-turco questa soluzione si era rivelata positiva).

Il concetto pre-bellico di trasferimento non venne mai trasformato in vera e propria politica di espulsione di massa, anche se quest'ultima era profondamente desiderata a livello locale e nazionale dalla maggioranza dell'yishuv. Ma mentre questo desiderio condiviso non si tramutò mai in una politica sistematica, un gran numero di arabi venne espulso, soprattutto dopo l'invasione panaraba di metà maggio del '48. Molta ambivalenza e confusione contraddistinsero le azioni dell'Haganah e dell'IDF nei confronti della popolazione araba, dettate spesso da circostanze locali o dalla volontà dei singoli comandanti di battaglione e brigata. La politica israeliana sul trattamento dei profughi non fu affatto ambivalente, in quanto il ritorno di quest'ultimi venne impedito con ogni mezzo, e coloro che riuscivano ad infiltrarsi e rientrare, venivano puntualmente rastrellati ed espulsi. Una gran parte di coloro che diventarono profughi era fuggita dalle proprie case non perché costretti, ma per il timore di vivere sotto il dominio ebraico e per le azioni militari dell'Haganah; molti pensavano poi che rimanere sotto il dominio dell'yishuv li avrebbe fatti apparire dei traditori agli occhi dei leader palestinesi.

Prima fase dell'esodo palestinese

Mar Mediterraneo ISRAELE Petah Tiqwa Amman 20 Ouf's Derico Gerusalemme !! Mar Morto Biler Shows GIORDANIA PY THI EGITTO, Lat 20° N

Questa fuga caratterizzò la prima delle quattro fasi dell'esodo, svoltasi tra il dicembre '47 e il marzo '48. Molte famiglie dei ceti superiore e medio partirono dalle città destinate a trovarsi all'interno del futuro Stato ebraico previsto dalla spartizione (Jaffa,Haffa,Acri), o dai quartieri vicini alla Gerusalemme ovest ebrea, per dirigersi negli stati arabi confinanti. Tutte queste famiglie pensavano che l'esilio fosse temporaneo e possedevano ad ogni modo i mezzi finanziari per mantenersi. La partenza dei ceti superiori e dei leader locali scoraggiò ovviamente le masse urbane e gli abitanti dei piccoli centri vicini, che si sentivano abbandonati alla mercè del nemico sionista. Le azioni militari di cecchinaggio, lanci di bombe, raffiche di mitragliatrici e imboscate non facevano altro che peggiorare la situazione. I problemi negli spostamenti e nelle comunicazioni si sommarono a quelli della distribuzione alimentare e della disoccupazione, e così, anche se la fuga significava miseria per la maggior parte della popolazione, moltissimi partirono.

Le offensive e controffensive dell'aprile-giugno fecero sì che l'effetto cumulativo delle paure, privazioni, abbandono e devastazioni dei mesi precedenti sopraffacesse la naturale riluttanza ad abbandonare le proprie case e proprietà. Il morale degli arabi crollò drammaticamente di fronte all'evidente superiorità militare dell'Haganah sulle forze palestinesi, dando vita alla seconda e cruciale fase dell'esodo. L'AHC si oppose in un primo momento all'esodo (degli uomini in età di leva, tutti gli altri furono esortati ad andarsene, in special modo le donne) ma il suo intervento fu ancora una volta inefficace; è stato comunque sfatato il mito dell'appello arabo alla fuga di massa grazie agli studi dei "nuovi storici", che hanno contribuito a far luce sulle responsabilità del '48. Alcuni ordini di espulsione e manovre di guerra psicologica scatenarono, insieme alle azioni militari, una sorta di effetto domino, che vedeva cadere e spopolarsi prima le città, poi gli

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