Documento sull'argomento "Riassunto: Stare in gruppo" che esplora la psicologia sociale dei gruppi. Il Pdf analizza le diverse tipologie di gruppi, il dilemma dell'appartenenza e il processo di socializzazione, con un focus sulle esperienze infantili, utile per lo studio universitario di Psicologia.
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I gruppi non sono semplici aggregati di individui anonimi, ma sono organismi vivi con una loro traiettoria evolutiva: il loro costruirsi, crescere, morire.
Quali sono i criteri dai quali si può parlare di gruppo nell'ottica della psicologia sociale?
Per quanto riguarda la numerosità del gruppo si fa distinzione tra:
Un'altra tipologia di gruppi si basa sul carattere di volontarietà o di obbligatorietà alla base della loro costruzione. Ci sono autori che distinguono gruppi volontari (es.cacciatori), gruppi di fatto in cui si partecipa senza averlo scelto ma senza essere obbligati e gruppi imposti in cui l'individuo deve per forza partecipare (es. gruppo terapeutico dipendenze).
In una direzione analoga si possono distinguere i gruppi che nascono spontaneamente e quelli che invece sono offerti agli individui o dalle istituzioni soci. Si tratta di gruppi formali e gruppi informali.
Un'altra distinzione è quella fra gruppi primari e secondari. I gruppi primari si distinguono per il loro significato psicologico, per le forti relazioni fra i membri e per il loro peso sull'identità dei partecipanti, che si sentono riconosciuti e trovano un soddisfacimento dei loro bisogni; i gruppi secondari hanno una caratterizzazione più formale e istituzionale, i partecipanti hanno ruoli definiti esternamente e contribuiscono a perseguimento di obiettivi decisi dall'associazione.
La distinzione fra questi due gruppi non è sempre facile da delineare; si parla quindi di primarietà (possibilità di avere nel gruppo relazioni intense) e secondarietà, con cui ci si riferisce a caratteristiche più impersonali, limiti formali e definiti esternamente.
Esistono gruppi sperimentali, cioè costituiti dai ricercatori per mettere alla prova ipotesi di ricerca; si tratta di gruppi artificiali, provvisori, ma abbastanza interessanti per capire in vitro certi processi che si realizzano abitualmente nei gruppi. Mentre i gruppi reali, sono gruppi che esistono e si sviluppano nei contesti della vita quotidiana.
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Nelle scienze sociali si ribadisce da alcuni anni che esistono culture individualiste, espressione delle nostre società occidentali, in cui l'enfasi è posta sull'individuo e i suoi bisogni a detrimento del sento di appartenenza al gruppo, e culture collettiviste, in cui la centralità è accordata a processi di natura collettiva e in cui l'individuo non è importante tanto in sè, ma quanto come appartenente a gruppi.
La vita di numerose specie animali è in gran parte segnata dall'appartenenza di gruppo per motivi legati alla sopravvivenza. I neonati dei mammiferi sono immaturi alla nascita e necessitano delle cure degli adulti per essere nutriti, curati, protetti. La classe dei mammiferi è contrassegnata da questa forte dipendenza originaria del piccolo dagli adulti della propria specie, dipendenza che crea le basi di una tenenze all'affiliazione all'appartenenza di gruppo.
La nostra specie è la più lenta ad evolversi e autonomizzarsi di tutto il regno animale. Questa lenta crescita è una debolezza della specie e nel nostro corredo istintuale esistono delle predisposizioni alla vita sociale che permetto il perpetuarsi della vita: dal lato degli adulti l'istinto della protezione fa si che i piccoli non vengano abbandonati e vengano costruiti, dal lato dei neonati sono state messe in rilievo risposte alle configurazioni che somigliano al volto umano; i sistemi di segnalazione (pianto, sorrisi, vocalizzi) che hanno la funzione di richiamo o quella di maniere l'adulto vicino, come il sorriso che a poche settimane dalla nascita diviene "sociale" per poi diventare "selettivo" quando stimolato da volti familiari. Le fasi di pausa-attività durante la stazione permettono un promo abbozzo di sincronia. Ciò costituisce una prima base al rapporto comunicativo e alla sua necessaria sincronizzazione tra gli interlocutori.
La vita i grupo si configura fin dagli esordi della vita ed è una necessità piuttosto che una scelta: dal punto di vista biologico il gruppo assicura la base sicura per la sopravvivenza.
Se il vivere in gruppo da un lato è una necessità, dall'altro ha più di un aspetto paradossale. La propensione biologica alla vita di gruppo non implica un'abilità naturale a interagire facilmente con tutti i membri della propria specie, per cui la crescita dell'essere umano include lo sviluppo di una serie di competenze che facilitano l'integrazione sociale, che mirano a consolidare i rapporti con gli altri e che portano alla capacità di effettuare scelte di campo, trasmigrando da un gruppo all'altro.
Il ruolo del gruppo nella specie umana ha varie connotazioni, alcune più generali e distanti, altre specifiche e vicine. Per le connotazioni più distanti possiamo parlare dei prodotti di gruppo come la lingua che parliamo, le regole, le convenzioni diffuse, le tradizioni, l'alimentazioni ecc.
Per quanto riguarda la connotazione più vicina possiamo osservare che il nostro vivere nel mondo passa attraverso esperienze di appartenenza diretta a gruppi specifici: i giochi fra bambini, le classi scolastiche, le compagnie di amici, i gruppi di lavoro ecc. In una zona intermedia fra l'esperienza più generale e quella più vicina abbiamo delle appartenenze di gruppo che ci designano come membri di un villaggio o città, di una regione, di una nazione, di una razza, di un sesso, di un etnia.
La nostra esistenza si svolge nella dinamica non sempre pacifica fra la nostra identità personale, che disegna ciò che ciascuno di noi pensa e sente di essere come individuo con le proprie caratteristiche peculiari, e la nostra identità sociale, che ci identifica come appartenenti a uno più gruppi, alcuni ristretti altri estesi.
Sotto la spinta di eventi esterni e di percorsi interni, individuali, le nostre appartenenze di gruppo possono avere dei mutamenti e dei riassesti, che aumentano o diminuiscono il sentimento di "far parte", di essere membri di quel gruppo e categoria sociale. In ogni caso, una parte del nostro comportamento sociale è influenzato se non determinato dalla nostra identità sociale.
Tajfel ha posto al centro della sua opera scientifica proprio lo studio dell'identità sociale, dei suoi rapporti con l'identità personale, delle diverse sfaccettature del comportamento sociale. Secondo questo autore, il nostro comportamento sociale si pone continuamente lungo un'immaginaria linea che ha ai propri estremi da un lato il comportamento interpersonale dall'altro il comportamento intergruppi. Quando siamo verso l'estremo interpersonale, ci comportiamo nei confronti di un altro o di altri individui in base alle nostre personali inclinazioni di simpatia o antipatia, di accettazione o di rifiuto; il nostro agire è determinato da quello che percepiamo Pagina 2 di 19dell'altro come persona, indipendentemente dalle sue appartenenza sociali. Il focus è in questo caso il rapporto fra individui "spogliati" delle rispettive appartenenze sociali e l'identità emergente è quella persona. Quando siamo più prossimi all'estremo interruppi ci comportiamo nei confronti di un altro o di altri in base alle reciproche appartenenze sociali; il focus in questo caso è il rapporto fra gruppi e non fra individui; l'identità all'opera è quella sociale. Può succedere che si possa avere più sita per un appartenente ad un gruppo diverso che per un membro del nostro gruppo. Possiamo immaginare il continuum comportamento interpersonale/comportamento intergruppi come un termometro in cui la lancetta non è mai fissa, ma si sposta a seconda sia del nostro modo di pensare e di sentire, sia a seconda di quanto succede intorno a noi.
Secondo tajfel è più difficile ipotizzare un estremo "puro" interpersonale che un estremo "puro" intergruppi, in quanto anche negli incontri più emozionali e più personali è difficile che non esista fra due individui una qualche linea di demarcazione, un qualche confine fra le rispettive appartenenze.
Perche sembra quasi inevitabile confrontare il proprio gruppo ad altri e si tende a considerare il proprio gruppo migliore? Perché decidiamo di identificarci ad un gruppo piuttosto che ad un altro?
Tajfel sostiene che non potremmo adattarci alla realtà esterna se non esistesse il meccanismo della categorizzazione sociale per cui gli individui dividono il mondo sociale nelle categorie "noi" (ingroup) e "loro" (outgroup); questo meccanismo ci permette di orientarci nella grande complessità della vita sociale e di metterla in ordine. Dopo questa categorizzazione vogliamo renderci conto quanto valga il nostro gruppo rispetto agli altri, e svolgiamo dei confronti con i gruppi più prossimi. In queste comparazione c'è la tendenza a favorire il proprio gruppo, questo perché connesso alla propria autostima, cioè decretare la superiorità del proprio gruppo contribuisce al consolidamento della propria stima di sè. Non sempre è facile convincersi di questa superiorità, dato che i gruppi cui non si appartiene possono avere varie e incontestabili positività. Una minoranza etnico può trovare alcuni elementi che la distinguono positivamente dalla maggioranza al potere.
Altri autori, come Dominic Abrams e Michael Hogg, ritengono che l'appartenenza ad un grippo non può essere motivata solo dal bisogno di autostima, ma sono da prendere in conto altre motivazioni, come la riduzione dell'incertezza. Gli esseri umani hanno bisogno di trovare un significato all'esistenza, di sentirsi sicuri nella vita sociale, questo bisogno di certezza non può essere soddisfatto dall'individuo isolato, ma solo dall'appartenenza a gruppi sociali.
Secondo Kay Deaux vi sono almeno 5 tipi di identità sociali:
Non è possibile ipotizzare un solo meccanismo che spieghi il perché ci si identifichi in un gruppo o nell'altro. Secondo Deaux esistono almeno sette motivazioni sottostanti all'appartenenza di gruppo, ognuna delle quali può agire da sola o insieme ad altre per spiegare l'identificazione al gruppo: la coscienza di sè e del mondo circostante, il confronto e la competizione interruppi; la cooperazione e la coesione all'interno del gruppo; la stima di sè collettiva, il confronto dentro il gruppo; l'interazione sociale; il coinvolgimento romantico.
Se la nostra realtà di individui è così permeata di sociale, cosa resta allora della nostra essenza individuale? Mead sosteneva che all'interno di ciascun Se personale ci sono un lo e un Me. L'lo è la parte più originale e creativa, quella meno influenzata dalle appartenenze sociali; il Me è la parte più sociale, più di gruppo, più incline a seguire le normative principali. Il rapporto fra l'io e il Me, all'interno di ciascun individuo, non è sempre pacifico e armonico, ma è segnato da conflitti e tensioni, per cui di volta in volta si può assistere al prevalere di una parte sull'altra in modi imprevedibili non solo per coloro che ci osservano dall'esterno, ma anche per noi stessi.
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