Documento di Appunti sull'intercultura in testa, un progetto pedagogico che esplora le dinamiche migratorie e la percezione sociale. Il Pdf, utile per lo studio universitario di Psicologia, analizza concetti come etnocentrismo e relativismo, offrendo una prospettiva chiara e approfondita sugli elementi fondamentali del discorso interculturale.
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Questo primo capitolo è dedicato a tracciare gli elementi essenziali della pedagogia interculturale, di modo da introdurre al tema anche il lettore neofita e poter avere la grammatica essenziale per leggere le successive argomentazioni. Queste ultime partono dal nostro rapporto con la realtà, dal nostro modo di vederla e come possiamo su di essa orientare sguardo e intenzione. Passano poi attraverso una rilettura prospettica e dimensionativa di ciò che crediamo di avere sotto il naso, ma che non vediamo veramente, per giungere non solo a vedere la realtà, ma per abitarla. Il punto non è quello di costringere nessuno all'intercultura, né - d'altra parte - limitarci al compiacimento delle sue buone ragioni. Si devono invece formare (gli educatori/insegnanti) ed educare (gli educanti/alunni) all'intercultura fornendo elementi di realtà, di lettura di realtà, di sapere (pedagogico prima e poi antropologico e sociologico, ma letti in chiave educativa) di modo che ognuno "arrivi" da solo a un'autentica attenzione, sensibilità e competenza interculturale. Non dobbiamo convincere, ma far sì che ognuno possa persuadersi da sé, e aderire così a questa prospettiva così bella e così sfidante. Per questo, nel presente volume, la parte di pedagogia sta in fondo, a raccogliere le ragioni delle argomentazioni precedenti: se in educazione non è possibile evitare di metterci il cuore, è sempre bene poi guidarlo con la testa, non con la pancia. E io sono, lo dichiaro subito, un pedagogista che pensa che il primo strumento dell'educatore/insegnante sia il suo sapere e sia questo a qualificarne l'etica. Tuttavia, nonostante il testo sia un percorso per dimostrarne la consa pevolezza, ritengo importante mostrare subito l'assassino: l'intercultura è un progetto pedagogico. Partiamo dalle cose semplici. Partiamo dalle parole.
Multi e Inter-cultura sono parole diverse che - in chiave pedagogica - indicano due costrutti significativamente differenti. Un elemento di problema sta nel fatto che tale distinzione non vale per altre discipline "vicine" e importanti in chiave interculturale (come la sociologia e l'antropologia culturale) e - più in generale - nel contesto linguistico anglosassone. In tali ambiti i due termini finiscono spesso per sovrapporsi, scambiarsi o essere utilizzati come sinonimi. Non facciamone un problema troppo grande: basta saperlo, tenerne conto e - per far nostro - distinguere bene i due concetti perché è quello che ci serve. In estrema sintesi:
multicultura è un dato di fatto relativo alla compresenza di appartenenze (anche) culturali diverse in un medesimo contesto. In questo senso, la multicultura non è né buona né cattiva, o meglio, ha sia aspetti positivi che problematici.
L'intercultura invece è il progetto (pedagogico) sulla realtà multiculturale, volto a massimizzarne le potenzialità e rendere così superabili le difficoltà. L'intercultura ha solo una direzione umanamente positiva verso la quale tendere, anche se nella pratica è difficile realizzarla.
Dal punto di vista pedagogico, la distinzione è tanto chiara che vale la pena recuperare uno schema di Nanni: La multiculturalità è la presa d'atto sull'esistente, sulla sua eterogeneità e intersezionalità, mentre l'intercultura è la risposta educativa sulla multiculturalità (A). This document is available on studocu Scaricato da Jessica Pasqual (gessica.pasq85@gmail.com)Secondo Nanni ci sono due piani particolarmente significativi da cui emerge la distinzione tra questi due concetti:
Nel primo piano (B), la prospettiva multiculturale legge la pluralità e l'eterogeneità culturali come un "processo spontaneo", legato a vari ordini di dinamiche (storiche, sociali, economiche, tecnologiche, politiche, ambientali.). La lettura interculturale, invece, muove da quel medesimo processo, non per declinarlo verso il suo esito spontaneo, bensì nella direzione di un'evoluzione umanamente positiva, per il tramite di un intenzionale progetto pedagogico: è perciò "processo + progetto" Rispetto invece al secondo piano di differenza (C), tra le due prospettive vi è un diverso modo di intendere i rapporti culturali: per quella multiculturale il rapporto è impostato in termini oggettuali (cioè l'altra cultura viene collocata nell'asse degli oggetti da esplorare, conoscere e utilizzare), in chiave estrinseca (come aggiunta per la relazione che si intende avere), cumulativa (poiché il rapporto si configura come rigonfiamento dell'oggetto, addizionandolo di un sovrappiù di oneri e/o vantaggi) ed enciclopedico (cioè tutto giocato sulla conoscenza descrittiva dell'oggetto). Invece, l'atteggiamento interculturale non pensa la relazione tra due culture come rapporto tra due oggetti, né riduce l'altra cultura a insieme statico di elementi, ma muove dalla costitutiva dinamicità e relazionalità di ogni cultura: al pari di quella di ogni essere umano, tale tensione costituisce un potenziale da guidare e sostenere affinché possa realizzarsi. Il modo interculturale di impostare il rapporto non sarà allora oggettuale, ma soggettuale (dove le appartenenze culturali non sono attribuzioni, ma dimensioni relative e inalienabili ai soggetti di relazione), intrinseco (in cui la relazionalità è da riscoprire come dimensione di corrispondenza autentica), interattivo (nel senso che la relazione non è assorbimento di elementi dell'altro, ma scambio e crescita reciproca), ed epistemico (vale a dire, imperniato su una conoscenza di significato, relativa e prospettica).
Prendiamo ora un'altra coppia di termini: etnocentrismo e relativismo. Normalmente sono posti all'interno di una dicotomia ingenua che perde di vista l'essenziale: il fatto che, per quanto diametralmente opposti, entrambi finiscono per escludere la prospettiva interculturale. Possiamo definire l'etnocentrismo come la teoria della superiorità della propria cultura rispetto a tutte le altre. Così, con le parole di Tullio-Altan, gli appartenenti a una determinata società caratterizzata da una sua cultura specifica ritengono quest'ultima come la più valida in senso assoluto in rapporto a ogni altra esistente in passato e in futuro, e tale per cui le si debba attribuire una condizione di primato e all'occasione la si debba imporre forzosamente anche ad altri popoli, altrimenti considerati inferiori, o riservare in esclusiva al popolo cui si appartiene, cui spetterebbe peraltro in tal caso la supremazia politica su tutti gli altri. con cui verrà in contatto. Bisogna inoltre aggiungere che storicamente l'etnocentrismo è coinciso sostanzialmente con l'eurocentrismo (Kilani, 1994) o più in generale con l'occidentalismo (Pasquinelli, 2005), giungendo persino a ipotizzare teorie scientificamente assurde ma sfacciatamente utili come quella dell'evoluzionismo sociale. La splendida costruzione darwiniana è stata usata per contrabbandare qualcosa che esisteva prima - l'uso della forza e di soprusi per la supremazia dell'uomo bianco - e Scaricato da Jessica Pasqual (gessica.pasq85@gmail.com)che abbisognava di una giustificazione "scientifica". Dopo Spencer «quelli che erano chiamati i selvaggi - uomini delle selve, vicini alla natura - furono ribattezzati "primitivi", cioè appartenenti a uno stadio evolutivo simile a quello in cui i popoli civili si erano trovati "prima"», giustificando un colonialismo di sopruso e sfruttamento come «"fardello dell'uomo bianco" per accelerare l'evoluzione di chi era rimasto indietro sulla via del progresso» (Marazzi). Appare chiaro che l'etnocentrismo è una via piuttosto diretta per giungere al razzismo. Con il razzismo la teoria della superiorità della propria cultura sulle altre prende vesti biologiche o comunque sostanziali. Inutile dire che etnocentrismo e razzismo chiudono ogni prospettiva interculturale.
Il relativismo culturale si pone quale antidoto alle derive di chiusura dell'etnocentrismo. In prospettiva relativista, le culture si possono capire solo dal loro stesso interno e pertanto vanno comprese secondo i propri stessi criteri, gusti e valori. Come affermava Herskovits, i giudizi sono basati sull'esperienza, e l'esperienza è interpretata da ciascun individuo in termini della sua propria inculturazione. Se ogni cultura è relativa a se stessa, nessuno può rivendicare alcuna supremazia, poiché ogni espressione culturale ha un valore paritario rispetto alle altre. Eppure dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale, dopo il colonialismo e il razzismo di stato (nazismo e fascismo, per citare i più famosi), Herskovits chiese alle Nazioni Unite di adottare il relativismo come base per la Carta di dichiarazione dei diritti universali, cosa che però fu respinta. Le ragioni sono ovvie:
A parte il fatto che il relativismo porta a una sostanziale impossibilità di confronto e quindi di dialogo con l'alterità, anch'esso - oltre all'etnocentrismo - diviene un modo per giungere al razzismo. Benché dalla parte opposta, siamo nuovamente ben lontani da una prospettiva interculturale. Potremmo chiamare quelli descritti come etnocentrismo e relativismo assoluti. In quanto tali, per quanto ali antipodi, giungono allo stesso esito e sono di enorme danno in ambito interculturale. Rispetto al primo, è necessario distinguere tra etnocentrismo come teoria della propria superiorità culturale e la naturale inclinazione verso i modi della propria cultura d'appartenenza. Questa inclinazione che con Levi-Strauss possiamo definire autopreferenza o etnocentrismo naturale, con Tullio-Altan è propria di ogni società e gruppo umano (Todorov, 1989) e non ha nulla di male. Anzi, la specificazione del sé è condizione di senso per l'incontro con l'altro, poiché sono due diversità a incontrarsi. Dobbiamo distinguere un relativismo teorico (assoluto), da uno morale e di metodo. Sugli esiti di un relativismo assoluto abbiamo brevemente detto, aggiungendo solo con Gobbo che affermando contemporaneamente la parità delle culture e la loro differenza, si corre il rischio di non prestare sufficientemente attenzione, da un lato, a ciò che esse condividono, o sono giunte a condividere, in termini di valori, credenze, strutture, istituzioni, e di ignorare, dell'altro, le differenze intraculturali. Cosa assai diversa dal relativismo assoluto e da salvaguardare come atteggiamento di apertura e decentramento, è la dimensione morale del relativismo, quale opposizione alle pretese preventive di superiorità di un gruppo, immancabilmente legate a differenziali di potere. This document is available on studocu Scaricato da Jessica Pasqual (gessica.pasq85@gmail.com)