Documento sull'infanzia nella storia della pedagogia dall'antichità alla prima metà dell'800. Il Pdf esplora le condizioni sociali e le teorie educative, analizzando pratiche e concezioni dell'infanzia in diverse civiltà antiche e introducendo il pensiero di Froebel, utile per lo studio universitario.
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Lez.1- Riflessioni sull'infanzia nella pedagogia dall'antichità agli esordi dell'epoca moderna
La storia della condizione dell'infanzia, in particolare di quella appartenente al ceto povero e ignorante, ha avuto, a partire dall'antichità, momenti dolorosi e drammatici, che denotano una totale subordinazione del fanciullo all'adulto.
Presso i Fenici, gli Assiri, i Greci, i Romani, la condizione infantile fu in genere tragica. Fenici, Assiri, Atzechi, Indiani praticavano, come è stato ampiamente documentato, sacrifici di bambini alle divinità.
Del tutto diverse erano invece le condizioni dell'infanzia nell'antico Egitto, ove erano ignorate le pratiche dell'infanticidio, e anzi il culto della famiglia induceva all'amore per i bambini. Presso il popolo egizio tutti i fanciulli erano considerati legittimi, anche se nati da donna schiava e da padre ignoto; era fatto obbligo a tutti i genitori di allevare ed educare i propri figli.
Presso il popolo ebraico i bambini privi di genitori ricevevano dalla comunità gli aiuti necessari: le necessità degli orfani venivano soddisfatte attraverso una cassa comune di beneficienza.
L'aborto e l'infanticidio erano considerati in Grecia leciti mezzi per evitare l'eccessivo aumento demografico.
Platone (Atene 428 o 427 a.C. - ivi 348 o 347) nel Teeteto riconosceva espressamente alla levatrice il diritto di facilitare l'aborto quando la madre fosse decisa a volerlo.
Aristotele (Stagira 384-83 a. C. - Calcide 322 a. C.) nella Politica scriveva: «Quanto invece al numero dei figli, se la regola del costume vieta che alcuni dei nati venga esposto, bisogna fissare il massimo di procreazione. E se ad alcuni accoppiandosi avvenga di superarlo, prima che si generino sensibilità e vita occorre provocare l'aborto».
Infanticidio, abbandono, sfruttamento e maltrattamenti di vario genere erano prassi quotidiane anche nella Roma regia e imperiale.
L'infanticidio era spesso determinato da superstizione e ignoranza. Coloro che nascevano con particolari tare (macchie sulla pelle, escrescenze e altri particolari irrilevanti) venivano eliminati perché questi segni erano considerati prodigia mala, cioè rivelazioni di calamità, di sventure. Anche i nati con imperfezioni fisiche venivano uccisi.
L'abbandono inoltre non era da nessuno considerato delitto, così che le rive del Tevere e il Foro Olitorio alle pendici del Campidoglio erano luoghi dove in genere i neonati venivano abbandonati, frequentatissimi da persone senza scrupoli che si impossessavano degli innocenti abbandonati e li allevavano servendosene poi per i loro scopi.
Spesso i piccoli, cresciuti, venivano evirati per farne voci bianche e le femminucce erano quasi sempre destinate alla prostituzione.
Il filosofo Lucio Anneo Seneca non considerava delitto la mutilazione dei piccoli abbandonati per farne dei mendichi deformi, in quanto gli esposti, res nullius, non appartenevano a nessun censo.
La condizione dell'infanzia a Roma cominciò a liberarsi dall'infamia dell'evirazione sotto l'impero di Domiziano, il quale proibì che i bambini venissero evirati e allo scopo di scoraggiare il commercio degli eunuchi stabilì che il loro prezzo dovesse essere fissato dall'imperatore. L'iniziativa di Domiziano fu di fatto il primo provvedimento giuridico di tutela nei confronti dell'infanzia abbandonata. L'Imperatore Traiano a sua volta partendo dalla considerazione che la causa principale della dissoluzione delle famiglie era costituita dalla miseria diede luogo alle institutiones alimentarie: vale a dire un sussidio alimentare a favo re dei fanciulli bisognosi fino all'età di 14 anni.
Non mancano nella storia della pedagogia autori che in varie epoche si sono interessati secondo varie prospettive dell'educazione già nella prima infanzia, stilando precetti, dando indicazioni, formulando regole sulle cure fisiche, igieniche, affettive, formative corrispondenti ai bisogni dei bambini in questa particolare età della vita.
Il termine INFANZIA deriva dal latino infans, vocabolo in cui il prefisso negativo in è collegato al participio presente del verbo fari, che significa dire, parlare. Impiegato come attributo, infantes, cioè "non parlanti", qualificava gli animali, gli oratori privi di facondia o i pueri. La frequenza dell'espressione pùeri infantes, sostantivata e ridotta poi a infantes, comporta un'estensione del significato del termine infantia, che esprime sia l'incapacità di parlare sia il periodo della vita nel quale i fanciulli sono detti infantes.
L'infanzia, negativamente, evoca dunque il linguaggio. Il bambino è esemplarmente colui che non parla (in-fans): bambino, bambo, babbeo, balbettante, fanciullo, infante sono termini che portano in sè etimologicamente l'allusione ad un impedimento del linguaggio. L'infante non può parlare non perchè gli è impedito l'accesso alla parola, ma perchè non possiede il senso dei suoni che articola. Lo scrittore latino Marco Terenzio Varrone nel De lingua latina scrive: parla (fatur) un uomo che per la prima volta emette una parola dotata di senso, ecco perchè prima che siano capaci di farlo, i bambini si chiamano infantes: infante è chi non ha linguaggio per dire ciò che conosce.
La prima età della vita umana è quindi l'infanzia che dura all'incirca 7 anni. A 7 anni infatti il bambino possiede capacità intellettuali sufficienti perchè la parola da lui enunciata possa essere definita dal verbo fare.
Isidoro di Siviglia, dottore della chiesa e Santo, nato intorno al 570, sosteneva che gli infantes sono come i pazzi, fatui, che non comprendono nè cio che dicono, nè cio che sentono dagli altri.
A 7 anni gli INFANTES divengono PUERI: la differenza corrispondeva alla distinzione tra bambini che sono in età scolare e bambini che non lo sono. La tradizione, soprattutto in campo medico, ha individuato nei primi 7 anni di vita del bambino, alcune tappe critiche per la sua stessa sopravvivenza quali il divezzamento e la dentizione, o fondamentali per il suo sviluppo, ovvero il camminare e il parlare.
Nel Diciannovesimo secolo ebbe particolare credito la classificazione proposta nel 1787 dall'igienista Hallé, professore dell'Università di Parigi, il quale distingueva due fasi:
Tale periodizzazione venne adottata da moltissimi medici i quali giunsero a dividere l'infanzia propriamente detta in due fasi: da 0 a 2-3 anni e da 3 a 6 anni compiuti.
Non sono mancati, nell'ambito della storia della pedagogia, autori che in varie epoche si sono interessati, secondo diverse prospettive, dell'educazione già nella prima infanzia.
Le prime indicazioni teoriche alle quali possiamo riferirci risalgono all'antichità classica.
In particolare Aristotele sottolineò la necessità di un'educazione basata sul gioco, concepito come un'attività fisica necessaria per quella che il filosofo chiamava la prima età (da 2-3 anni fino a 5). Questa forma di educazione veniva svolta nell'ambito della famiglia, che era considerata centro e forza propulsiva del bene. Dai 5 ai 7 anni seguivano due anni di preparazione pre-scolastica come attività propedeutica all'ingresso nella scuola.
Anche Marco Fabio Quintiliano (Calahorra 35-40 d.C. - m. forse intorno al 96) nella Institutio oratoria, un'opera in dodici libri composta tra il 93 e il 95 d.C, che rappresenta il più vasto e articolato trattato di retorica dell'antichità classica, si soffermava nella prima parte dell'opera, ricca di consigli pedagogici, sull'educazione del futuro oratore.
Secondo Quintiliano la formazione del futuro oratore deve avvenire a partire dall'infanzia, in quell'età della vita in cui prendono forma l'essenza e l'identità di ciascun uomo («si mihi tradatur educandus orator studia eius formare ab infantia incipiam»: se mi venisse affidato un oratore da educare comincerò a dar forma ai suoi studi partendo dall'infanzia).
Quintiliano prendeva le mosse dalle speranze del padre nei confronti del nascituro, per poi volgere le proprie riflessioni all'uso corretto del linguaggio delle nutrici, all'erudizione posseduta dai genitori, e alla cultura dei pedagoghi, poichè queste sono le prime figure con le quali il bambino entra in contatto. Quindi la sua attenzione si spostava sull'apprendimento della lingua greca, che secondo Quintiliano dovrebbe precedere quello del latino, e sui tempi in cui attuare l'institutio. Quintiliano affermava che si può far iniziare lo studio delle lettere ai fanciulli di età inferiore ai 7 anni affinchè la loro mente sia formata con i migliori principi che possono essere di profitto per l'adolescenza. Egli raccomandava inoltre di non costringere i fanciulli e anzi di impostare lo studio sotto forma di gioco.
Le osservazioni sull'infanzia di Aristotele e di Quintiliano vennero riprese in epoca rinascimentale da Vives, da Erasmo da Rotterdam e da molti altri teorici dell'educazione.
Non pochi tuttavia furono in questo periodo coloro che consideravano l'età infantile come una condizione di estrema miseria e impotenza.
Charles de Condren, superiore generale nella congregazione dell'Oratorio, poneva in evidenza nelle sue Considerazioni sui misteri di Gesù Cristo le "quattro bassezze" del bambino: piccolezza del corpo, indigenza e dipendenza dagli altri, sottomissione e inutilità.
A sua volta Pierre de Bérulle (1575-1629), teologo e cardinale francese, descriveva l'infanzia come «la condizione più vile e abietta della natura umana dopo quella della morte».
Descartes (Cartesio, 1596-1650) partendo da presupposti teorici diversi, sosteneva che il bambino, dominato dai sensi e dall'immaginazione, non poteva accostarsi alla verità e che era pertanto necessario condurre «questo essere deficiente, vile e perverso a rompere con la condizione in cui esso si trova e liberarlo dalle sollecitudini del mondo, ponendolo a contatto con le grandi opere della classicità».
Tornando alla storia dell'educazione infantile, uno spazio importante occupa la visione utopistica di Tommaso Campanella, il quale nella Città del sole, un'opera scritta nel 1602 in volgare, ma pubblicata nel 1623 in lingua latina, in forma di dialogo tra un cavaliere dell'ordine di Malta e un genovese timoniere di Cristoforo Colombo, formulava una teoria educativa estesa ad un arco temporale che comprendeva già quella che suole definirsi la prima infanzia.
"Tutti senza distinzione di sesso sono istruiti in tutte le materie: anche prima che abbiano compiuto i tre anni i bambini imparano la lingua e l'alfabeto passeggiando intorno alle mura, divisi in quattro schiere guidate da quattro anziani maestri, saggi e probi più di ogni altro. Subito dopo si danno agli esercizi ginnici, alla corsa, al lancio del disco e altri giochi, con i quali irrobustiscono tutte le membra: fino a sette anni stanno sempre a piedi nudi e a capo scoperto".
La visione educativa di Campanella, come emerge da questo brano, appare fortemente ispirata alla necessità di abituare i fanciulli fin da piccoli, a pratiche di vita finalizzate a rafforzare le loro capacità di resistere alle intemperie e al contempo sviluppare le loro capacità di apprendimento senza rigide imposizioni, divertendosi. La utopica Città del sole, situata presso l'isola di Trapobana, era cinta da mura adornate da immagini raffiguranti le conoscenze geometriche e matematiche e da una carta geografica con una compiuta ed estesa descrizione di tutta la Terra, erano rappresentati inoltre gli alfabeti di tutte le lingue, ed elencate nozioni di chimica, geologia, informazioni relative alla flora, con l'indicazione di tutte le erbe e delle loro proprietà curative, informazioni sulle tipologie e specie di animali, ed elencate infine le varie arti e le scienze. La conoscenza, secondo Campanella, era