L'educazione dei ciechi: dal mito alla rappresentazione scientifica

Documento sull'educazione dei ciechi: dal mito alla rappresentazione scientifica. Il Pdf, utile per studenti universitari di Psicologia, esplora l'evoluzione della percezione della cecità, dalla visione sacrale all'approccio scientifico, con contributi di figure come Valentin Haüy, Johann Wilhelm Klein e Louis Braille.

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22 pagine

Parte seconda - CAP 5
L'educazione dei ciechi: dal mito alla rappresentazione scientifica
L'immaginario sulla cecità. Dal mito alla storia dell'educazione
Descrivere l'immaginario con cui gli antichi concettualizzavanco la disabilità è possibile solo
a partire dalla ricomposizione di un quadro plurimo fatto di rappresentazioni diverse per
altrettarnte tipologie di disturbo. Pertanto, la 'storia dei ciechi' si inserisce nell'arnbito di una
più ampia storia della disabilità in prospettiva educativa, come costrutto storico che
possiamo ricondurre a unitarietà solo a partire dall'adozione di categorie - quella della
disabilità appunto -e modelli interpretativi la pedagogia per i non vedenti - che possono
darsi solo secondariamente in uno sguardo storico retrospettivo. Questo è il motivo per cui
modalità, spazi e tempi del manifestarsi della educabilità delle persone con disabilità si
origina in maniera distinta e con tratti assolutamente peculiari per ogni tipologia di disturbo.
Fatta questa doverosa premessa, qual è stata la rappresentazione sociale che la disabilità
visiva ha avuto nel passato? Quale immaginario ha accompagnato il disabile della vista fin
dall'antichità? Se l'antichità non ammetteva la presenza nel circuito sociale delle persone
disabili, che invero non costituivano nemmeno una categoria di marginale, è però vero che il
cieco ha goduto di una rappresentazione non negativa, di un quid che lo distingueva
dall'uomo comune. La cecità era vista con un timore reverenziale, con un che di sacrale,
come una condizione a cui avvicinarsi con rispetto: si riteneva che la mancanza di
percezione visiva rendesse possibile ai ciechi, per ricompensa, la conoscenza spirituale e la
veggenza. Abbiamo poche testimonianze antiche a supporto di questo, ma unite nel ritenere
che la persona con cecità avesse, insieme a questo evidente deicit, delle capacità
straordinarie in ulteriori ambiti. Omero ne è una hiara testimonianza. Al di là della questione
omerica in ambito ilologico relativa alla sua effettiva esistenza, la tradizione ci dipinge
Omero ome un aedo privo della vista, tuttavia dalle facoltà mnemoniche e artistiche
eccellenti, capace di dare vita ad opere lettetarie che sono oggi considerate la culla della
civiltà e della letteratura occidentale.
Accanto a questa testimonianza di carattere leggendario, altre di carattere letterario, La
letteratura antica intatti ospita personaggi di derivazione mitologica che sono a tutti gli effetti
personaggi stereotipati, proprio in virtù di questa fliazione dal mito. La loro stereotipia
consiste ncll'essere presenti con le medesime caratteristiche, con i medesimi tratti descrittivi
e di personalità, all'interno di opere di autori diversi. Sono i grandi tragici, oltre allo stesso
Omero, a descrivere figure come Tiresia, l'indovino cieco che tuttavia vede con gli occhi
della mente: «degli occhi cieco, puro conserva della mente il lume (Omero, Odissea, trad. it.
Pindemonte, X, v. 48-49). Per tramite di Tiresia Ulisse riesce a comunicare con il mondo dei
morti, scendendo agli Inferi e rivedendo la madre defunta e i suoi compagni caduti in
battaglia. Un altro interessante personaggio in questo senso è rappresentato da Edipo, il
noto protagonista della tragedia di Sofocle Edipo Re. Egli esprime un immaginario
dell'antichità sulla cecità che collima con la rappresentazione sociale del disabile visto come
soggetto da mettere ai margini o da eliminare perché portatore di una colpa. Uno dei motivi
per cui i banmbini con disabilità erano fatti oggetto di infanticidio o 'esposizione in antichità
era la credenza del tutto irrazionale e ascientifica che il neonato stesso o la stirpe da cui
proveniva si fossero macchiati di terribili misfati'. Quando nella tragedia di Edipo si giunge
alla agnizione, per dirla con Aristotele, cioè quando Edipo scopre la sua vera identità e
prende atto di avere ucciso il padre e sposato la madre, si toglie volontariamente la vista per
autointliggersi una punizione. Cogliamo pertanto da`questo evento una rappresentazione
della cecità come punizione del divino, a conferma ancora una volta della sacralità di cui
questo tipo di disturbo era ammantato. Possedere la percezione visiva era per l'antichità pur
sempre importante. Lo testimoniano aspetti linguistici etimologici, esplicatii del campo
semantico del vedere, o, per meglio dire, di uno slittamento semantico tra il significato di
vedere e quello di sapere. L'aoristo greco lo sa, che si può tradurre 'io so' è una forma di
passato resultativo derivante dal fatto che 'io ho visto', quando in realtà la radice. verbale
dall' indoeuropeo id, rintracciabile nel latino video, rimanda al significato di vedere.
Sembrerebbe pertanto da qui che gli antíchi considerassero la facoltà della vista come
prerequisito per la capacità raziocinante. Pertanto assumiamo da queste poche
testimonianze leggendarie, letterarie e linguistiche, che costituiscono spie per la
ricomposizione dell immaginario, una concezione della cecità quanto meno ambivalente,
tuttavia non completamente carica di una stigmatizzazione negativa, fenomeno a cui invece
la disabilità più complessivamente intesa è stata associata.
La condizione sociale del cieco dall'antichità all'età moderna è una condizione precaria, fatta
di accattonaggio e marginalità. Sono poche le testimonianze relativea ciechi che accedono
al mondo del lavoro e che si sostentano da soli. A volte questo succedeva se potevano
mostrare brillanti capacità in un qualche ambito culturale. In antichità sono noti i casi di
ciechi musicisti o filosof. Cicerone cita Diodoto, filosofo e geometra cieco (Tusculanae
Disputationes, V); altri ciechi sono Gneo Aufdio, letterato e scrittore di una storia della
Grecia; Eusebiol'Asiatico, cieco in tenera età, fu un sapiente erudito; Didimo di Alessandria,
nel IV secolo tenne la cattedra di matematica nella sua Città e scrisse il trattato sul Santo
Spirito, Doi tradotto da San Gerolamo. Anche in età moderna vi sono notizie di ciechi
letterati, artisti o scienziati: Giovanni Gonnelli da Gambassi, famoso scultore; Nicola
Saunderson, professore di matematica all'Università di Cambridge, dove diresse
osservazioni astronomiche. Tuttavia proprio in età rinascimentale si assiste ad un
cambiamento dell'immaginario sulla cecità. Con I'avanzare della scienza ampiamente intesa,
la rappresentazione fatalistica e sacrale della cecità viene a decadere, cosi come
l'atteggiamento verso i ciechi nullafacenti comincia a non essere più tollerato. La letteratura
tra il XVI e il XVIII secolo presenta novelle, fabliaux, romanzi picareschi che descrivono i
Ciechi come oziosi parassiti, mentre al contempo escono studi di carattere scientifico sulla
cecità, volti ad indagare ora l'educabilità, ora le possibilità di integrazione lavorativa delle
persone cíeche. Sono gli studi di Luigi Luigini, Girolamo Cardano, Juan Luis Vives,
Francesco Lana Terzi.
Contestualmente nascono i primi istítuti chc raccolgono i ciechi dalla strada o che accolgono
bambini ciechi abbandonatí dalle farniglie di origine. Questi primi istituti sono animatí da una
ístanza che inizialmente è solo flantropica, ma che si trasformerà piano piano in educativa.
La connotazione formativa giungerà tardi ad aninare queste istituzioni, lungamente frenata
da un ostacolo logistíco: l'impossibilità per il cieco di avvicinarsi ad una qualche forma di
istruzione a causa della mancanza di accessibilità ad un codíce scrítto veicolare, come
quello alfabetico che potesse fungere an che da trasmissione del pensiero e della cultura. La
riflessione su come educare e persone cieche culturalmente e pragmaticamente ha tardato
ad affermarsi per la mancanza di una alternativa valida al codice alfabetico che potesse fare
da tramite all'accesso autonomo alla cultura da parte di chi è privo della vista. Le prime
riflessioni intorno a tale possibilità sorgono alle soglie dell'età moderna: si legano più in
generale alla riflessione intorno alle modalità della conoscenza umana e si sviluppano,
intorno alla cecità, dopo una prima fase di scetticismo.
Nel XVIII secolo ebbe grande risonanza la Lettre sur les aveugles à l'usage de ceux qui
voient di Diderot (1749), in cui egli descriveva le peculiarità della psicologia di un cieco dalla
nascita. L'opera indaga le possibilità conoscitive e intellettive delle persone prive della vista,
così come operazioni analoghe facevano opere di altri filosofi. Autori di tale dibattito sono gli

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Anteprima

L'immaginario sulla cecità

Dal mito alla storia dell'educazione

Descrivere l'immaginario con cui gli antichi concettualizzavanco la disabilità è possibile solo a partire dalla ricomposizione di un quadro plurimo fatto di rappresentazioni diverse per altrettarnte tipologie di disturbo. Pertanto, la 'storia dei ciechi' si inserisce nell'arnbito di una più ampia storia della disabilità in prospettiva educativa, come costrutto storico che possiamo ricondurre a unitarietà solo a partire dall'adozione di categorie - quella della disabilità appunto -e modelli interpretativi - la pedagogia per i non vedenti - che possono darsi solo secondariamente in uno sguardo storico retrospettivo. Questo è il motivo per cui modalità, spazi e tempi del manifestarsi della educabilità delle persone con disabilità si origina in maniera distinta e con tratti assolutamente peculiari per ogni tipologia di disturbo. Fatta questa doverosa premessa, qual è stata la rappresentazione sociale che la disabilità visiva ha avuto nel passato? Quale immaginario ha accompagnato il disabile della vista fin dall'antichità? Se l'antichità non ammetteva la presenza nel circuito sociale delle persone disabili, che invero non costituivano nemmeno una categoria di marginale, è però vero che il cieco ha goduto di una rappresentazione non negativa, di un quid che lo distingueva dall'uomo comune. La cecità era vista con un timore reverenziale, con un che di sacrale, come una condizione a cui avvicinarsi con rispetto: si riteneva che la mancanza di percezione visiva rendesse possibile ai ciechi, per ricompensa, la conoscenza spirituale e la veggenza. Abbiamo poche testimonianze antiche a supporto di questo, ma unite nel ritenere che la persona con cecità avesse, insieme a questo evidente deicit, delle capacità straordinarie in ulteriori ambiti. Omero ne è una hiara testimonianza. Al di là della questione omerica in ambito ilologico relativa alla sua effettiva esistenza, la tradizione ci dipinge Omero ome un aedo privo della vista, tuttavia dalle facoltà mnemoniche e artistiche eccellenti, capace di dare vita ad opere lettetarie che sono oggi considerate la culla della civiltà e della letteratura occidentale.

Accanto a questa testimonianza di carattere leggendario, altre di carattere letterario, La letteratura antica intatti ospita personaggi di derivazione mitologica che sono a tutti gli effetti personaggi stereotipati, proprio in virtù di questa fliazione dal mito. La loro stereotipia consiste nell'essere presenti con le medesime caratteristiche, con i medesimi tratti descrittivi e di personalità, all'interno di opere di autori diversi. Sono i grandi tragici, oltre allo stesso Omero, a descrivere figure come Tiresia, l'indovino cieco che tuttavia vede con gli occhi della mente: «degli occhi cieco, puro conserva della mente il lume (Omero, Odissea, trad. it. Pindemonte, X, v. 48-49). Per tramite di Tiresia Ulisse riesce a comunicare con il mondo dei morti, scendendo agli Inferi e rivedendo la madre defunta e i suoi compagni caduti in battaglia. Un altro interessante personaggio in questo senso è rappresentato da Edipo, il noto protagonista della tragedia di Sofocle Edipo Re. Egli esprime un immaginario dell'antichità sulla cecità che collima con la rappresentazione sociale del disabile visto come soggetto da mettere ai margini o da eliminare perché portatore di una colpa. Uno dei motivi per cui i banmbini con disabilità erano fatti oggetto di infanticidio o 'esposizione in antichità era la credenza del tutto irrazionale e ascientifica che il neonato stesso o la stirpe da cui proveniva si fossero macchiati di terribili misfati'. Quando nella tragedia di Edipo si giunge alla agnizione, per dirla con Aristotele, cioè quando Edipo scopre la sua vera identità e prende atto di avere ucciso il padre e sposato la madre, si toglie volontariamente la vista per autointliggersi una punizione. Cogliamo pertanto da questo evento una rappresentazione della cecità come punizione del divino, a conferma ancora una volta della sacralità di cui questo tipo di disturbo era ammantato. Possedere la percezione visiva era per l'antichità pursempre importante. Lo testimoniano aspetti linguistici etimologici, esplicatii del campo semantico del vedere, o, per meglio dire, di uno slittamento semantico tra il significato di vedere e quello di sapere. L'aoristo greco lo sa, che si può tradurre 'io so' è una forma di passato resultativo derivante dal fatto che 'io ho visto', quando in realtà la radice. verbale dall' indoeuropeo id, rintracciabile nel latino video, rimanda al significato di vedere. Sembrerebbe pertanto da qui che gli antichi considerassero la facoltà della vista come prerequisito per la capacità raziocinante. Pertanto assumiamo da queste poche testimonianze leggendarie, letterarie e linguistiche, che costituiscono spie per la ricomposizione dell immaginario, una concezione della cecità quanto meno ambivalente, tuttavia non completamente carica di una stigmatizzazione negativa, fenomeno a cui invece la disabilità più complessivamente intesa è stata associata.

La condizione sociale del cieco

Dall'antichità all'età moderna

La condizione sociale del cieco dall'antichità all'età moderna è una condizione precaria, fatta di accattonaggio e marginalità. Sono poche le testimonianze relativea ciechi che accedono al mondo del lavoro e che si sostentano da soli. A volte questo succedeva se potevano mostrare brillanti capacità in un qualche ambito culturale. In antichità sono noti i casi di ciechi musicisti o filosof. Cicerone cita Diodoto, filosofo e geometra cieco (Tusculanae Disputationes, V); altri ciechi sono Gneo Aufdio, letterato e scrittore di una storia della Grecia; Eusebiol'Asiatico, cieco in tenera età, fu un sapiente erudito; Didimo di Alessandria, nel IV secolo tenne la cattedra di matematica nella sua Città e scrisse il trattato sul Santo Spirito, Doi tradotto da San Gerolamo. Anche in età moderna vi sono notizie di ciechi letterati, artisti o scienziati: Giovanni Gonnelli da Gambassi, famoso scultore; Nicola Saunderson, professore di matematica all'Università di Cambridge, dove diresse osservazioni astronomiche. Tuttavia proprio in età rinascimentale si assiste ad un cambiamento dell'immaginario sulla cecità. Con I'avanzare della scienza ampiamente intesa, la rappresentazione fatalistica e sacrale della cecità viene a decadere, cosi come l'atteggiamento verso i ciechi nullafacenti comincia a non essere più tollerato. La letteratura tra il XVI e il XVIII secolo presenta novelle, fabliaux, romanzi picareschi che descrivono i Ciechi come oziosi parassiti, mentre al contempo escono studi di carattere scientifico sulla cecità, volti ad indagare ora l'educabilità, ora le possibilità di integrazione lavorativa delle persone cieche. Sono gli studi di Luigi Luigini, Girolamo Cardano, Juan Luis Vives, Francesco Lana Terzi.

Contestualmente nascono i primi istituti chc raccolgono i ciechi dalla strada o che accolgono bambini ciechi abbandonati dalle farniglie di origine. Questi primi istituti sono animatí da una istanza che inizialmente è solo flantropica, ma che si trasformerà piano piano in educativa. La connotazione formativa giungerà tardi ad aninare queste istituzioni, lungamente frenata da un ostacolo logistico: l'impossibilità per il cieco di avvicinarsi ad una qualche forma di istruzione a causa della mancanza di accessibilità ad un codice scritto veicolare, come quello alfabetico che potesse fungere an che da trasmissione del pensiero e della cultura. La riflessione su come educare e persone cieche culturalmente e pragmaticamente ha tardato ad affermarsi per la mancanza di una alternativa valida al codice alfabetico che potesse fare da tramite all'accesso autonomo alla cultura da parte di chi è privo della vista. Le prime riflessioni intorno a tale possibilità sorgono alle soglie dell'età moderna: si legano più in generale alla riflessione intorno alle modalità della conoscenza umana e si sviluppano, intorno alla cecità, dopo una prima fase di scetticismo.

Nel XVIII secolo ebbe grande risonanza la Lettre sur les aveugles à l'usage de ceux qui voient di Diderot (1749), in cui egli descriveva le peculiarità della psicologia di un cieco dalla nascita. L'opera indaga le possibilità conoscitive e intellettive delle persone prive della vista, così come operazioni analoghe facevano opere di altri filosofi. Autori di tale dibattito sono gliempiristi William Molyneux, John Locke, George Berkeley, i quali affermarono la loro distinzione tra conoscenza acquisita attraverso la Vista e conoscenza acquisita attraverso il tatto negando una possibilità di integrazione tra le due, ma dando di fatto per acquisita una forma di conoscenza possibile della persona priva della vista. Anche Voltaire, in Elementi della flosofa di Newton (1738), sostenne il punto di vista empirista e il metodo sperimentale di Locke contro il razionalismo innatista di Cartesio che propugnava superiorità della vista ai fini della conoscenza. Tali tesi vennero (p122) riprese da Etienne Bonnot de Condillac (1715-1780), che espose i principi della conoscenza umana attraverso i sensi quali 'finestre per l'accesso alla conoscenza delle cose sensibili che producono rappresentazioni differenti in chi è privo della vista.

L'uscita della Lettre di Diderot fu seguita da un ampio dibattito culturale e filosofico e contribui, oltre che alla diffusione della fama d Nicholas Saunderson e della pianista viennese Maria Theresia von Paradis, al fatto che la Société philantropique di Parigi inizio a dar vita ad una serie di iniziative di mainstreaming nell'ambito dei non vedenti. tra cui l'operazione di Edmond Regniers (1751-1825) di indicare una vasta gamma di attività lavorative compatibili con la mancanza della vista e quella del filantropo Valentin Haüy che diede inizio nel 1784 al primo programma educativo per ragazzi ciechio.

Dall'educabilità dei ciechi alla tiflopedagogia

Il primo educatore di ragazzi ciechi fu Valentin Haüy (1745-1822). Egli inizialmente non si occupava di ciechi, nel senso che non aveva preparazione pedagogica di sorta. Era un filantropo che si dedicava al miglioramento delle condizioni di vita di persone disagiate. Come giunse a dedicarsi all'educazione dei ciechi affonda le radici nell'aneddotica. Fu infatti Augusto Romagnoli, illustre tiflopedagogista italiano, a raccontare che Haüy si trovava un giorno ad una grande fiera espositiva, nell'ambito della quale incontrò un gruppo di ragazzi ciechi che chiedevano l'elemosina, uno dei quali mostrò di conoscere attentamente il taglio di una moneta d'argento, con il semplice uso del tatto. Il filantropo rimase talmente colpito dal notare che il tatto potesse essere vicario alla vista da pensare di poter incentrare intorno a questo elemento tutta l'educazione dei ciechi. Decise di ospitare il ragazzo cieco, Leseur, nella sua casa e di educarlo alla lettura della musica tramite il senso vicario del tatto. L'avvicinamento della lettura dell'altabeto avvenne per caso: l ragazzo, lasciato solo nello studio del suo benefattore, trovò un foglio, «era un foglietto di visita del suo maestro, col nome e cognome timbrati a secco. Un lampo di luce, dinanzi a questo fatto, balenò alla mente di Valentino Haüy. Perché il cieco possa leggere, egli pensò, deve bastare il presentarglí, in rilievo, l'alfabeto dei caratteri comuni.

Fisso in questa idea, fece fondere i caratteri dell'alfabeto col contorno rilevato da leggersi direttamente da sinistra a destra; sovrappose ai tipi un foglio di carta inumidita; la compresse col torchio; la carta ricevette e conservò l'impressione e la forma dei caratteri. Dopo, invitò il giovane cieco a toccare i caratteri, e stette coll'animo Sospeso e trepidante per attendere l'esito della prova: il cieco lesse! Il metodo d'istruzione pei ciechi era trovato». Si trattava di dover leggere la tipologia di scrittura più complessa dal punto di vista percettivo del tatto sia della vista, quella corsiva. Perciò più tardi Haüy le rídusse grazie al corsivo per renderlo più semplice possibile al tocco del ragazzo cieco e, benchè la lettura fosse abbastanza lenta e le capacità di scittura apparissero scarse, tuttavia il suo metodo di lettura per i non vedenti venne accreditato e ciò portò alla fondazione a Parigi nel 1786 "dell'Istituto Nazionale dei ciechi", la prima scuola per l'educazione dei non vedenti.

L'esperienza di Haüy, anche se non di lunga durata perché venne travolta dalle vicende della Rivoluzione francese, mostrò al mondo mche le persone cieche erano suscettibili di

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